venerdì 27 marzo 2015

Il mio Cammino di Santiago (2)


5 ottobre

Parto alle 6.30 da Saint Lizier e cammino nel buio. Su una strada nazionale piena di auto che mi sfrecciano a fianco. Arrivano le prime tentazioni: lasciare il cammino e procedere velocemente in autostop verso la Spagna accorciando le tappe francesi. Mi preoccupano anche le spese che devo affrontare qui in Francia. Tutto sembra piuttosto caro, soprattutto per dormire e mangiare. Se però scelgo “la via rapida” questo significa anche perdere di vista il ritmo tranquillo che cerco e trasformare il cammino in una serie di tappe con delle mete prefissate. Preferisco fare altrimenti e quando finalmente ritrovo la GR (grande randonnée) con i suoi segni di indicazione bianchi e rossi mi sento sollevato. Subito si aprono nuovi orizzonti, incontro tanti animali e scopro qualcosa di inatteso.
Sulla mia strada, ho già incrociato tanti alberi secolari. Ieri ho pranzato sotto a una quercia maestosa vicino a La Gransse (Clermont), oggi, sempre per la pausa pranzo, mi sono fermato davanti ad un enorme faggio dai molteplici tronchi. Nel sentiero che conduce dal Col de Portet fino a Escabiros i faggi secolari si succedevano e, ai loro piedi, era fitta fitta la vegetazione di bossi.
A Razecueillé ci sono due castagni assolutamente incredibili. Mai ne avevo visti di così grandi. Questa parte di mondo ha dei lati ancestrali e gli alberi che ho visto raccontano una storia quasi millenaria.
Stasera sono a Juzet d’Izaut, seduto all’aperto sulla terrazza dell’Auberge du Cagire. La padrona è sembrata sulle prime piuttosto scontrosa ma si è sciolta quando le ho mostrato i tre porcini freschi e sodi che ho trovato sul cammino. Me li prepara per stasera e le ho proposto di mangiarli insieme. Il più bello? Un porcino bianco meraviglioso… Me lo sono trovato tra i piedi nel bel mezzo del sentiero. E dire che quando li cerco non li trovo mai!
Avrò camminato per 25 km e mi sembrano tantissimi. Quando non ce la faccio più devo smettere di pensare e concentrarmi sulle gambe che avanzano, un passo dopo l’altro. Ce la farò ad arrivare fino a Santiago? È salda la mia motivazione? Sono domande a cui non posso ancora rispondere.

Stamattina, quando cercavo un passaggio ed ero in preda ad una “fatica spirituale” oltre che fisica, nessun’auto si è fermata. Eppure molte sono quelle che mi sono sfrecciate accanto. Mi sono detto: “Dio vuole che cammini e che non mi lasci abbattere alla prima debolezza”. Poi, come ho detto sopra, mi sono rincuorato ritrovando il sentiero senza macchine e ho camminato a lungo, da Saint Lizier a Luzenac. Arrivato a Luzenac avrei voluto visitare la bella chiesa del XII secolo ma era chiusa.
Proprio lì a fianco c’è un parco dove vengono allevati i daini. Erano tanti e tutti mi fissavano immobili. Allora ho fatto qualche passo e mi sono girato all’improvviso. Erano ancora tutti lì a fissarmi penetranti, non una testa che si muovesse. Cento daini o chissà quanti ed è come se avessero un corpo unico, un movimento unico, un’attenzione unica!

Tornando sulla strada mi sono detto: “Faccio l’autostop ma accetterò un passaggio solo se arriva subito”. Un’auto si è fermata immediatamente! A bordo due tipi gentili, dei “marginali” a modo loro  con un gran cane nero che ha viaggiato tranquillissimo al mio fianco. Quando ho intravisto il cane nero mi sono detto: “Ahi, è perché ho accettato il passaggio…”. Ma poi si è rivelato un animale assolutamente gentile e da non temere. Per ora ho incontrato molti cani e tutti molto diversi tra di loro. Quando sono liberi e mi si avvicinano abbaiando mi fermo e li lascio annusare il mio bastone. I cani non mi fanno paura.

8 ottobre

Sono due giorni che non scrivo!
Ora devo recuperare e non so nemmeno quando lo potrò fare…
Un incontro non voglio mancare di sottolinearlo, quello con François e Geneviève, a Juzet d’Isaut la sera del 5 ottobre. Sono arrivati stanchissimi mentre io ero fuori a rilassarmi le spalle affaticate e a godermi il sole del tramonto. La padrona dell’albergo si stava dimostrando inflessibile: niente più camere da affittare quella notte! Così ho incontrato i primi pellegrini del mio cammino proponendo loro di condividere la mia stanza. Abbiamo dormito insieme, loro sul mio letto, io per terra su un materassino gonfiabile. Sono stato molto felice di rendermi utile e - di già! - di non essere più solo. Di queste due persone così particolari e sorprendenti parlerò ancora in seguito perché ancora oggi siamo insieme.
Oggi ho camminato solo. È stata una lunga giornata nella foresta, tra colli e ripide discese, cominciata nell’oscurità del primo mattino. Al buio preghi Dio di non farti perdere il cammino. Poi tanti passi solitari senza incontrare anima viva fino a sera. Quando ti perdi nei boschi - soprattutto quando sei già stanco - non è mai facile. Ritrovare i segni bianchi e rossi della GR o la conchiglia gialla - sono le prime che vedo, a me sembra un sole che irradia - vuol dire tirare un gran sospiro di sollievo. È così ogni volta. Ritrovare il cammino ti conforta e non è poco.
Ho incontrato tanti animali selvatici e anche un cerbiatto ha galoppato davanti ai miei occhi.
Sono giunto abbastanza presto a St, Bertrand des Comminges, mi sono sistemato nel campeggio e ho dormito in un piccolo châlet di legno molto accogliente (come quelli di St. Michel du Var). I miei amici francesi, giunti poco dopo di me, hanno invece dormito in una casetta tonda, una piccola “chiesa russa”.
Verso sera ho fatto il mio primo lavaggio di panni che non hanno fatto in tempo ad asciugarsi per la mattina successiva.
Prima però ero stato a visitare la Basilica di St. Bertrand: è straordinariamente bella e misteriosa.
L’entrata della cattedrale è un vero e proprio ingresso. Si salgono molti scalini verso il portale e ci si prepara ad entrare sentendosi piccoli piccoli. La basilica domina tutta la vallata, imponente, ma all’interno l’atmosfera è sacra e raccolta. C’è grande respiro. È un luogo di silenzio che invita alla preghiera. Ho pregato anch’io ed ero quasi solo in questo spazio immenso. Mi sono sentito accolto e non sperduto. Durante il cammino nei boschi mi ero perso davvero, poche ore prima, e avevo potuto ritrovarmi grazie al rifugio St. Martin. Il nome mi aveva fatto pensare al père Martin di St. Michel du Var, alla sua lunga barba e al suo sorriso e mi ero fatto guidare da lui in quel momento non facile. Ora vorrei spedirgli una cartolina di ringraziamento.
Il paese di St. Bertrand respira anch’esso di una storia antica ed è ancora oggi un vero borgo medievale. Ovviamente durante l’estate subirà l’invasione di turisti o “pellegrini turisti” ma si sente il passaggio di uomini di fede.
La mattina successiva, di buon’ora, con François e Geneviève abbiamo imboccato un sentiero di campagna con il sole che sorgeva alle nostre spalle e una luce rossa infuocata nel cielo terso che avvolgeva la cattedrale. Cominciavo a sentire il senso del cammino che ci porta sempre verso ovest, verso dove il sole tramonta.
Il 7 e 8 ottobre, abbiamo camminato sempre insieme attraversando paesaggi dolci e ondulati. In media 25 km al giorno. Loro camminano già da un mese e hanno un ritmo regolare e ormai corroborato. Siamo molto diversi ma c’è una buona intesa tra di noi. Lei ha 68 anni e credo che lui abbia all’incirca la stessa età. Portano molto bene i loro anni. Cosa dire di loro? Lei ha cinque figli, è una donna di polso, volitiva, dal carattere forte e un po’ spigoloso. Cammina davanti a noi e vedo ondeggiare la sua gonna all’antica. Molto cattolica e un po’ rigida ma anche con una bella apertura interiore e una certa curiosità. È del 1936, lo stesso anno della mamma. Lei e lui si danno del “voi”. Lui ha fatto una carriera militare - credo che sia un colonnello - ed è un tipo gioviale anche se un po’ burbero. Parla a voce molto alta - come fanno i militari - scherza molto, brontola sempre, ama mangiare. Ha una camminata ancora giovanile. Lei ha un koshi - la parola giapponese che indica la zona lombare della schiena e il bacino - ben saldo e forte, lui un koshi un po’ rigido. Mi chiedo come siano nella vita “normale” e se potremmo passare tante ore insieme come facciamo ora senza annoiarci a vicenda. Ad ogni buon conto credo che sia stata per me una fortuna incontrarli. Ho potuto camminare più disteso e seguirli. Loro mi hanno in un certo modo adottato e ora ci prepariamo a trascorrere qualche giorno insieme in alta montagna.


