domenica 9 ottobre 2016

Il mio cammino di santiago (9)

                                                  La Meseta, deserto interiore che mi ha procurato infinito piacere

3 novembre

Il Deserto.

Giorni fa pensavo che non avrei parlato invece ha finito per tacere solo la mia penna.
Sarà impossibile oggi scrivere tutto ciò che è accaduto in questi ultimi giorni… Lo farò saltando avanti e indietro nel tempo, rievocando momenti significativi ed emozioni che però usciranno fatalmente dalla loro collocazione temporale in questo lungo viaggio… Molte cose cominciano a confondersi e altre a lasciare la presa. Tutto sommato, una sensazione gradevolissima…

ƒm

Ricordo una grande salita subito dopo Burgos, in un territorio burbero e desertico.
I colori sono quelli della terra rossiccia, della paglia secca e gialla nei campi e del sentiero sterrato e bianco.
Quella salita che si inerpica sul piccolo monte arido la si vede arrivare da lontano. Una nebbiolina – o delle nuvolette bianche – nascondono quella che sembra essere la cima rotonda del monticello. In realtà scoprirò poi che si tratterà di un piccolo altopiano seguito poi da una lunga e dolce discesa. vedo davanti a me tanti piccoli omini che procedono lentamente distanti uno dall’altro. Salgono pian piano seguendo il lungo sentiero che si snoda come un serpente verso la cima. Uno dopo l’altro raggiungono le nebbie e scompaiono inghiottiti dal mistero. È una scena dantesca di cui mi sentivo parte integrante e pensavo con piacere che dopo pochi minuti anche io sarei stato guidato da un inesorabile destino dentro quella foschia e che il paesaggio fin lì nascosto si sarebbe svelato ai miei occhi. Pensavo a “La Nube della Non-Conoscenza” scritta da un anonimo monaco del medio-evo e non avevo dubbi che il paesaggio che vedevano i miei occhi potesse esserne un’illustrazione ideale.
Mi sono sentito anch’io omino piccolo piccolo legato ad altri esseri umani in un’unica catena viva e in perpetuo movimento. Le nostre persone e le nostre individualità perdono di rilevanza e di significato. Molto più grande di noi è l’onda che ci unisce, ci porta e ci accompagna…



                     Le kernes nel deserto ci segnalano che siamo sulla buona strada. 
                     Laggiù tre piccoli pellegrini mi precedono…


