venerdì 4 marzo 2022

Tu chiamale, se vuoi, emergenze


Tu chiamale, se vuoi, emergenze.
Richiamalo, se vuoi, vaccino.
Chiamalo, se vuoi, lasciapassare green ma è solo l’altra faccia della parola d’ordine per entrare in trincea: con i “nostri” e contro gli “altri”.
Io non ci sto.
All’orrore delle guerre ho sempre opposto il mio rifiuto totale: a quelle contro i virus come a quelle contro i cattivi nemici da eliminare per la nostra sicurezza.
Sono consapevole che esistono infinite malattie, molte delle quali causate proprio da noi uomini che poi vorremmo “combatterle”, così come esistono in data odierna 900 conflitti bellici sul nostro pianeta. Un orrore, appunto.
Mi sono fatto processare per renitenza alla leva qualche decennio fa e sono pronto a rifarlo per renitenza ai TSO.
Non so voi ma io agli schieramenti globali non ci credo neanche un po’, soprattutto se sono il frutto di una mediatizzazione spinta.
E continuo a tener spenta la TV e a camminare per la mia strada.
In cuor mio so che non accetterò nessuna chiamata alle armi, né ora né mai, come nessun richiamo a fantomatici quanto sicuri vaccini in preparazione per l’autunno e imposti con strategie emergenziali.
L’unica vera emergenza è quella di prendere consapevolezza che questo sistema è allo sbando, che per tentare di farlo sopravvivere si mandano al massacro come sempre i più deboli, che i diritti e i valori conquistati da chi ci ha preceduto si stanno squagliando come neve al sole.
Togliamoci le maschere per favore, quelle sociali e quelle facciali.
Boli bana, diceva un signore del Burkina: è finito il tempo di fuggire.

lunedì 21 febbraio 2022

La Decisione



È un ricordo, una consapevolezza, che risale all’infanzia e quindi nemmeno all’adolescenza o all’età adulta.
I miei genitori, che mi hanno voluto davvero bene, mi hanno sempre incitato e spinto a decidere.
Ovvero ad assumermi la responsabilità e il piacere della decisione personale e autonoma.
Invitandomi, aiutandomi e perfino costringendomi a decidere hanno agito negli anni - ma cominciando da subito! - affinché potessi avere le capacità, le forze e gli strumenti perché ciò potesse realizzarsi, allora come oggi.
Ne andava della mia autonomia, presente e futura, della mia libertà come bambino e come futuro adulto, della mia formazione di uomo capace di realizzarsi come persona indipendente e rispettosa in un contesto di vita collettivo.
Come bambino, sono quindi cresciuto decidendo su come volevo organizzare la mia stanza, sulle attività che desideravo svolgere, sugli studi che volevo seguire, su che strumento musicale suonare o su che musica ascoltare, su come spendere i quattro soldi che mi trovavo in tasca, su che amici frequentare, su cosa volevo mangiare.
Decidevo io di che persone innamorarmi e a chi volevo credere: nella Vita, in Dio, nella Natura?
Decidevo se leggere Salgari, Verne, Stevenson o Scott.
Decidevo come impiegare il mio tempo nella giornata: a cosa giocare, quanto giocare, con chi giocare?
Il tutto all’interno di limiti naturali e sociali che trasformano la decisione anche nella capacità di accontentarsi, di fermarsi, di privarsi senza soffrirne affatto perché ero stato messo in grado di comprenderne la ragione.
Decidevo, semplicemente decidevo, con la consapevolezza già matura che rinunciare alla mia capacità decisionale (al mio potere) e al mio dovere di esercitarla (dovere verso me stesso e verso gli altri) sarebbe stato quasi come dare le dimissioni dalla vita stessa.
Gli anni che sono trascorsi dall’infanzia a oggi sono stati solo una continuazione di tutto ciò. Senza brusche interruzioni, senza spaccature e scissioni, continuo ad essere il bambino che ero nell’uomo maturo che sono. Come allora continuo a decidere, cioè continuo a scegliere la mia vita piuttosto che subirla.
Cammin facendo, tra gli alti e bassi di ogni comune esistenza, ho comunque affinato i miei strumenti e maturato le mie consapevolezze. Ormai da tempo sono conscio che non c’è decisione possibile senza terreno che la sostenga.
Non ci è dato di decidere se il nostro corpo non ha la forza, l’equilibrio, la tensione vitale per sostenerci in tale azione.
Non ci è dato di decidere se l’entusiasmo ci abbandona.
Non ci è dato di decidere se non avvertiamo la gravità implicita (e sacra) in ogni atto della nostra esistenza.
Per questo ho scelto l’attività che svolgo con passione tutti i giorni, il lavoro che offro e mi offro, l’impegno che mi sono assunto.
Che si riassumono anche nelle parole: l’essere umano nobilita la propria esistenza quando è in grado di decidere come vivere e come morire. Basta trovare le chiavi e gli strumenti per poterlo fare: non è questo, in fondo, il lavoro che siamo tutti chiamati a compiere?
Da quando ho diciassette anni ho anche imparato a decidere in prima persona come curarmi (o non-curarmi) e come assumermi la responsabilità del mio corpo e della mia salute.
Per qualcuno potrebbe forse esser difficile comprendere o apprezzare questo concetto ma tutta la mia capacità di indipendenza nasce da quella decisione.
È altrettanto difficile per me spiegarlo, comunicarlo con le parole.
Tuttavia, posso solo dirvi che per me oggi è assolutamente impossibile accettare che chiunque altro possa sindacare, stabilire, impormi qualcosa rispetto al mio corpo e alla mia salute.
Per questo so, e non ho dubbio alcuno, che nessuno sceglierà mai per me o al mio posto rispetto a questi temi: se ciò dovesse avvenire sarà attraverso la violenza e la costrizione fisica.
Contro le quali, ovviamente, la mia ribellione è e sarà totale.
Questa convinzione viene da molto molto lontano e non ha nulla a che vedere con l’ideologia.
Nasce piuttosto da una decisione, presa da piccolo e attorniato dall’amore di chi mi circondava, creatasi e maturata nel ventre più che nella mente: una decisione che nutre la mia forza, mi fa sentire intero, in pace con me stesso e con la vita che mi anima.
Essa mi permette di vivere l’oggi con pieno piacere e di sperare in un domani della nostra società che sia rispettoso dell’autonomia, della diversità vista come ricchezza e di una libertà individuale che non può, non deve esser vissuta come minaccia ma come l'unico vero seme di una fertile e sana vita collettiva.