Per ora mi sembra di farcela. Regolarmente, intorno al diciottesimo/ventesimo km di cammino ho una piccola crisi. Brucio tantissime energie e mangio enormemente. Questo bel lavoro del corpo ha un effetto purificante sotto tutti i punti di vista. È quello che cercavo quando ho deciso di intraprendere questo cammino.
Nei rari momenti in cui posso entrare in una chiesa ne approfitto pienamente e l’emozione è forte.
Cammino, cammino, cammino, cibo, riposo e poi ancora cammino.
Ogni giorno prepari l’indispensabile per il domani. Tutto è piuttosto semplice e quando si è tanto stanchi non ci si occupa molto del superfluo.
Oggi siamo giunti a Bagnères de Bigorre, domani tappa per Lourdes.




                                               Con Geneviève, dopo una giornata di cammino


9 ottobre

Nella notte faccio tanti sogni in cui riemerge R. e un’atmosfera tutta particolare che ricollego a lui. Nella semilucidità notturna mi dico che devo riuscire, nell’arco di questo viaggio, a liberarmi di questo uomo e del suo mondo. Non di lui in persona, evidentemente, ma di ciò che di lui lavora in me e che pesa. Di quella parte di me che oggi deve e può andarsene.

Fin dal primo mattino si svegliano dolori e sensibilità che evidenziano il lateralismo del mio corpo. Mi fa male tutta la mia parte destra, il piede, la gamba, la spalla. Lo zaino sembra completamente sbilanciato da quella parte.


10 ottobre

Nella giornata di ieri, tra Bagnères de Bigorre e Lourdes (circa 27 km), ad un certo punto ci siamo persi per davvero. Per ritrovare la strada abbiamo dovuto passare sotto a un fitto reticolo di fili spinati di una proprietà privata. Un uomo a cui avevamo chiesto aiuto ci ha detto che quella era l’unica soluzione per non allungare in modo eccessivo il cammino (in alternativa avremmo dovuto fare il giro della collina ovvero camminare per molti km…). “Attenzione però, perché i proprietari di quella casa sono gente strana. Sparano a vista - con il fucile! - su quelli che passano nella loro terra…”. L’impresa aveva quindi un che di avventuroso e rischioso e non sono mancati gli aspetti divertenti. Nel massimo silenzio e molto circospetti stavamo faticando per far passare oltre il reticolo gli zaini, i bastoni e tutto il resto quando si è avvicinato a noi un giovane asino molto vivace che ha cominciato ad annusarci tutto sorpreso. Noi infilati sotto al filo spinato e lui che ci manda il suo alito caldo sulla faccia. Quando poi ha capito che stavamo per allontanarci ha cominciato ha cominciato a ragliare fortissimo e a battere gli zoccoli sul terreno. Ci ha inseguiti al galoppo e voleva evidentemente che rimanessimo con lui! Niente spari comunque, probabilmente i proprietari dal grilletto facile dormivano o non erano in casa…
Tappa lunga quella di oggi e infine il “bagno” nella megatruffa di Lourdes.
Lourdes è una cittadina disgraziatamente e disperatamente profana. Invasa da migliaia di invalidi, di assistiti, di assistenti, di vecchi preti e suore zelanti.
L’atmosfera che si vive è assolutamente irreale.
I miracoli che ho vissuto personalmente sono stati due: il primo, semplicemente riuscire a giungere fin qui perché la fatica è stata tanta, il secondo, scoprire che l’unico bar aperto la domenica mattina alle 6.30 è un bar italiano dove ho potuto bermi un buon cappuccino con una brioche al cioccolato. Una bella soddisfazione in questa cittadina in cui esistono solo alberghi, alberghi, alberghi e negozi di gadget turistici. Qui non c’è nulla di santo e ho trovato invece quanto di più bieco e volgare possa offrire il panorama “religioso”.
Mi rimane impresso solo l’incontro con Gerhard, olandese alto due metri, con gli occhi blu e i boccoli da Gesù Cristo. Non nel deserto del Sinai ma in una mensa affollata e molto ospedaliera in cui sia io che lui ci sentivamo un po’ come dei marziani. Gerhard è in cammino dal 19 luglio ma ha ancora due anni di “strada” davanti a sé… È partito senza soldi in tasca e se l’è sempre cavata! Questo mi ha fatto pensare molto. Dice che la fortuna lo accompagna e che ogni sera ripete a sé stesso che le cose non potrebbero andare meglio. Buon viaggio Gerhard, è stato un piacere condividere con te questa fiasca di vino.

La mattina ho ritrovato i miei compagni di viaggio francesi e siamo filati via come treni da Lourdes.
Pochi km ed eccoci alle salite tanto attese e al il primo tuffo serio nei Pirenei.
Catene di montagne bellissime che si aprono davanti ai nostri occhi mentre avanziamo decisi. Pause ritmate e brevi, molto cammino silenzioso. Alla sera, prima di giungere nel bel rifugio tutto pulito e ordinato dove siamo ora, abbiamo avuto diritto alla prima pioggerellina di questi giorni. Ora, come tutte le sere, ho una gran fame e attendo con impazienza la cena. Bello aver fame in questo modo! Un bisogno semplice e naturale e la sensazione di meritarmi una buona minestra calda.