L’altro ieri sera sono svenuto.
Credo che sia la prima volta che mi accade.
Non ho perso completamente la coscienza, ne è rimasta appena un filo.
Sentivo le voci che mi chiamavano da fuori
e due mani forti che mi tenevano i tendini di Achille.
Erano le mani di Silke, un angelo svizzero, che silenziosa è venuta
e mi ha permesso di tener sveglia l’attenzione nei piedi.
Solo il suo intervento provvidenziale mi ha tenuto di qua,
se avessi perso coscienza la situazione si sarebbe complicata molto, almeno credo.
Avevo camminato tanto, tanto, 38 km…
Un passo dietro l’altro, un avanzare infinito e solitario nel sentiero sempre dritto che sembra non arrivare da nessuna parte.
Arrivato nel piccolo rifugio di Calzadilla ero fiero di me e soddisfatto.
Come tutte le sere ho lavato i panni, questa volta fuori all’aperto.
Calando il sole è scesa la temperatura e non ho sentito il vento gelido perché ero felice.
Ho preso freddo.
In un piccolo ristorante ho mangiato e bevuto tanto, anche se non più del solito.
Insieme al dessert, all’improvviso sono arrivati il sudore freddo e la nausea.
Credo di esser sbiancato in volto e mi sono alzato dicendo ai miei commensali che rientravo…
Ho giusto avuto il tempo di cadere, accompagnato dolcemente a terra da non so chi.
Ricordo che stavo disteso sul suolo freddo con la sensazione del corpo che si riposava.
Ci si vede e ci si sente da fuori in quei momenti e da un altro fuori ancora parlano e si muovono voci e persone che vedi in una indistinta foschia. Non sentivo agitazione e percepivo forte la presenza tranquilla di Silke. Su di lei ho preso appoggio e dopo qualche minuto ho potuto sedermi e lasciar scattare un po’ il movimento della testa. Siamo rimasti così qualche tempo, con le sue mani un po’ dure ma senza idee sulla mia schiena ed io che pian piano riemergevo tranquillizzando il ristoratore che non ha dovuto chiamare soccorso. Non era comunque il primo caso di “congestione di pellegrino” che vedeva e l’esperienza, si sa, ti fa affrontare ciò che accade con meno preoccupazione.
Sono poi riuscito ad alzarmi mentre Silke si è dileguata nel nulla senza che potessi nemmeno dirle grazie. Accompagnato e sostenuto da altri due angeli spagnoli – Antonio a sinistra e Roberto a destra – siamo usciti. Era una bella sensazione sentire la presa delle loro braccia forti e dopo qualche passo, con l’aria fresca della sera che mi riempiva i polmoni, di colpo mi sono risvegliato davvero.
Nella notte spagnola, camminare nel buio di una stradina semi deserta verso l’accogliente albergue che promette tutto il riposo necessario, portato a piene mani da due angeli generosi. Cosa c’è di più bello?
Entrato nel mio letto non ci ho messo molto ad addormentarmi profondamente, ricordo solo il volto del barbuto Philippe che mi porta l’acqua e la pone di fianco al mio letto…
La febbre alta della sera alla mattina è completamente sparita. Risvegliandomi mi sento pienamente ristabilito e come se nulla fosse accaduto posso riprendere il mio cammino in piena forma.
Uno svenimento può essere un punto di arrivo ma anche un inizio e un passaggio…

ƒm


 Philippe

Una piccola presentazione tutta per lui Philippe la merita. L’ho visto per la prima volta sotto le docce dell’albergue di Estella e avevamo scambiato due parole. È francese, ha la barba nera, i capelli un po’ arruffati e 54 anni. Fisicamente è il ritratto sputato del Capitano Adoc – si chiama così? – del fumetto di Tintin. Vederlo camminare è straordinario: porta uno zaino immenso e regolato malissimo che deve pesargli in modo penoso. Ho provato a dargli qualche consiglio, che spero potrà tornargli utile, sul modo di portarlo senza compromettersi troppo spalle e schiena. La sua andatura è poi condizionata da un grave problema alle vene delle gambe che sono state operate e oggi sono un po’ deformate. Risultato, il suo sembra proprio il deambulare di una persona ebbra, ciondola a destra e a sinistra seguendo delle traiettorie ondulate che poco hanno a che spartire con la linea retta. Vederlo avanzare nel vento finisce per diventare commovente e sono pieno di ammirazione quando vengo a sapere che il suo cammino è cominciato ad Arles – il cammino piemontese – molti km prima del mio punto di partenza. Abbiamo ovviamente ritmi molto differenti ma ciò non impedisce che diverse volte in questi giorni ci si sia incontrati e si siano potute scambiare parole gradevoli, del cibo e degli incoraggiamenti.

ƒm

La giornata di cammino che è seguita allo svenimento è stata assolutamente normale e senza intoppi o fatiche particolari. Ho camminato senza forzare e con un po’ di vigilanza ma nessun segno particolare del mio corpo mi ha messo in allerta. Lungo sentiero diritto a tratti costeggiato da campi arsi dal sole in cui le balle di fieno dorate contrastano con il cielo terso blu e le sue nuvole bianche spostate dal vento.



                             Non sono che un’ombra in questo grande mondo.