giovedì 3 febbraio 2022

Limiti inutili



Forse non ci siamo capiti, purtroppo credo però sia così.
Allora vogliamo ribadire il concetto, con forza e convinzione.
Non è una questione di “limitato” o “illimitato”, noi il pass non lo vogliamo proprio: di nessun tipo e di nessuna natura.
Né sanitario, né comportamentale, né etnico, né sociale né... né... né...
Ogni pass è limitato e becero di per sé, ogni pass è discriminante, ogni pass è violento.
Non lo volevamo quando intuivamo con orrore che qualche mente malata lo stava concependo, non lo volevamo quando è stato applicato senza nessuna giustificazione o utilità sanitaria, non lo volevamo quando avevamo capito che avrebbe spaccato in due la nostra società dividendoci tra “buoni” e “cattivi” sulla base di criteri che definire discutibili è troppo poco.
Non lo vogliamo, ora, perché diventi un sempre più raffinato e tecnologico sistema di controllo sociale, di controllo delle nostre azioni, delle nostre scelte, della nostra vita privata.
Non lo vogliamo, anche perché riteniamo avvilente che la nostra esistenza sia ridotta a numeri, a codici, a schede tecniche che determinino se possiamo viverla in un modo o in un altro.
Non lo vorremo mai, in futuro, per non ripetere tragici errori di cui la storia è piena e che, senza alcuna consapevolezza, senza trarre insegnamenti dal passato, sembriamo come piccoli umani portati a ripetere.
Non lo vorremo mai perché sogniamo, crediamo, sosteniamo un’idea di mondo e di società nei quali la libertà individuale si sposi con il benessere collettivo, nei quali la realizzazione dell’individuo - nella sua unicità indivisibile - possa avvenire senza doversi conformare a uno stampino preconfezionato uguale per tutti e senza dover sottostare ad un numero imprecisato, non criticabile, imposto dall’alto, di regole, se non a quelle davvero necessarie per un’equilibrata esistenza collettiva.
Vogliamo assumerci le nostre responsabilità ed esprimerle.
Vogliamo poter decidere come vivere, come agire, come muoverci.
Vogliamo decidere su come curarci, come educarci, come amarci.
Vogliamo semplicemente vivere.
In pace e fratellanza, in armonia con la natura, nel rispetto del vivente.
E senza alcun lasciapassare.

mercoledì 2 febbraio 2022

Bargioioso


 