Qualche parola ancora sui miei compagni di viaggio di questi giorni.
Geneviève, in certi momenti mi ricorda T.: il tono della sua voce, una certa dolcezza mai scissa dalla chiarezza. La “rettitudine” nel suono delle sue parole. Quando chiede qualcosa a suo marito rievoca in me il modo che aveva T. di porre delle domande.
Mentre camminiamo la guardo con attenzione da dietro: i suoi passi sono regolari e corti, il suo koshi è forte, il bacino chiuso, i piedi diritti. Ne risulta un’impressione di grande centratura.
È una donna tutta di un pezzo, la chiamano la “generalessa” perché François è solo un colonnello e dicono che sia lei a tenere le redini in famiglia. Tuttavia, nemmeno lui è certo un debole. Di fronte al pericolo o alla circostanza difficile prende in mano la situazione, almeno finché può. Ha ancora una buona capacità di torsione della colonna vertebrale che lo aiuta ad agire superando i momenti di fatica. Il suo bacino, quando cammina, è più aperto: soprattutto il piede sinistro tende ad allargarsi. Dicono di me che se cammino con loro ci deve essere pure un motivo, che forse sono un angelo che può indicar loro la strada qui nei Pirenei. Potrei dire la stessa cosa di loro e comunque sono ben contento se posso rendermi utile. Sono anche consapevole dell’importanza di non essere stato da solo in questi giorni. Ho avuto bisogno della loro compagnia tranquilla per entrare nel “cammino” e per superare le difficoltà e le ansie iniziali. Ora le spalle fanno molto meno male e anche le gambe cominciano a girare a pieno ritmo. A tratti hanno davvero voglia, loro, di avanzare con slancio ed energia. Fa piacere sentire che si rafforzano e questa spinta che viene dal basso porta molta fiducia fresca alla mente.



11 ottobre

Siamo sul Col de Bazès, a 1500 metri. Sono le otto del mattino e questo sito è sacro e magnifico.
Tutto è tondo, il cielo è immenso e aperto, il silenzio è quello che si può ascoltare solo in montagna. Grazie Dio! Penso alle persone amate e all’Universo intero.

ƒm

Dopo aver pranzato, salgo da solo fino al Col de Tortes (1799m.). Incontro i magnifici e possenti cavalli dei Pirenei che mi osservano silenziosi e immobili mentre le loro criniere sono scosse dal vento. Raccolgo qui la pietra a forma di pesce che lascerò alla croce di ferro, tra molti giorni, sul cammino spagnolo.


                                 La Spagna è laggiù, dietro alle montagne… Qui tanti cavalli e silenzio.

lunedì 2 marzo 2015

Il mio Cammino di Santiago (I)

 
Il mio Cammino di Santiago
infiniti passi necessari
( ottobre-novembre 2004 )



Testi e fotografie
di Giovanni Frova



Premessa

Mi è capitato, poco tempo fa, di riprendere in mano i due piccoli quadernetti, uno blu e uno rosso, in cui durante i 45 giorni del mio cammino, avevo annotato il mio vissuto e i miei incontri di questo straordinario periodo che sempre rimarrà impresso nella mia memoria.
Certo, non ero riuscito a scrivere di ogni impressione o emozione vissuta ma… nemmeno ne avevo l’intenzione! Volevo soltanto lasciare qualche traccia scritta di questo mio percorso interiore e di questi passi sulle terre di Francia e di Spagna, qualcosa che un giorno lontano forse mi farà piacere rileggere e ricordare. E così, tra le mille cose dimenticate, o non raccontate, ne rimarrà almeno qualcuna che forse il tempo non cancellerà o che cancellerà solo più tardi. Qualcuna che mi farebbe anche piacere condividere con amici, persone vicine e, perché no, con i compagni di cammino, peregrinos, passati, presenti o futuri. Ho deciso allora di dedicare un po’ di tempo alla trascrizione in formato elettronico degli scritti di allora e, anche questa volta, come spesso accade per le trascrizioni fatte a distanza di tempo, il lavoro è stato piuttosto lungo e ha richiesto pazienza e riflessione.
Oggi, sei anni dopo, mi riconosco nella sostanza di quello che ho scritto e sono sempre lo stesso Giovanni di allora (che sente peraltro ciclicamente risalire in sé il desiderio di rilanciarsi nuovamente in una simile avventura). Se però dovessi riscrivere daccapo tutto quanto userei parole diverse, il che vale a dire che se dovessi intraprendere il cammino ora avrei nuovi slanci, nuovi stimoli, nuovi bisogni e anche nuove figure di riferimento, in terra come in cielo… Sono cambiato e sono cresciuto, come è normale e giusto che sia, forse sono diventato un uomo più maturo, chissà…
Detto questo, non esito nemmeno un istante a individuare nel Cammino di Santiago uno dei momenti fondamentali della mia crescita in quanto uomo. Un passaggio necessario, a lungo atteso e finalmente compiuto. Ecco perché, pur non riconoscendomi ora in tutto quello che scrissi allora, o rileggendolo con occhi diversi, ho deciso di trascriverlo pari pari per non alterarne la forma e la qualità. Questo testo non ha perciò alcuna pretesa letteraria - se mai avesse potuto averne – ma nella disparità di stili di scrittura, di ritmo, di intenti, riflette bene gli umori alterni, gli stati d’animo e gli entusiasmi di una persona che come me aveva deciso di affrontare un’esperienza di questa portata con un sincero desiderio di apertura e di scoperta. Tuttavia, nella mancanza di una struttura unitaria e nelle forme troppo diverse sta anche la parte debole dello scritto ma voglio lasciare al lettore il giudizio se sia effettivamente così. Per quanto mi riguarda, so che un filo sotterraneo collega e da un senso a tutte queste pagine scritte: non voglio però fare ora un lavoro a posteriori per renderlo più manifesto ed esplicito ma lascio a chi legge, se lo desidera, il compito di individuarlo. 
Con un cuore vuoto e poche idee in testa ho affidato ai miei piedi il compito di portarmi lontano, un po’ oltre rispetto ai limiti dell’orizzonte conosciuto fino ad allora. Ci sono riusciti, senza nemmeno eccessivi sforzi, e sono loro grato almeno quanto sono orgoglioso di me stesso per aver portato a termine questo viaggio in cui le difficoltà da superare non sono certo mancate. Ancora oggi provo un senso di fierezza.
Sì, fierezza è forse un termine più appropriato di orgoglio: il cammino è stato il mio primo passo verso la riconquista di una fierezza inopinatamente perduta nei mesi e negli anni che lo avevano preceduto. Ecco perché quando in seguito mi è capitato di dover presentare il mio curriculum vitae non ho potuto evitare di segnare in bella evidenza: 2004, Cammino di Santiago!
Ho deciso di intraprendere il cammino solo due settimane prima della partenza, sapendo di esso poco o niente: la mia preparazione sotto tutti i punti di vista era certamente scarsa e insufficiente… 
Ma era il momento giusto!
Per questo so che è assolutamente impossibile consigliare a qualcuno, ad un amico o ad una persona cara, di intraprenderlo. Per qualche viaggio o spedizione lo si potrebbe forse fare - anche se nutro qualche dubbio in proposito - ma non per questo particolare tipo di cammino. Bisogna aspettare che il bisogno interiore si manifesti in tutta la sua chiarezza e, a partire da quel momento, scompare ogni dubbio.
Quale bisogno? Quello che nasce e germina in ciascuno di noi e che noi soli, senza nessun aiuto o suggestione esterna, possiamo sentire.
Pazienza, prima o poi il momento buono arriva per tutti, a condizione che lo si desideri fortemente. A noi sta la libera decisione di coglierlo e assaporarlo oppure di non rispondere all’invito.
Io, in quei giorni, avevo davvero bisogno di ritrovare i miei piedi e di ridare fiducia alla loro saggezza. Mi sono affidato a loro affinché mi portassero a destinazione!
Per ore e ore li ho osservati, un passo dopo l’altro.
Avanzavano con sempre maggiore sicurezza e man mano che ciò avveniva cresceva in me un profondo senso di calma e di serenità semplice. Ancora oggi è così e quando le energie non scorrono, i pensieri mi opprimono oppure ho l’impressione di perdere il mio centro, allora cammino e in quei passi ritrovo il suono e il sapore di quegli altri infiniti passi e l’eco lontana di un’Altra infinita Presenza…