Avanzo tranquillamente e mi guardo i piedi che sembrano andare da soli. Sentire il suono dei loro passi e vederli in questa costante e quieta attività mi da un gran senso di pace e di benessere. Chi sente per una volta questo piacere che viene da dentro ha l’impressione che non potrà mai più perderlo e che nei momenti di sconforto che dovessero un giorno sopraggiungere basterà uscire e camminare, camminare, camminare… Non c’è equilibrio più profondo di quello che ci proviene da questo naturale modo di spostarsi. Il corpo vive, consuma energie vecchie e si nutre di nuove, la mente lascia la presa e perfino il pensiero diventa giovane, creativo e vivace. Da consigliare a filosofi e scrittori che non escono mai dalle mura protette della loro casa-prigione…

Ecco sì, in questo giorno di “convalescenza” un desiderio lo avrei… è semplice ma del tutto irrealistico in questa landa sperduta e quasi disabitata. Eppure, ditemi voi se non è vero che lassù - o laggiù, comunque da qualche parte – qualcuno non ci ascolta e ama esaudire le nostre richieste sensate e sincere… Sogno un bagno caldo e il bagno caldo ottengo, in condizioni del tutto particolari e inaspettate!

A Bercianos, in un rifugio semi abbandonato in cui, insieme ai pochi pellegrini con cui arrivo, non incontriamo anima viva trovo una vera sala da bagno con una vasca rosa! Proprio come quella che avevo a Venezia ai tempi dell’università e, come allora, mi trovo a scaldare l’acqua nei pentoloni, che porto fumanti da una stanza all’altra. Nella vasca, non usata da chissà quanto tempo, non c’è nemmeno il tappo e devo inventarne uno riempiendo il fondo di un sacchetto di plastica con dell’argilla presa nel campo che sta fuori. Il bagno riesce bene, mi rilassa e mi rigenera mentre i miei compagni di ventura mi guardano uscire dalla stanza un po’ arrossato e contento, sono piuttosto colpiti ma non osano concedersi lo stesso piacere.

Nel rifugio incontro Rebecca Maddalena, una tedesca bruna, che cammina da sola perché lei e il suo compagno hanno un ritmo di cammino troppo differente l’una dall’altro. Hanno progettato di ritrovarsi tra una settimana. Chissà, in una settimana di cammino succedono tante cose… È difficile camminare in coppia e la loro decisione non mi sorprende troppo. La sera ceniamo insieme. Tra gli altri c’è anche Philippe che è un po’ troppo preoccupato per il mio stato di salute. La cosa mi irrita e per un motivo futile - una discussione sul vino e sui francesi - finiamo per urtarci e litigare. Mi pento quasi subito di alcune battute un po’ ruvide che mi sfuggono ma ormai è troppo tardi e il nostro rapporto si deteriora.

Ora un’altra bella storia semplice e emblematica di questo cammino.
Prima di Bercianos raccolgo sulla strada un berretto verde. A chi potrà appartenere? Decido di portarlo con me per qualcuno che sicuramente sta camminando più avanti.
Lo incontrerò? Quando giungo a Bercianos, la prima cosa che faccio è di chiedere a Rebecca se appartenga a lei. Risponde di no ma ci riflette un po’ e poi esclama: “Credo di sapere di chi sia! È di Jennifer, un’americana dai capelli rossi che cammina davanti a  noi.” La sera do il berretto a Tacio che viaggia in bici e avanza più velocemente di noi. Gli dico: “Se incontri un’americana che si chiama Jennifer dille che un italiano dietro di lei… “. Per strada il giorno dopo lui la incontra effettivamente e le consegna il berretto con il misterioso messaggio. Questo avviene in un momento in cui lei si sente triste e sola. Un po’ scoraggiata. Mangiano insieme e lei non riesce a capacitarsi di come “lo sconosciuto italiano” possa sapere il suo nome e sapere che il berretto sia suo… Decide così di fermarsi a Mansilla invece di continuare fino a Léon ed ecco che finiamo per incontrarci. Tra poco, nella cucina di un piccolo albergue, mangeremo insieme la paëlla preparata dagli angeli spagnoli Roberto e Angel. C’è anche Rebecca, con cui ho camminato tutto il giorno lungo un sentiero senza una curva, immersi in una densa bruma ormai invernale.