Noi non ce ne rendiamo conto.
Ma stiamo creando il mondo che verrà.
Proprio adesso, sì,
in questo istante in cui io scrivo e voi leggete,
in spirito già vive la forma di domani.
Il domani, a dire il vero, non esiste proprio,
è solo una proiezione, forse necessaria ma affatto inesistente.
Avete vissuto anche una sola volta nel domani?
Domani è ora.
Chi mi conosce sa che coltivo i sogni,
che i sogni sono il seme che nutre il mio terreno,
che il terreno offre i frutti che abbiamo seminato.
Dona con generosità sorprendente,
senza calcoli, senza interesse, libero di generare.
Chi distingue tra realtà e sogno
a mio avviso commette un grande errore,
taglia via i rami che daranno i frutti,
li toglie prima che questi possano riempirsi di boccioli.
Ogni distinzione, ogni separazione
cancella un pezzetto di verità.
La elimina dall'orizzonte o almeno così potrebbe sembrare.
In realtà una mente potata e uno spirito scisso,
sono solo un riflesso parziale
del nostro io frammentato.
Anche nostro malgrado la vita crea e si crea.
Anche se non fluiamo con lei essa scorre.
Anche se non ne siamo consapevoli
la vita è una, intera, potente.
Prima e dopo di noi,
da sempre e per sempre.

lunedì 10 gennaio 2022

Ammalatevi, gente!



Ammalatevi, gente,
ammalatevi più che potete!
Ammalatevi se volete rimanere in salute.
Ammalatevi da bambini,
prendendovi tutte le malattie infettive che potete
e imparando così a riconoscere fin da subito,
dai primi mesi, dai primi anni,
come elementi normali della vostra vita quotidiana
la febbre, il dolore, lo squilibrio, il disagio,
ma anche l’incredibile forza della vita
e la capacità innata di reagire del vostro organismo.
Ammalatevi da adolescenti, bruciando con i vostri amori,
nutrendovi delle irrazionali forze
che vi guidano ancora in quegli anni,
e costruendo sui vostri squilibri le vostre autentiche identità.
Ammalatevi da adulti per rinnovare le vostre forze,
per coltivare la vostra sensibilità e mantenerla integra,
per allenare i vostri corpi, aiutarli ad agire,
lasciarli ancora muovere spontaneamente.
Ammalatevi da anziani e vecchi per sentirvi ancora giovani,
per confermare la fiducia nella vita
che pulserà in voi fino all’ultimo respiro
e rallegrarvi delle vostre capacità di esprimerla.
Ammalatevi a tutte le età per poter imparare a morire.
A morire come si muore
in ogni singolo istante della nostra esistenza,
per rinascere, trasformarsi, unirsi, armonizzarsi con l’Essere.
Ammalatevi sempre e passateci attraverso interi e sereni
perché è in questo modo che la natura sana gli squilibri
e dona vigore a tutto ciò che vive.
Ammalatevi perché questo vi indicherà la via
per vivere la vostra vita totalmente,
con tutta la pienezza, l’intensità
e la sacralità che essa invero merita.

martedì 30 novembre 2021

Deliri prima del caffè

 


Volevamo esportare la democrazia nei paesi "arretrati".
E con questo slogan di facciata abbiamo disprezzato e bombardato.
Con buona pace dei nostri antenati ateniesi, dopo qualche secolo, appare tuttavia evidente che della democrazia non conoscevamo la sostanza ma solo il concetto.
Ora il vento sta cambiando e va di moda la tecnocrazia.
Con l'aiuto del G5, del G20, e di fiumi di denaro investito oculatamente dalle grandi famiglie, sembrerebbe meno complesso spalmare su scala globale questo modello aberrante di società del controllo.
Parola chiave, già fin d'ora, non è più libertà ma sicurezza.
Qualcuno però non se ne farà una ragione e continuerà a sperare nell'esistenza di un incivile, insicuro e primitivo villaggio nascosto nel profondo della foresta, tra le montagne, nel deserto o sul fondo del mare. Un villaggio incontaminato dalla tecnologia in cui verranno custoditi, senza che nessuno lo sappia, i semi di un'umanità antica.

venerdì 26 novembre 2021

Un salto nel multiverso futuro


Nel secolo scorso Haruchika Noguchi, morto meno di cinquant’anni fa, proponeva un modo nuovo e originale di concepire la salute degli esseri umani.

Con una calligrafia tutta sua e molto particolare scriveva poesie e aforismi. Li considero tanto preziosi che, nella mia abitazione e nel dojo in cui pratico, ho appeso delle stampe che li riproducono. Li lascio esposti in bella vista in modo che i miei occhi possano impregnarsi di quegli ideogrammi, già in sé molto evocativi, e per rinfrescarmi la memoria ogni giorno che passa.