Kyoto, 22 agosto 2010 






 3 ottobre

Ecco, sono semplicemente qui, al punto di partenza.
La croce di Mas d’Azil, forte e di legno, che guarda il villaggio dall’alto.
La croce che è caduta quando la mamma è morta, nel settembre 1984, e che poco dopo è stata rimessa al suo posto.
La croce che per tutto quest’anno mi ha accompagnato e sostenuto.
Che mi ha invitato a mettermi in piedi e a starci.
Stare dritto sulle mie gambe.
È l’obiettivo di questo mio viaggio verso Santiago di Compostela di cui questa croce è il simbolo, la causa e il fine.
Signore, Padre nostro, Dio che sei nei cieli e nella terra, che sei in ogni essere vivente e in ogni cosa, che sei luce e che sei amore, Signore io ti prego.
Ti prego di accompagnarmi fino a Santiago e di sostenermi nei momenti di debolezza che si presenteranno.
Ti prego di mantenermi in un cammino semplice e retto, di darmi un ritmo secondo natura, di portare la quiete nel mio cuore.
Fai che sia davvero aperto, il mio cuore, e che i miei occhi vedano.
Che l’Altro possa penetrarmi e che io sappia accoglierlo senza ostacolarlo.
Che qualcosa possa veramente cambiare in me e che le lacrime bagnino le mie guance e riscaldino il mio cuore.
Signore, ti prego ancor di più di accompagnare le persone che amo e che non possono fisicamente partire con me. Sii con loro e ascolta le loro preghiere silenziose o pronunciate. Scalda i loro cuori nei momenti di sconforto e assistile.
Domani mattina presto caricherò lo zaino sulle spalle, prenderò il mio bastone di bambù e mi incamminerò in un sentiero sconosciuto. Finalmente il salto nel vuoto e un po’ di rischio nella mia vita.
Gratitudine immensa per chi mi consente oggi di partire.




 4 ottobre

Prime impressioni!
Alle 5.45 mi sveglio e sveglio C. perché possa andare all’Aikido.
Poi mi riaddormento fino alle 7.30.
Fuori è ancora buio.
J. mi chiama cinque minuti prima della mia partenza per augurarmi “Bonne marche!”.
Mi dice anche che oggi è il giorno di San Francesco di Assisi e che è un buon giorno per mettersi in cammino…
Lascio la casa di Mas d’Azil solo dopo aver colto qualche fiore nel giardino.
Faccio i miei saluti, chiudo a chiave la porta e…
Sono partito!
Lo zaino pesa troppo, lo sento da subito. Mi pongo seriamente la domanda se riuscirò a fare 1000 km con questo peso. Andando lento lento, forse. Comunque sia, non ho fretta… Devo anche abituarmi un po’ e rinforzare i muscoli dorsali.
Due cani abbaiano al mio passaggio qualche casa più in là. Li trovo proprio subito sul mio cammino, i cani, e sembrano piuttosto cattivi! Passo davanti a loro senza badarci troppo e si quietano.
Poi la grotta a piedi.
Mi sembra di passarci per la prima volta.
Vedo l’acqua limpida, giù in basso, all’ingresso, poi entro nell’oscurità silenziosa.
Peccato che ci siano le luci artificiali ad illuminare la strada. Sono comunque tenui.
La grotta mi appare oggi in tutta un’altra luce. È maestosa e antica, con spazi immensi che si aprono man mano che si avanza nel cammino. Mi fermo nel mezzo e nel silenzio recito due volte, a voce alta, il Padre Nostro. Lo recito in francese, nella versione che mi ha dato J.. La seconda volta ha davvero una risonanza. Poi vado verso la luce intensa che si intravede all’uscita della grotta.
Doveva cominciare così il mio viaggio: con un tuffo nell’oscurità e una prima rinascita. Come Jonas con la balena. Poi, prima di sedermi sul sasso piatto dove sono ora - poco prima di La Plagne - incontro un martin pescatore che mi passa davanti come un siluro e vedo una zucca dalle dimensioni immense.
E ora, in cammino!

ƒ

Arriva la prima sera… ed è già arrivata anche la prima crisi.
Ho assaporato le prime difficoltà oggi.
La strada e il sentiero non finivano più e lo zaino è terribilmente pesante!
Ora sono seduto in un gradevole ristorante di St. Girons, in attesa di un Couscous Royal, le cose vanno un po’ meglio ma insomma… sarà dura!
Tanti momenti diversi in questa lunga giornata…
Davanti a La Plagne ho raccolto delle noci pensando a C. e subito dopo, incredibilmente, i zelantissimi gendarmes di Mas d’Azil si sono fermati con la loro camionette proprio di fronte a me e sono scesi per chiedermi “les papiers d’identité”…
Era lo stesso gendarme con cui quest’estate avevo parlato a lungo per via di un furto che c’era stato nel Foyer rural del paese eppure… non mi ha riconosciuto!
Come se solo pochi passi e un vestiario diverso avessero fatto di me un altro uomo.
Poi, la mia voce deve avergli risvegliato la memoria e abbiamo finito per parlare a lungo di quattro giovani che erano stati individuati come i colpevoli. La situazione era grottesca a dir poco e loro non riuscivano a capire che ero partito per un lungo viaggio.
Continuando…
A un certo punto l’airone è passato sopra la mia testa ed è stato il segno che C. era con me.
Che belli i sentieri, prima pianeggianti e poi man mano sempre più in pendenza. Le prime salite… Paesaggi incantevoli e un sole splendente e caldo.
Tante cose da mangiare, per strada: castagne, noci, mele, more, funghi…
Le more davvero mi hanno sorpreso. Ero nel pieno della salita e in un momento di fatica: ecco che un ramo pieno di more mature e giganti è piovuto dal cielo proprio nel mezzo del sentiero. Non rimaneva che cogliere e assaporare i dolci frutti. Ho pensato che il buon dio provvedeva ai miei bisogni e ho lasciato una parte delle more per chi, dopo di me, sarebbe passato. Lui o lei?
Due georgiani mi hanno dato un passaggio in auto per qualche km. L’ho accettato volentieri. Uno guidava e restava in silenzio. L’altro parlava allegramente delle bellissime ragazze della Georgia: “Le russe poi… sono le più belle in assoluto!”.
Dopo un po’ di strada ancora a piedi sono giunto a Saint Lizier e mi sono diretto subito alla cattedrale. Quando sono entrato vi regnava un gran silenzio e un’atmosfera di concentrazione. Ho pregato a voce alta e sinceramente. Questo è un luogo sacro che amo molto. Qui, solo in questa chiesa accogliente e semplice, mi sono sentito all’inizio di un lungo cammino. Il Cristo grandissimo nell’abside centrale ha una carica umana straordinaria e commovente. E i santi-amanti affrescati al suo fianco esprimono davvero cosa sia l’unione. Un luogo unico!
La sera ancora autostop per venire qui a mangiare. Si è fermata per darmi un passaggio una signora non più giovanissima ma con un lato misterioso e una grande dolcezza. Abbiamo parlato del mio viaggio e lei alla fine, sorridendo, mi ha detto: “Je crois que votre voyage sera beni…”. Merci, questa benedizione mi ha dato coraggio in un momento di sconforto.

giovedì 5 giugno 2014

Movimenti chiari

Uno spazio così chiaro non può che accogliere persone e pratiche chiare.
Perché l'acqua rimanga limpida è necessario che scorra.
Il movimento è sostanza ed espressione della vita.



giovedì 22 maggio 2014

AIKIDO TV interviews

AIKIDO in TV  (ci daranno un po' di spazio anche se non fa audience?)