ƒm


Incredibile cammino,
più proseguo e più mi sembra di perdere il filo.
Il filo però c’è, è quello che lega noi tutti pellegrini.
Un solidissimo filo di ki.
Prima di me, infiniti sono quelli che mi precedono.
Dopo di me, infiniti sono quelli che mi seguono.
È questa l’unica cosa che possiamo fare camminando: cercare.
Ciò che continuiamo a cercare, più o meno consapevolmente.
è il nostro giusto posto in questa immensa catena umana
fatta di persone ordinarie eppure straordinarie,
animate tutte da una vera spinta interiore.
C’è il tempo per conoscersi, per incontrarsi e rincontrarsi.
Per perdersi e per ritrovarsi.
Corriamo dietro a qualcuno che ci attende là davanti,
rallentiamo per attendere qualcuno che ci insegue.
Lascio segnali di pietra per chi verrà dopo di me.
Scruto, guardo ammirato e apprezzo i segni e i segnali lasciati da chi mi precede.
Sono segnali di pietra, di legno o di ki.
Oggi ho lasciato una nuova croce ortodossa di pietra sul bordo del sentiero.
Ho scritto anche un messaggio: “Hi Stéph”.
Ora che non ci vediamo più voglio incoraggiarla nel suo cammino che forse è solitario.









lunedì 22 giugno 2015

Il mio Cammino di Santiago (8)

27 ottobre

Nella bruma e sotto alla pioggia fredda del mattino parto da solo e, come ogni giorno, canto il “Padre Nostro” con le parole francesi. Lo canto con le melodie più diverse, alcune le invento io, altre si ispirano alle liturgie ortodosse che ho potuto ascoltare a Saint Michel du Var. È un canto dolce, quello che esce e mi riscalda… Poi sorgono spontanee anche altre preghiere con rime melodiose. E per concludere, il norito purificatorio, vigoroso e allegro.
È arrivato davvero il freddo che tutti attendevamo e oggi la pioggia e il cielo grigio non mi hanno certo aiutato. Mi sono perso non una ma due volte! Chiuso in me e nei miei pensieri, sotto la pioggia battente e avvolto nel mio mantello impermeabile blu, non ho visto frecce né cartelli. Ho preso un sentiero sulla sinistra invece di continuare diritto e in breve tempo mi sono ritrovato fuori strada di molto! Ho allora tagliato per campi complicandomi la vita. Ho finito quindi per accettare molto volentieri un passaggio di un cacciatore che mi parlava di come stanno aspettando le oche migratrici… Quelle fanno migliaia di km nel vento, volando con sforzi estremi contro tutte le intemperie per farsi poi abbattere da un solo colpo di fucile. Ora che cammino, ho un acuto senso delle distanze che si percorrono quando si fa affidamento unicamente ai propri mezzi. Niente ruote né motori: per noi sono le gambe e i piedi a portarci, per gli uccelli le ali. Provo un senso di fratellanza e di vicinanza… E non approvo il cacciatore che solo attende e preme il grilletto. L’auto mi ha soltanto riavvicinato al cammino e ad un bivio ho esitato e mi  sono perso nuovamente. Non è solo la mancanza di frecce gialle che ti fa capire di essere fuori strada. Giunto in un villaggio vedi tante persone che ti guardano in maniera strana e capisci che non vedono spesso pellegrini di passaggio. Anche gli animali sono sul chi vive e i cani fanno la guardia sospettosi.
Il villaggio in cui sono passato si è dimostrato particolarmente inospitale e aggressivo. Nessuno mi aiutava a ritrovare il cammino e ho rischiato davvero di incappare in un incidente che avrebbe avuto conseguenze disastrose. Mi hanno salvato prontezza e istinto. Un rumore furtivo di passi veloci mi ha fatto girare di scatto, pochi secondi in più e sarebbe stato troppo tardi. Mi sono trovato di fronte alle fauci spalancate e ai denti affilati di un enorme cane lupo che puntava diretto ai miei polpacci. Il vigliacco mi aveva lasciato passare per assaltarmi di nascosto alle spalle e azzannarmi. Batto risolutamente il bastone sul suolo e lo blocco con un grido acuto che mi viene dal ventre. Lui parte improvvisamente in ritirata, spaventato. Ci è mancato davvero poco…
Nello stesso paese ho incontrato altri due cani aggressivi, proprio come gli abitanti, muti e scontrosi.
Che differenza con Grañon che a pochi km di distanza era stato così accogliente! Ieri in quel paese ospitale un gattino rosso mi ha seguito dappertutto e anche stamattina è corso a salutarmi miagolando mentre partivo e faceva ancora buio.
Solo camminando si possono percepire in modo così tangibile delle differenze così marcate che contraddistinguono villaggi diversi. Solo entrando in un paese lentamente e ad un ritmo umano – il ritmo dei passi - se ne può cogliere l’atmosfera che vi regna. Non avrei mai pensato che due paesi limitrofi potessero risultare così diversi. Se li avessi attraversati in auto non avrei colto alcuna differenza.