Egli scriveva per esempio cose di questo tipo: se vuoi condurre una vita sana “sentiti dentro il vento quando esso soffia e sentiti parte della pioggia quando essa cade” oppure “vivi sempre senza pressione e in una gioiosa leggerezza”.

Sorprendentemente, forse per alcuni ma non per me, sosteneva anche che “salute è non occuparsene”.
In sostanza, Noguchi, che non aveva di certo una visione meccanicista dell’essere umano - non lo riteneva perciò una macchina biologica riparabile e modificabile a piacimento - era perfettamente conscio di quanto sia importante l’orientamento della nostra psiche nel mantenimento della nostra salute.

Ciò vale a dire che l’orientamento interiore che adottiamo influenza tutto il nostro organismo e, in vari modi, crea e determina il nostro futuro.

Non vorrei soffermarmi ora sul fatto che una vecchia e superata scienza, ancora ancorata ad una visione materialista, non riconosca la verità di quanto ho appena affermato. Una nuova scienza più aperta allo spirito e ad una conoscenza multiversale - nonché capace di riconoscere l’esistenza di un’anima - non solo lo sostiene bensì si apre e si nutre di una visione più ampia, complessa, interessante della vita e degli organismi viventi (macro e micro, visibili e invisibili) nel loro insieme.
Per inciso, parlare di “nuova” scienza è in sé un modo di dire riduttivo e inappropriato che non può che far sorridere: infatti ad essa sta giungendo - e solo negli ultimi decenni, sebbene esistano illustri precursori - il nostro pensiero occidentale. Il Taoismo e il pensiero cinese antico, tanto per fare un esempio, erano giunti a conoscenze (o non-conoscenze) probabilmente ben più avanzate della nostra già molto prima che Cristo camminasse in terra di Palestina.

Tuttavia, lascerei ora perdere il dibattito su scienza e scientismo (quest’ultimo è un impoverimento della scienza che consiste nel trasformare la sua parte “fissa” in religione) ormai ufficialmente e direi finalmente aperto; non è questo il soggetto di questo mio post.

Ritornerei invece a Haruchika Noguchi e a quando diceva che “gli uomini che credono in un avvenire felice hanno gli occhi che brillano”. Sono parole che non voglio dimenticare e che cerco di far mie nella vita quotidiana.

Anche nei momenti difficili della mia vita personale o in quelli bui e popolati da scenari tenebrosi che sta attraversando la società in cui viviamo, cerco di non perder di vista - e di comunicarlo come posso e dove posso - che siamo noi gli artefici del nostro futuro, noi i seminatori della nostra buona salute, noi i creatori del nostro mondo.

Se la nostra mente è popolata costantemente da visioni apocalittiche - nient’affatto ingiustificate peraltro - finendo per rimanerci invinghiata e se, consapevolmente o inconsapevolmente, ci rinchiudiamo in quei confini asfissianti, finiremo senza dubbio e senza via di salvezza possibile per divenirne schiavi. Non smetto mai di dire che il lockdown peggiore è quello che rischiamo di imporci da soli.

Se, parimenti, la psicosi su scala globale che ci è stata imposta da una politica e da una gestione della società nella migliore delle ipotesi solo miope e ignorante e nella peggiore scientemente dolosa, dovesse continuare ancora a lungo, gli effetti sulle condizioni di salute collettiva non potrebbero che essere drammatici. Su questo, credo siano d’accordo un po’ tutti: psicosi e paura, forse non provocate intenzionalmente ma sicuramente strumentalizzate fino in fondo, non porteranno, negli anni e nei decenni a venire, che ulteriori malattie e sofferenza.

Dobbiamo dunque tirarcene fuori fin da subito, prenderne coscienza e fuggire a gambe levate, disinnescare ciò che le provoca, farlo andare in cortocircuito, sostituirle con altro...

Come dice bene Philippe Guillemant possiamo e dobbiamo oggi sostituire un “fotturo” superato e disumanizzato (ovvero un futuro già fottuto che ci era destinato senza che ne fossimo consapevoli) con un futuro luminoso in fase di creazione e molto più rispettoso del vivente. Il fotturo, infatti, sta forse giocandosi le (ultime?) cartucce che gli sono rimaste e, per cercare di sopravvivere e realizzarsi, combatte aspramente ogni nuova visione possibile.

È una tesi assai ottimistica, quella di Guillemant, che sposo volentieri anch’io. E che ci fa vedere con occhi diversi tutta la pseudo pandemia (che di epidemia seria si sia trattato è fuori di dubbio ma una pandemia è altra cosa).