Sguardo allegro sull'Aikido nel bel servizio di Mimmo Lombezzi. Mi fa piacere condividerlo. Voi che ne pensate? Ma sopratutto, se vi attira, venite a praticarlo insieme a noi. Le porte del dojo sono aperte.

 

venerdì 14 marzo 2014

Grazie Sotigui (3)

 
(continua...)



I ricordi che affiorano alla mia mente rispetto a ciò che ci siamo detti negli incontri di quei giorni sono tanti. Più ci penso e più ne emergono. Sarebbero necessarie molte più pagine di queste per scriverne compiutamente.
Qui, in questa che in fondo è solo una breve lettera d’amore, non posso che rimanere molto generico descrivendo qualche immagine, qualche impressione, qualche sensazione. Immagini, impressioni e sensazioni che da allora sono rimaste molto vive in me e che hanno fatto un lungo cammino in parti profonde e misteriose del mio essere. Esse continueranno ad accompagnarmi, credo per sempre.

Mi hai parlato dell’albero che è in me e in tutti noi, delle sue radici che affondano nel profondo della terra, della sua crescita, della sua apertura. Del seme da cui trae origine, dell’acqua e del sole che ne favoriscono la germinazione. Tutte cose semplici, già dette forse, anche già sentite… ma pronunciate da te, con le tue parole e i tuoi ritmi, che risonanza acquisivano e che pertinenza con il momento che attraversavo!
Essere un albero, in tutta la sua fierezza, essere un animale selvatico, in tutta la sua fierezza, essere un uomo, in tutta la sua fierezza. La fierezza naturale… di essere vivi. 
Dobbiamo credere in tre cose: credere nella vita che rende animata ogni cosa, credere in noi stessi che la incarniamo e credere in quello che facciamo, che la nobilita. Lo dicevi stringendomi le mani e facendomi sentire concretamente la vita che entro di esse scorreva e univa le nostre presenze.
Non dobbiamo dimenticare però di essere vigili e attenti, aggiungevi, giorno dopo giorno, perché dai semi nascono gli alberi e i frutti ma anche le male erbe e queste bisogna avere la perseveranza di tagliarle man mano che crescono…
Sempre cercando di dirigerci verso la parte migliore di noi stessi poiché se è vero che la perfezione non è di questo mondo possiamo comunque puntare sempre alla qualità.





Facendomi parlare hai ridato all’albero che è in me il suo spazio naturale. Mi hai aiutato a lasciar andar via tanti pensieri e sofferenze ormai inutili per lasciare spazio ad una natura nuova - o antica? - che chiedeva di vivere. Appena la mia bocca finiva per tacere allora parlava la tua e mi raccontavi una bella storia…
Quando cominciavi si sapeva che la storia aveva inizio ma non se ne intravedeva la fine… Ci si metteva l’animo in pace, si sospendeva il tempo e si ascoltava.

Una storia che allora mi aveva molto colpito e che ho sentito vicina e corrispondente al mio vissuto è la parabola della crescita di una persona, attraverso diverse generazioni, nella società mandingue. In fondo si tratta della stessa storia dell’albero nelle sue varie epoche. La racconto per grandi linee, tralasciando tutti i particolari e prendendo mille “scorciatoie”. Vorrai perdonarmi…
Dopo la nascita, il bambino trascorre sette anni con la madre, da lei apprende quasi tutto, lei è il suo unico riferimento o quasi.
Nei secondi sette anni scopre la “scuola della strada”, la fonte principale dell’apprendimento non è più dentro la casa ma fuori dove il bambino incontra e si confronta con diverse realtà nuove. In questo periodo torna sempre dalla madre per raccontarle le sue scoperte, per renderla partecipe e per sentirsi sostenuto e approvato da lei.
Nei terzi sette anni cresce il desiderio di autonomia e di indipendenza. Il ragazzo, per affermarsi, può arrivare anche a ribellarsi alla madre o ad essere in disaccordo con lei e la famiglia sul modo di agire e su ciò che deve fare. Intanto però tempra il proprio carattere, impara a difendere le proprie idee e a sostenersi da sé.
Dai 21 anni ai 42, cioè per tre cicli di sette anni, egli cerca un maestro da cui apprendere un’arte, per esempio un artigiano manifatturiero, un artigiano “della parola”, un musicista, un agricoltore ecc. Durante tutti questi anni egli lavora, anche duramente, ma il suo lavoro principale è quello di apprendere e di ricevere un insegnamento.
A 42 anni, e non prima, un uomo ha diritto di sedersi tra gli anziani del villaggio, tra coloro che prendono le decisioni determinanti per la vita della comunità.
Dai 42 anni ai 63 anni, per altri tre cicli di sette anni, è il tempo di restituire alla società quello che si è fin lì ricevuto. Ognuno con i mezzi che gli sono propri, riconoscendo le proprie qualità ma anche accettando i propri limiti, trova il modo di offrire nutrimento, nelle sue forme più svariate ad altri che vengono dopo di lui.
E così, a 63 anni, si giunge “à l’age du gain et de la perte”, l’età del guadagno e della perdita. Si guadagna in saggezza ma si perde la capacità e la forza fisica di attuarla nella realtà concreta.
Affinché la “nostra” saggezza non si estingua con il consumarsi del nostro corpo è necessario che essa possa vivere in un corpo più giovane. Per questo, già molti anni prima avevamo cominciato a intraprendere il cammino che consiste nel restituire al mondo - ai giovani - quello che dal mondo - dagli anziani - si è ricevuto. Dunque a 63 anni si è liberi da vincoli e doveri verso la società, liberi di continuare a insegnare, condividere, trasmettere ma anche liberi di ritirarsi poco a poco e di cominciare a percorrere pian piano “la via del ritorno alla terra”.

Tutta questa libertà di cui mi parlavi, unita alla natura, la fierezza, gli alberi che crescono, la terra che accoglie, le mani che parlano… quanto mi piaceva tutto questo! Questa semplice filosofia, così corrispondente alla mia, con chiarezza mi faceva intravedere un mondo in cui libertà e convivenza possono coincidere, in cui la realizzazione personale non fa rima con la solitudine, in cui la responsabilità - verso di sé, verso gli altri, verso la vita - è un atteggiamento naturale e aperto e non chiuso e opprimente.

Mi hai parlato molto di quelli che nella tua Africa definite i vostri “padri”. In altre culture vengono chiamati maestri, guru, guide, voi dite semplicemente padri.
Un padre è come un uccello che vola e un figlio è un uccello che vola dietro di lui. Finché un giorno il figlio esplora nuovi cieli e vola per conto suo.
Il padre si realizza attraverso la libertà del figlio.
Il suo amore verso di lui non è esclusivo né possessivo. Il suo sogno è di vederlo volare via con le ali forti. Nella vita abbiamo tutti molti padri e molti figli ed amarne uno non solo non ci allontana dall’altro bensì ce lo fa riscoprire ed amare ancora di più. Questo l’ho potuto riscoprire grazie a te Sotigui, che ti definivi mio papà. Un papà che riunisce le famiglie e non le spezza. Un papà griot che adempie così pienamente alla sua funzione di griot. Per questo provo per te una gratitudine infinita, perché mi hai permesso, tanto per fare un esempio, di riavvicinarmi alla mia famiglia biologica - al mio primo padre Giulio, a mia sorella Camilla e a mio fratello Martino - quando altre false piste che avevo seguito in passato mi ci avevano invece allontanato.