Di sera faccio il calcolo. Credo di aver percorso circa i miei primi 500 km… Sono tanti, sono pochi? A piedi, due villaggi che distano 20 km l’uno dall’altro si trovano ad una giornata di distanza… 500 km sono un’infinità, un giro del mondo… E siamo solo a metà.
28 ottobre

Da Tosantos a Altapuerca

“Peregrino, cosa te llama ¿”
Come dimenticare il cammino di oggi, su e giù per le colline nel vento possente?
Tanto possente da spostarmi, da spingermi indietro, da farmi traballare.
Ogni tanto si sale e si cammina in altopiano, in cima al mondo.
Nuvole, sole e aria gelida del primo inverno.
All’improvviso passano loro, venti, trenta o forse quaranta?
Sono anatre o quali altri uccelli migratori?
Il loro passaggio è così intenso, quello che smuovono nel mio cuore è così forte,
che piango e piango tanto.
Le lacrime che se ne vanno portate via dal vento bagnano le mie guance e il collo.
L’aria gelida le accarezza.
Uccelli migratori che con tanta tenacia andate verso l’ovest e il sud-ovest,
siete come me, come noi pellegrini che andiamo tutti insieme verso una meta lontana.
Quanto mi impressiona e commuove il vostro volo!
E il vento che vi sposta, vi ribalta, vi manda a destra e a sinistra o quasi indietro…
Ma che non vi ferma o scoraggia, è la natura che si esprime così.
Voi imperterriti continuate bruciando tutte le vostre energie,
Ultreia, oltre… gyate gyate hara soo gyate…
oltre all’infinito, senza calcolo e senza limiti
chiamati da una voce interiore,
aspirati da un respiro universale,
siete uno e siete natura,
e io sono con voi, senza distinzione, per questo piango…



                                Ecco come si presentava oggi il cammino sotto ai miei piedi: che splendore!


ƒm

Ieri, serata italiana a Tosantos, doveva arrivare prima o poi… Ritrovo Andrea e Alessandro, conosciuti a Grañon e da bravi italiani “con la chitarra in mano” cantiamo a perdifiato tutte le canzoni classiche del nostro repertorio. Così si aggiungono a noi tanti altri e con le voci si muovono tante energie. Così parole e canzoni mi hanno riportato indietro di molti anni ed è stato bello.