Forse che, in questa vicenda così tragica per certi versi e così portatrice di cambiamento per altri, il virus non abbia solo un ruolo “negativo” e che ci stia invece dando una mano ad uscire da un vicolo cieco? dice, in sostanza il nostro fisico quantistico francese. Non sarebbe più soltanto il “terribile virus”, nemico numero uno da combattere e sconfiggere a tutti i costi ma un “gentile virus” che sta scombinando tutte le carte in tavola (e anche molti piani qualora ci fossero) e che, nel farci apparire in tutta evidenza quanto orribile possa diventare il fotturo a cui stiamo/stavamo andando rapidamente incontro, in realtà ci costringe ad un risveglio, ci porta a costituire nuove reti esistenziali e a dar corpo a una nuova coscienza. Senza quest’ultima non andremmo da nessuna parte, ne sono profondamente convinto, ma con essa potremo concepire un mondo radicalmente diverso.

Ci vorrà molto tempo? È probabile, così come è probabile che noi ci si trovi attualmente solo nel bel mezzo di una fase di profonda trasformazione dell’umanità di cui per ora siamo in grado di cogliere solo alcuni aspetti. Il tempo, ammesso che esista, ci dirà cosa è giusto.

In fondo, anche Haruchika Noguchi sosteneva che ci sarebbero volute decine di generazioni prima che la cultura Seitai di cui era portatore potesse diventare cultura comune e diffusa.
In quella cultura vita e morte non sono disgiunte e la salute non è vista come sinonimo di assenza di malattia. Ne riparliamo tra qualche anno? O prima, che ne dite?

Quando

 


Quando l’obiettivo da raggiungere permette alle autorità di esercitare tutto il sadismo che sono capaci di concepire.

Quando il sadismo diventa lecito e camuffato da perbenismo e giustificazioni al limite del grottesco.

Quando i fratelli, la comunità in cui si dovrebbe esser “congiunti” godono del sadismo che vedono perpetrare ai loro simili.

Quando riescono a convincersi che si tratti di un godimento necessario e utile alla propria sopravvivenza.

Quando si contorcono, deformano, seppelliscono le proprie convinzioni etiche e comportamentali per riuscire ad avallare ciò che fino a ieri ci sembrava aberrante e che mai avremmo considerato attuabile.

Quando la mente riesce ad accettare tutto ma proprio tutto in nome di una razionalità malata, davvero malata, che sopprime ogni altra voce in noi.

Quando in fondo siamo stanchi di vivere e, infastiditi da fiammelle ancora accese qua e là, le soffochiamo, le calpestiamo con gli stivali lucidi, le uccidiamo con un sorriso spento sulle labbra.

Quando la Vita non è più maestra, regina, dea ma solo disturbante nemica da sacrificare sull’altare dello Scopo.

Quando ti svegli nel cuore della notte e, essendo queste le prime parole che affiorano al tuo conscio, amaramente, non puoi fare a meno di scriverle.