Per me sei stato come un vento e anche molti altri ti hanno sentito come tale.
Un vento che ha soffiato con continuità, tenacia e dolcezza.
Uno di quei venti di cui questo pianeta ha tanto bisogno perché portano con sé semi, voci e parole antiche. Hai soffiato dall’Africa verso i cinque continenti.
A noi ora il grande piacere di volare in questa brezza…

                                                                                              Ton fils,
                                                                                                              Giovanni


mercoledì 12 marzo 2014

Dakar, diario di un'immersione (3)

 
Assan M’Baye, angelo custode

Fa parte della vecchia generazione, Assan, di quelli che danno e non chiedono nulla in cambio. Soprattutto non chiedono soldi. Credo siano rimasti in pochi. Percussionista eccelso, tutti lo conoscono a Guele Tapée e alla Medina. E’ un accompagnatore nelle formazioni di sabar (non un tambour-majeur) ed è stato il mio accompagnatore durante la mia permanenza a Dakar. Con amicizia e affetto sincero. “Yaay sama xarit”, tu sei mio amico. Non ha mai smesso di dirmelo.
Oggi, primo giorno senegalese, è con lui che esco e muovo i primi passi per le strade del mio quartiere. Compro una scheda telefonica locale per il mio cellulare. Qui costano pochissimo, 2500 franchi cfa, circa 3 euro. Tutto, tranne l’acqua in bottiglia e poche altre cose, per noi risulta davvero economico. Ora potrò ricevere telefonate e farne senza dipendere dalle cabine. Soprattutto potrò prestare il telefono a tutti quelli che, pur muniti di cellulare, hanno il credito immancabilmente scaduto.
I negozi che danno sulla strada sono quasi tutti piccolissimi. Cosa li differenzia? Alcuni sono pieni di merce altri ne scarseggiano. Qualche scaffale desolato con poche scatolette e prodotti contati sta alle spalle di un venditore dall’aria triste. Il suo vicino ha invece successo e lo si vede: troneggia fiero nella sua boutique stracolma di tutto. I negozi sono aperti e non hanno vetrine, quindi non si entra dentro. Hanno tutti un bancone di vendita che da sul marciapiede. Sono disposti in continuità, uno a fianco dell’altro. Fuori ci sono panchine e sedili, comunque quasi sempre uomini seduti. Le donne passano e acquistano senza fermarsi troppo. Loro hanno da fare, a differenza degli uomini. In ogni negozio si mercanteggia il prezzo che, come tutto il resto qui, è flessibile e soggetto a mutamenti continui. E poi si parla, si scherza e si fa conoscenza.
Dall’altra parte della strada c’è il mercato di Soumbédioune, di dimensioni medie. All’esterno l’abituale schiera di negozi di strada, all’interno un dedalo di spazi e sottospazi dove si vende di tutto e si fatica anche solo a passare. Sarti e stoffe ovunque, poi spezie e incensi, verdure e frutta, carne, pesce e un’infinità di mosche.
Se devi acquistare devi farti avanti. Nel senso che se anche si formano delle piccole code di clienti non per questo i turni vengono rispettati. In genere acquista per primo colui che coglie il momento giusto per accaparrare l’attenzione del commerciante per chiedere quello di cui ha bisogno. Se non ti fai valere puoi anche essere superato da cinque, sei persone, una dopo l’altra, e rischi di aspettare tempi lunghissimi. Superare o essere superati non è sconveniente né riprovevole. A differenza di quello che succederebbe da noi, nessuno si incazza se viene bruciato sul più bello da un altro più rapido. “C’est la vie…”.
Questo lo capisco anch’io da subito, la gente sembra più paziente e meno nervosa. Forse sono soltanto meno stressati degli europei e quindi meno inclini ad incollerirsi per motivi futili e di principio. Non saprei dire. Eppure se penso alle code agli sportelli delle poste in Italia o in Francia e alla fredda e silenziosa noia che vi regna, ovviamente interrotte di tanto in tanto da inviperiti cittadini che protestano contro le mancanze dello Stato o dell’amministrazione pubblica… e se confronto tutto questo con analoghe situazioni di attesa vissute in mezzo agli africani e ai senegalesi dove, nell’attesa, le persone ridono, scherzano e soprattutto comunicano tra loro… Sì credo davvero che la capacità di attesa paziente sia nel DNA di ogni africano. Paziente non significa per forza succube. Vedi gente che attende senza farne un dramma, tutto qui. Forse anche perché non c’è alcun rischio di arrivare in ritardo da qualche parte. Qui il ritardo non esiste, o meglio è semplicemente parte integrante della realtà di ogni istante. Si è sempre in ritardo quindi non lo si è mai, quindi non c’è motivo di stressarsi. L’ora dell’orologio davvero non sembra contare più di tanto. E’ rispettata, è un segno di civiltà e di modernità, ma a ben vedere fondamentalmente superflua. Il mondo avanza per conto suo indipendentemente dalle lancette dell’orologio.
Rispetto alla pazienza ho molto altro da dire. Lo farò in seguito. Credo che si possa dire che la pazienza sia uno dei principali insegnamenti che possiamo trarre dall’Africa. Pazienza significa anche respirare profondamente.

Lasciamo Soumbédioune alle nostre spalle e ci dirigiamo verso il mare. Non è lontano e conto di andare in spiaggia la mattina presto per praticare il taiji. Prima delusione… Solo per arrivarci, a questa spiaggia, si devono superare zone talmente maleodoranti che devo tapparmi il naso. Attraversiamo un ponticello su un canale che è una vera e propria cloaca a cielo aperto. Mare? Luogo dove tutto si scarica e che tutto non può assorbire. Le belle barche colorate mi lasciano piuttosto indifferente perché le immagino galleggiare sulla merda liquida. Cercherò altre spiagge per il taiji. Amul problème, nessun problema…
            Continuo a camminare a fianco di Assan. Il suo passo è lento e dinoccolato. Mi rimarrà impresso quel suo modo di ciondolare un po’ indolente ma per nulla sgraziato. Mentre cammina, non credo che pensi ad altro. Credo che cammini e basta. Semplicemente. Mi piace stare con lui e i lunghi silenzi sono gradevoli. Lasciano spazio per eventuali incontri. E consentono ai miei occhi di impregnarsi poco alla volta, senza fretta, di questo nuovo mondo, di questa luce così intensa, di una città che non conosco ancora. Sento che Assan rispetta il mio ritmo. Questa qualità me la offrirà anche nelle lezioni di percussioni con il sabar che già dall’indomani gli propongo di darmi. Apprezzerò molto il suo insegnamento silenzioso e mite.


 Per strada

E’ bello camminare in queste strade. Tutto è in movimento e rumorosamente vivo. Nei primi giorni ho l’impressione di essere osservato. Poi la sensazione cambia e comincio a sentire che il quartiere ormai mi conosce, sa chi sono: il tubaab che balla e suona il sabar (fecc ak tëgge). I bambini verranno ogni volta a darmi la mano e a far risuonare la pelle tesa del tamburo che mi sono fatto costruire da Assan. Mi vengono alle spalle e ci battono su allegramente. Da lontano mimano il gesto di chi suona il sabar. Tra i tanti giochi che fanno per strada, l’attività musicale ha il suo spazio privilegiato. Ogni tanto li vedi correre con taniche di plastica e bacchette di legno tra le mani. Si affrettano per raggiungere altri coetanei dotati di simili strumenti rudimentali. Insieme, formano veri e propri ensemble di percussioni. Poco importa se gli strumenti sono improvvisati, la musica che producono è viva e riconosco i ritmi. E’ solo un’imitazione degli adulti che hanno continuamente l’occasione di ascoltare o l’espressione di una musica che hanno nel sangue fin dalla nascita? Poco importa, è bello vederli compresi e contenti di battere sulle loro ghirbe colorate. Molti di loro imparano così a suonare. Sicuramente sognano i veri sabar che un giorno lontano potranno forse permettersi. Potessero i bambini di Milano suonare per strada o semplicemente giocare come fanno qui.
Giochi semplici. Adoro quello del bastone a cui è appeso uno spago con dei pezzettini di carta colorata o di stoffa che vengono sventolati a destra e sinistra. Il bambino corre trascinando dietro di lui questi mini aquiloni. Lo spago diventa invisibile e si vedono soltanto questi esseri luminosi e svolazzanti che descrivono circonvoluzioni morbide e leggere. In genere le carte volanti dell’uno si incrociano e sfiorano quelle dell’altro. Un gioco che evoca qualcosa di assolutamente poetico, che sorprende e ti lascia incantato per la sua semplicità. Scaturisce dalla sola fantasia dei bambini e credo esista qui da tempi lontani (io stesso lo avevo già visto nei film). Non si avverte il bisogno di case produttrici di giocattoli.
A calcio giocano in tanti. In mezzo alla strada, spesso in spazi ristretti. Abilmente vengono evitate le auto che passano di continuo. Gli autisti suonano il clacson per segnalare che stanno arrivando anche se poi mica frenano. Il pallone vola, non di rado sbatte contro le macchine o finisce tra i piedi di passanti che non fanno una piega. Incredibilmente nessuno protesta, nessuno si incazza per le pallonate ricevute. Nessuno si rivolge ai bambini per rimproverarli o scarica contro di loro la sua rabbia. In molti casi c’è un’assoluta indifferenza, una non reazione dovuta forse ad un’elevata capacità di sopportazione. Fa parte della normalità ricevere pallonate mentre si cammina per queste vie, così come lo spostarsi con rapidità mentre i taxi ti sfrecciano accanto senza rallentare. Qualche grande rilancia la palla cercando il colpo ad effetto, ricordandosi di esser stato anche lui bambino e di aver giocato nelle stesse condizioni.
In ogni caso, qui puoi sederti sul lato della strada e rimanerci a lungo senza annoiarti. Guardi la vita che scorre davanti ai tuoi occhi. Si passa molto tempo a guardare, forse perché i momenti “produttivi” non occupano tutta la giornata ma sono intervallati da tanti momenti vuoti. Guardare senza scopo però non è affatto privo di interesse: si imparano molte cose, si partecipa a tante avventure senza molto sforzo. Gli occhi lavorano mentre il cervello riposa.
Qui, tante cose avvengono fuori, in mezzo agli altri. I falegnami e gli artigiani lavorano davanti a tutti, i meccanici smontano e rimontano da cima a fondo le auto, perfino le preghiere sono per strada: un ragazzo ogni giorno all’ora indicata stende il suo tappeto proprio davanti alla casa in cui abito e si concentra sulle sue invocazioni. Ancora, il venerdì pomeriggio, alla preghiera delle 14.00, centinaia di persone pregano sulle stuoie di paglia stese sui marciapiedi. Per mezzora la via è bloccata e non si può passare.
Ecco, forse mi sento di dire questo. Da noi, in Europa, c’è il dentro – la casa, l’appartamento, l’ufficio, il negozio – e il fuori – la strada. A Milano, quando si esce per strada è il più delle volte per spostarsi da un “dentro” ad un altro “dentro”. Circolare per le nostre vie si limita essenzialmente ad uno spostamento. Ogni tanto si fa una sosta al bar, c’è bisogno di pausa. Comunque per strada, di giorno, ci si muove: non ci si ferma più di tanto, non si sta, non si è. Il percorso per strada ci separa da un prima e ci porta ad un dopo. Il prima e il dopo ci appaiono importanti – produttivi – il trasferimento dall’uno all’altro, tempo sostanzialmente perso – improduttivo. A parte i clochard o chi chiede l’elemosina, chi altro sta seduto sul marciapiede solo per essere lì, per vedere, per esser visto?
A Guele Tapée quando sei per strada sei ”dentro”: dentro al mondo sociale, al mondo del lavoro al mondo della condivisione. E’ molto forte la sensazione che provi arrivando in strada e difficile da spiegare: più che di uscire senti forte il fatto di “entrare” in qualcosa. Tutto o quasi si svolge lì. Se devi percorrere a piedi una via di duecento metri ti fermi almeno dieci volte a salutare qualcuno o a rispondere a chi ti chiama. Ovviamente poi tutti sanno tutto di tutti. Vivere in incognito credo sia assolutamente impossibile. Qualunque cosa tu faccia, c’è sempre qualcuno che ti vede e ti osserva. Non si possono scattare foto alla leggera. Ogni foto è per così dire un atto di coraggio e segue a una decisione presa. Certi giorni non mi sentivo abbastanza forte per farne. Perché immancabilmente ogni foto fa scaturire un commento, una proposta di dialogo o di scambio verbale. Questa società ti ingloba rapidamente nel suo complesso tessuto di relazioni sociali, la vita solitaria non credo sia nemmeno immaginabile. Fare foto viene letto come un’immediata richiesta di comunicazione, subito i senegalesi ti rispondono, ospitali e curiosi come sono!

mercoledì 5 marzo 2014

Grazie Sotigui (2)

(continua)


 
Del nostro incontro, di come sia avvenuto, dirò pochissimo. Me lo hai fatto raccontare innumerevoli volte ai tuoi ospiti, ai tuoi amici e a chi da te incontravo. E ogni volta mi hai ripreso, hai rettificato, hai corretto le mie parole. “Non prendere delle scorciatoie!” mi dicevi. Volevi che dicessi tutto fino in fondo perché tutto, anche il minimo dettaglio, aveva un senso.
Ogni cosa, poi, un senso lo acquisiva mentre la si diceva. Un senso che andava trasformandosi ogni volta perché questo è quanto succede a ciò che è vivo, nulla è immutabile, tutto si trasforma. Anche la verità vive e si muove. Così il passato non è solo più passato ma vive nel presente. Così la ripetizione non è solo ripetizione sterile ma parola feconda che suscita e risuscita. Mentre parlavo del nostro incontro, della storia che abbiamo condiviso, ormai finivo per ascoltarmi con le tue orecchie… E’ questo l’insegnamento africano, perlomeno quello di Sotigui Kouyaté. Ero io a parlare o eri tu? Che importa, in fondo, parlavamo insieme ed era bello. “Non bisogna aver timore di guardare negli occhi chi ti sta in fronte” dicevi “perché in lui riconoscerai te stesso e finirai anche per accorgerti che le cose che ci separano dagli altri sono molte meno di quelle che ci uniscono”.
Non dirò nulla ora di quel che è accaduto quel giorno sulle rive del Naviglio Ticinese, delle circostanze speciali, dei fatti. Perlomeno non ne scriverò perché le parole scritte rimangono ferme e, una volta scelte, in qualche modo smettono di vivere. Forse mi capiterà di raccontarlo ancora a qualcuno, con le parole vive, e tu salterai fuori dalla terra per dirmi con dolcezza e fermezza: “Mon fils ce n’est pas comme ça que les choses se sont passés, il faut tout dire…”.
Ecco, ora, solo ora mentre scrivo, capisco…
Non è ciò che è accaduto, non sono le circostanze piuttosto speciali in cui esso avvenne a conferire  importanza al nostro incontro. Non per questo insistevi tanto che ripetessi questa storia ogni volta. E’ piuttosto il raccontarlo in sé che ne ha svelato il vero senso. Mi accorgo - comprendo anche - di come attraverso quel racconto tu abbia potuto trasmettermi un insegnamento. Un insegnamento senza forma fissa né punto di arrivo, un insegnamento aperto che lascia dire al tempo cosa sia giusto e cosa non lo sia. Non si arriva al senso delle cose e alla loro comprensione con uno sforzo o precorrendo i tempi. La comprensione, la consapevolezza, la saggezza vengono da sé, emergono quando i tempi sono maturi.
Mi hai insegnato così a non avere fretta: “Figlio mio, non puoi correre e grattarti i piedi allo stesso tempo” e lo hai fatto con ironia, usando tante volte le splendide storie africane così piene di metafore oppure dei semplici proverbi che mi sono rimasti impressi nella memoria.
Una sera, in un ristorante di Milano, eri molto stanco, quasi da non riuscire più a stare in piedi, ed io che in quei giorni ti facevo da assistente volevo correre a cercare l’auto per portarti in albergo. “Vado e torno in cinque minuti” ti ho detto. Tu hai fatto un gran sospiro e mi hai risposto: “Sai, è davvero tempo che tu vada in Africa… Ora stai partendo, è vero e lo puoi dire, ma quando e tra quanto farai ritorno pensi davvero di poterlo sapere?”.
Comunque sia, quel giorno di nove anni fa, alla fiera di Senigallia, insieme a me c’erano Jeanne e Chama e tutto ha fatto sì che ci incontrassimo. Se è vero, come dici tu, che il caso non esiste ma che esistono solo gli incontri, posso solo confermare come il nostro sia stato un vero incontro, uno dei più significativi e preziosi della mia intera esistenza.