lunedì 8 novembre 2021

Difendersi con gli archi e le frecce


Apro la pagina bianca sul mio computer.
Per me scrivere comincia da qui, da una pagina bianca.
Anche se poi scelgo di pubblicare ciò che scrivo su Facebook o in altri contenitori chiusi e dal format prestabilito, per scrivere, per trovare ciò che ho da dire, ho bisogno di uno spazio vuoto, senza scritte intorno, senza pubblicità, senza input di varia natura. Senza tutto il corollario invasivo e condizionante che troviamo per esempio ogni volta che cerchiamo di leggere qualcosa sul cellulare, che si tratti di articoli di giornale, di pubblicazioni su social o simili.
Svuotare la tazza perché si possa accogliere il thé fresco.
Scrivere e pensare cominciano dentro di me, nascono e si sviluppano in un percorso personale ed emotivo che riguarda solo la mia anima e il rapporto che intrattengo con essa, eventualmente poi diventano anche comunicazione verso altri, solo però se ne intravedo il senso e se ciò nasce da una spinta spontanea che peraltro continuo a ritenere il nocciolo di ogni comunicazione autentica.
Scrivere e pensare - oppure pensare e scrivere, in un ordine ribaltato dagli effetti assai diversi - sono espressioni di un’attività che realizza una parte di me. Pensando e scrivendo, mi collego al mio centro e creo il mio mondo (permettetemi un petit clin d’oeil a Julio Cortázar). Sono nato, siamo nati, per esser creatori. Non lo dimentico, vorrei che non lo dimenticassimo.
A molti di noi - troppi secondo il mio sentire - comunque sia, a molti tra i miei amici virtuali va bene, considerano giusto se non addirittura necessario che un’autorità, una qualsiasi figura, persona o entità altra e in qualche modo superiore possa sostituirsi a noi in azioni, scelte di comportamento, o perfino in decisioni fondamentali come il tipo di vita da condurre o cosa facciamo o non facciamo in tema di salute.
"Tu puoi lavorare, tu non puoi lavorare", "Tu puoi uscire e andare, tu non puoi uscire e andare", "Tu puoi amare, tu non puoi amare", "Tu devi curarti e devi farlo così e così..." Ecc.
Questi amici, in troppi appunto, scelgono di avallare, utilizzare e sostenere il pass sanitario, per esempio, approvano - accidenti! - senza molto fiatare che esso venga imposto a tutti, anche a chi è contrario, e si arrabbiano molto quando viene messa in dubbio la loro scelta consapevole, ragionata, di partecipazione ecc. ecc. Io credo di capirli, almeno in parte, come capisco come chiunque in buona fede cerca di difendere le proprie scelte e ciò di cui è convinto. Però...
Però proprio non accetto e non credo potrò mai accettare un modello di vita e di società che vuole espropriarmi della mia capacità di decidere, di assumere delle responsabilità personali, di condurre la vita secondo i valori e il sentire che appartiene a me solo. Faccio parte di coloro che ritengono che l’adottare e l’avallare a livello collettivo l’esistenza del pass sanitario sia un passo pericoloso che, diminuendo drasticamente la libertà individuale, ci porterà diritto verso quel modello, con tutte le varianti transumane e tecnologiche del caso.
Se la mia preoccupazione sia infondata o esagerata lo dirà il tempo - non di certo i media, questo lo sappiamo - intanto però esercito, finché mi sarà consentito, il diritto di non voler percorrere un sentiero tracciato verso un futuro in cui non mi riconosco affatto.
Nonché mi tengo stretto, difendo con gli archi e le frecce - come gli indigeni "primitivi" della foresta che si battevano con ogni forza contro l'arrivo del "progresso" tecnologico e civilizzato - il diritto e il piacere di creare oggi, nel mio ventre, un futuro personale e collettivo basato su valori, sensibilità e comportamenti diversi, molto diversi, da quelli che a forza vorrebbero farci inghiottire.

giovedì 14 ottobre 2021

Lavoro e nobiltà dell'esistenza



Senza alcun motivo razionale, morale, etico, sanitario e giuridico che lo giustifichi.
Senza logica (se non perversa) né buonsenso e nemmeno nell’interesse comune.
Senza amore, rispetto altrui, empatia...
Io perdo il mio lavoro.
Così almeno sembra.
Infatti non mi è più concesso svolgerlo né proporlo nelle modalità che mi corrispondono.
Non rientrerebbe in parametri che peraltro non posso riconoscere.
Questa situazione di privazione, di sottrazione indebita, di quello che è un mio diritto costituzionalmente riconosciuto perdura ormai da un anno e mezzo e sarà ancor più vera e tangibile da domani, giorno infelice nella storia italiana.
Eppure...
Stiamo parlando del lavoro per cui mi sono formato, per cui ho studiato, per cui ho sudato.
Del lavoro che mi ha appassionato e che mi coinvolge fino al midollo.
Del lavoro che amo e che nobilita la mia esistenza.
Ho sempre considerato questo lavoro come la possibilità concreta di realizzazione della mia persona.
Sono poi giunto anche alla consapevolezza - me la sono conquistata - che quest’attività, piccola o grande che sia, non solo ha fatto di me una persona migliore e perfino utile alla collettività ma contribuisce - e spero contribuirà - alla crescita, al benessere e finalmente al bene di molte altre persone.
Nutre le loro vite come la mia.
È un lavoro che, cosa che non si può sentire ai nostri giorni, non ha lo scopo di esser produttivo, non farà crescere il Pil nazionale se non in modo insignificante ma che tuttavia, in modo quasi incomprensibile, risulta prezioso sia per me sia per altri.
Perciò, anche se non potrò svolgerlo come sarebbe mio diritto insindacabile fare (in uno stato di diritto, certo) continuerò a coltivarlo, ad approfondirlo, a mantenerlo vivo per giorni migliori di questo. È un impegno personale che devo in primis a me stesso.
Non mi aspetto nulla dallo stato e dalla res publica verso il quale la mia fiducia è ormai ridotta al lumicino. Nemmeno voglio sostegni pubblici e ipocriti.
Dal punto di vista collettivo spererei solo in un risveglio di coscienze, in una presa di responsabilità, nel ritorno di una cultura dell’ascolto e del rispetto.
Resisterò comunque e lo farò anche da solo sulla base delle mie forze, delle mie convinzioni, del mio amore per la vita. Resisterò senza adeguarmi a ciò che non considero giusto. Non so se ciò significhi essere incapace di resilienza ma in fondo non la capisco molto questa parola che mi sa molto di accondiscendente quieto vivere. Anch’io nel mio profondo coltivo la non-resistenza di cui parlava Morihei Ueshiba, ma non-resistenza significa comunque agire, agire con consapevolezza, e ad agire siamo tutti chiamati soprattutto in momenti come quello che attraversiamo.
Più di tutto però sarà una gioia abbracciare, condividere e camminare insieme a compagni, amici e fratelli che - uniti a me - terranno accesa la fiammella della vita libera.

sabato 28 agosto 2021

Quale libertà?

 


Ho scritto poco fa in un commento che il green pass è solo un’idea sbagliata e ingiusta e come tale bisogna trattarlo. 

Un’idea di un mondo che rifiutiamo senza esitazione, un’idea marcia fin dalla nascita. 

Mentre scrivevo ho ripensato a una bella storia che ora vi racconto.


Il signor Gu Mei Sheng visse rinchiuso in una celletta di un carcere maoista per molto tempo.

Un carcere maoista: un’”idea” molto ma molto... concreta.

Non so se mi spiego: non i nostri appartamenti confortevoli, non le nostre dimore di vacanza, non le nostre case climatizzate.

Una celletta angusta, fredda e umida, dove passò lunghi mesi in isolamento, non so bene perché - forse perché dissentiva? Si ribellava? Diceva quello che pensava? - fatto sta che senza poter uscire, senza poter vedere la luce del sole, senza poter abbracciare i suoi amati, fu costretto, obbligato, forzato a cercare la libertà altrove.

Per sopravvivere. 

Per vivere.


Gu Mei Sheng aveva un compagno fedele, il Taiji Quan ed insieme a lui camminò avanti e indietro, per chilometri e chilometri, sulle sporche mattonelle che lastricavano i pavimenti della sua prigione. Trasformandole in sentieri senza fine e dalle molteplici sorprese.

Pian piano si aprirono ai suoi occhi insospettati paesaggi e, nelle infinite forme che esplorava ora dopo ora in compagnia dell’amico Taiji, si fece luce, prese corpo, crebbe in lui un’altra meravigliosa creatura a cui Gu diede il nome di “Uomo di Ch’i”. 


Gu e l’Uomo di Ch’i diventarono grandi insieme, scambiandosi i ruoli e nutrendosi l’un l’altro. In certi momenti l’Uomo di Ch’i usciva dal corpo di Gu e se ne andava in giro da solo; Gu lo poteva seguire con lo sguardo e con lo spirito, poteva godere della sua libertà infinita, apprezzare le sue forme mutevoli e senza confini apparenti.


Arrivò, dopo anni, anche il giorno in cui fu detto a Gu Mei Sheng, al suo fedele compagno Taiji quan e al suo conquistato amante Uomo di Ch’i, che potevano lasciare la loro prigione, potevano ritornare ad essere “liberi” : Gu rispose con un sorriso che la libertà, l’umanità e l’amore li aveva già ritrovati da tempo. 

Che nessuno, proprio nessuno, avrebbe mai più potuto privarlo di loro.  



giovedì 26 agosto 2021

Ohayō gozaimasu e poi mi siedo

 


È arrivata la mattina del rientro dopo quasi un mese di pausa.

Ritrovo i tatami del dojo e la sua quiete.

Riprendere l’Aikidō significa sveglia il mattino presto.

Uscire di casa quando le vie sono ancora semi deserte.

E i rumori di una città che ancora dorme sono quasi inesistenti.

L’effetto che mi fa è sempre lo stesso, un effetto immediato:

varco un po' assonnato il portoncino di legno e, una volta in strada,

è come se mi tuffassi nella vita, mi risveglio a me stesso.

Suoni, luci, colori e movimenti cambiano di natura.


Giungere al dojo per primo non è solo girare la chiave di una serratura.

Apro la tenda all’ingresso e nasce spontaneo un inchino verso il vuoto pieno.

Ohayō gozaimasu ! È un buongiorno dal cuore quello che mi sale alle labbra.

Saluto il signor Onizuka, Tsuda, Noguchi, Ueshiba, Sotigui...

i miei cari, i miei maestri, che stanno nei quadri, che girano nell’aria,

che abitano invisibili tra le quattro mura di questi spazi.