Ti devo ringraziare…
Così a caldo, non posso trovare sufficienti parole per esprimere tutta la mia gratitudine ma qualche piccola cosa la vorrei comunque dire. Poi, nei mesi e negli anni a venire saranno molte altre le occasioni di rievocarti in modo più compiuto. Per il momento non mi lascio prendere dalla frenesia di voler dire tutto a lascio venire solo le prime cose che affiorano. Mi gratto i piedi, come se grattassi la lampada di Aladino, il tempo di correre verrà forse in seguito.

Ci siamo ritrovati alla fine del 2004 a Parigi dopo un periodo in cui non ci eravamo più sentiti. Rientravo dal Cammino di Santiago e cominciavo ad uscire dal periodo più difficile e più triste della mia esistenza.
Sono venuto con Costanza alle Bouffes du Nord per “Tierno Bokar” ed eravamo seduti sul suolo di legno del palcoscenico proprio a pochi metri da te. Ti ricordo bene nella tua semplice e maestosa tunica bianca. Tu e il grande saggio di Bandiagara eravate tutt’uno. Quella sera ci siamo riconosciuti - qualche sguardo lo incrociammo già durante lo spettacolo - e da allora non ci siamo più persi.
Venimmo così per la prima volta nella tua casa ai Lilas. Ne conservo un ricordo così vivo! La casa, un po’ africana e un po’ europea, comunicava subito un senso di calda umanità. Era popolata di persone diverse, tutto era in movimento. Nella sala c’erano ospiti diversi: artisti, attori, parenti… Di là, nella misteriosa - e di fatto piccolissima! - cucina stavano tante donne africane che parlavano tra loro. Alcune di loro, in momenti non casuali, di tanto in tanto le chiamavi e potevamo presentarci.
Per ogni persona c’era il tempo di un vero incontro. Questo incontro veniva creato, reso interessante, valorizzato dalla tua presenza. Non c’era nessuna precipitazione e il ritmo rimaneva lento e umano. La cosa mi impressionò molto e partii da quella casa con l’intima sensazione che non avevo incontrato tutti i suoi ospiti, tutte le “presenze” di quel giorno. Come un segreto che si svela poco a poco o un tesoro che lascia intravedere solo parte delle sue ricchezze, così percepivo molte potenzialità in quel pomeriggio e tra queste l’invito ad una vera relazione.
Nel farmi “accompagnare alla porta” come si usa in una vera casa africana mi hai fatto pervenire chiaro il messaggio che un mio ritorno sarebbe stato il benvenuto e perfino necessario. In una comune casa europea quando un ospite si intrattiene troppo a lungo e non da segni di voler andar via lo si accompagna all’uscita per liberarsene. Nella casa di Sotigui bisognava “demander la route trois fois” - chiedere di poter partire tre volte - prima che questo diritto ti fosse concesso! Chiedevi a noi di rispettare questa usanza e io l’ho sempre fatto tutte le volte che ero con te. Non si trattava di una formalità folkloristica. Era come un gioco di relazione e di attenzione reciproca in cui ogni arrivo e ogni uscita veniva preparata “interiormente” e condivisa con l’altro. Così ogni volta il tempo si dilatava e anche l’ospite, in questo modo, non si sentiva d’ingombro bensì apprezzato nella sua presenza. Una maniera molto raffinata di relazionarsi con chi viene a farci visita.
La mia casa è anche la tua casa, questo è quello che percepivo. Negli ultimi tempi non potevi scendere con facilità dalle scale ma ad accompagnare l’ospite o ad accoglierlo per te scendeva Yagaré o Fifi o Mabo o Esther o Miguel o Karel o Isa o Philippe o Giovanni o… qualche altro sorridente membro della tua “grande famiglia”. Accompagnare un amico fino in strada significa anche fargli sentire che la porta d’ingresso per lui rimarrà aperta, mostrargli il cammino da percorrere quando se ne va e la via di un possibile ritorno.

Da solo sono ritornato da te molte volte in quella ultima parte del 2004 e fino a quando abitai a Parigi cioè fino al febbraio 2005. Quegli incontri personali furono la scintilla iniziale e la benedizione, in un certo senso, per una nuova parte della mia esistenza. Lo sapevo già allora, ne sono tanto più consapevole adesso.
Mi hai fatto parlare, parlare, parlare…
“Hai bisogno di parlare e di dire quello che hai da dire, è per te una necessità vitale”.
C’è chi nella vita sente il bisogno di parlare e di essere ascoltato da uno psicoterapeuta, io ho avuto la fortuna di parlare ed essere ascoltato da un vero griot africano.
E attraverso il tuo ascolto ho sentito meglio chi ero, dov’ero e come muovere i miei passi.
Soprattutto ho ritrovato la fiducia nelle mie qualità e nella mia capacità di esprimerle.
Fin da subito mi hai detto che per dire ciò che avevo da dire dovevo avvalermi dell’Aikido e che avrei dovuto proporre molti stages… Quanto ero stupito in quel momento - ma che sollievo anche! - io che non credevo più nella mia capacità di proporre qualcosa di mio agli altri, io che da qualche mese ormai - per la prima volta dopo tanti anni - nemmeno più praticavo l’Aikido… Ma subito sono riecheggiate quelle che forse sono state le ultime parole per me di mia mamma, Susi, prima di morire : “Continua l’Aikido…”.
Ciascuno di noi, nella vita, prima o poi trova e riconosce gli strumenti che gli corrispondono per esprimere ciò che sente e porta dentro di sé: la questione - di vitale importanza - è poi quella di utilizzarli e di realizzarsi attraverso di essi. Per il proprio bene e quello degli altri.

(continua)