A volte ne saluto uno di loro in particolare, a volte li abbraccio tutti insieme.

Con Takashi Onizuka e Sotigui Kouyaté, la sensazione è speciale,

non c’è solo la vicinanza spirituale, ma anche una parte affettiva e una vibrazione fisica:

li ho conosciuti, li ho toccati, abbiamo riso e praticato insieme, 

sento il suono della loro voce, c’è qualcosa di caldo e di semplicemente umano che ci lega.

Quando li guardo, riecheggiano in me i momenti indimenticabili passati insieme.


Aprire la porta di un dojo non è un’azione che si fa per se stessi.

È un inizio che si ripete ogni giorno, una preparazione, un’accoglienza.

Entriamo sui tatami con abiti puliti, con i piedi nudi, con il cuore aperto.

Quando il clima è caldo come in questo periodo, non esito ad aprire tutte le finestre:

per far girare l’aria, per creare brezze e correnti, per rinfrescare l’ambiente.

Chi arriverà dopo di me potrà trovare un luogo gradevole e già in movimento.

Poi dispongo il foglio delle presenze all’ingresso, preparo la campana, accendo la candela, 

tocco il bokken o il che mi accompagneranno di fronte alla calligrafia

 e finalmente scendo giù e mi siedo.


Sedersi in terra, per trovare il proprio posto sui tatami.

Sedersi vuoti in uno spazio calmo e pulito.

Sedersi nel silenzio di un silenzio che si protrarrà per minuti infiniti e densi.

Sedersi e sentirsi: sentire la propria schiena, la propria base, le proprie gambe.

Sedersi e respirare dentro e fuori, cogliendo la vita incessante che scorre.

Sedersi e rinnovare, istante per istante, la consapevolezza che la Vita è.

Sedersi e rigenerare, istante per istante, la consapevolezza che il Sé ci respira e ci trascende.

Sedersi e ascoltare i passi di chi giunge e ti raggiunge.

Sedersi in un immobile movimento e gioire per qualcuno che si siede attento al tuo fianco.


Nulla di più bello, nulla di più semplice, nulla di più prezioso!

È la dimensione spirituale, quella sacra e pura, di quel tesoro che è l'Aikidō.

Senza di essa non c’è un dopo, non c’è una prospettiva, non c’è uno sviluppo.

Chi conosce, nel solo sedersi, il piacere di ritrovare la terra e la vita 

quando giungerà il momento di alzarsi e di camminare, 

quando risuoneranno i dolci rintocchi della campana, 

saprà incarnare e comunicare l’entusiasmo dell’incontrarsi e del praticare insieme. 



lunedì 16 agosto 2021

L'urlo della Grigna




Qui non è difficile.

Sia alzarsi la mattina, sia praticare, sia trovare un centro.


La montagna ti chiama, gli alberi ti abbracciano, il silenzio ti lava l’anima.

Come poco fa anche altre mattine di questo agosto caldo.

Scendo sul prato e non penso a niente.

Poi le gambe prendono posizione e i piedi sentono la terra.

L’aria fresca ti riempie il viso e i polmoni che è un piacere.

Il cielo con le sue nuvole quiete ti cura gli occhi e ti rigenera la vista.


Qui non è difficile.

Basta respirare e lasciare.

Lasciare tutto, lasciare se stessi, lasciare le forme.

Il movimento sorge da sé, guidato dal desiderio di sentire la vita.

Lo chiamano Aikido, Taiji, Qi qong, Katsugen, rumba guaguanco...

Io qui, sotto la Grigna maestosa, non li chiamo affatto:

la vita che si muove non ha bisogno di nome che la definisca.

Questi movimenti li vivo soltanto, fluttuando da uno all’altro.

In piena libertà, spontaneamente.


Qui non è difficile.

Anche perché sono vecchio ed è bello esser vecchi.

La maturità ti consente di andare all’essenziale velocemente.

Senza filtri, senza perdita di tempo prezioso.

Al di là delle forme, oltre al risultato, dimenticando l’imitazione.

La riuscita importa forse a qualcuno?

La Grigna ride silenziosa delle ansie della gioventù.

La Grigna sorride quando intravedi la permanenza del Sé.


Qui non è difficile.

Perché il nocciolo della vita è semplice.

E la natura non fa che ripeterlo.

Dietro tutta la complessità, dentro, sotto...

Il nucleo è semplice e leggero.

Scorre, fluttua come il vento, ti accarezza come il Ki.

La Grigna te lo urla.

Devi esser proprio sordo per non sentirlo.