ƒm

Questa è l’ultima pagina del mio primo quaderno, non è un caso perché sta per cominciare il mio deserto. Già lo so e lo attendo con ansia. Arriva la tratta che va da Burgos a Léon, quella più temuta dai pellegrini perché solitaria, tanto lunga da sembrare infinita, vuota. È qui che si può misurare la propria forza interiore e la propria decisione. Molti decidono che è meglio prendere l’autobus e fanno a meno di questa prova. Io sono qui per questo…
Camminerò da solo? Rimarrò in silenzio? Vedremo…
Tuttavia dopo gli ultimi giorni in cui ho vissuto forte il gruppo, la condivisione e l’amicizia ora so che sta per cominciare una nuova fase del mio cammino.
Arriva la Meseta, quella vera e temuta, e io sono pronto. Stanno cominciando anche le difficoltà fisiche ma non mi preoccupano.
Nuove pagine bianche di un nuovo quadernetto attendono di esser riempite.

domenica 24 maggio 2015

Il mio Cammino di Santiago (7)

 
23 ottobre

È mattina e stiamo attendendo che la sig.ra Mercedes Lopez ci apra la porta dell’Iglesia del Santo Sepulcro (sec.XII) che da fuori, con le sue finestrelle in marmo bianco e sottile, richiama Eunate. La Cruz dos Caballeros del Santo Sepulcro è posta proprio sopra l’ingresso. Come Eunate anche questa di Los Arcos è una chiesa romanica e ottogonale (pare che ce ne siano solo due in Spagna…). C’è un bellissimo crocifisso in legno, in cui il Cristo tiene le braccia aperte e non incrocia i piedi. Porta una corona e non le spine sul capo, è sereno e occupa una posizione centrale dietro l’altare. In alto ci sono solo due altre immagini e sono due teste. Quella di destra è la testa del diavolo, a sinistra invece sta una testa di leone con in bocca una preda. Tutto sommato ad Eunate il senso del sacro e del misterioso era più forte.

ƒm

Comincia la Meseta? Finalmente!
Orizzonti ampi, vento e sole…
Chissà che caldo fa qui in estate!
Ora è un vero piacere camminare, lasciarsi scaldare dal sole e poi sedersi sotto a un alberello e riposarsi godendo dell’ombra, dell’aria e del silenzio.
In questo tratto sono solo, Stéph è rimasta un po’ indietro e ha fatto amicizia con un giovane del Quebec. Bene! Probabilmente stasera ci rivedremo ancora, mangeremo insieme, ci abbracceremo e da domani mattina comincerà un nuovo cammino. Da solo percorrerò distanze più lunghe. Non è arrivare che sento importante ma è oggi il mio corpo che mi chiede di più. Le gambe e la testa mi dicono in tutti i modi che 20 km sono troppo pochi per una tappa…

Un accenno al bar di Viana, il bar più rumoroso che abbia mai conosciuto nella mia esistenza! Sono le 14.15 e mi segno l’ora perché credo che si tratti un’ora di punta prima di un rapido svuotamento per la siesta. La sala e piena e una cinquantina di persone parlano tutte contemporaneamente così forte che è impossibile sentire il suono dei due televisori che stanno trasmettendo a volume normale. Faccio un rutto forte per via della birra e il mio vicino nemmeno se ne accorge. Tutto è bellissimo e le tapas sono deliziose. Ma è dura per il bebè nella carrozzina... Ad un certo momento la sala si svuota ad una velocità impressionante e le persone scompaiono dileguandosi come nel nulla. Il rumore sembra ridiventare normale eppure è ancora frastuono… Spagna…




24 ottobre

“R. sai molto bene
che quello che ho amato in te
non sei tu.
Verso di Lui tutto è aperto.
Per quanto ti riguarda
provo solo stanchezza e saturazione”.


ƒm

A Viana, sulla strada davanti alla porta dell’albergue, un ragazzino portoghese di 11 anni, Carlos Alberto, mi si avvicina e mi chiede “Tienes una bici por mi?”. Gli spiego che cammino e che non ho bici ma lui insiste: “Tienes una bici por mi?”. Me lo chiede una decina di volte. Non capisce che non parlo lo spagnolo. Gli dico che ho due bici, la gamba sinistra e la gamba destra. Lui ride e poi mi chiede ancora se ho una bici da dargli. Quando si allontana si gira verso di me e mi saluta sorridendo. Lo incontro ancora un’ora dopo, ha in mano una racchetta da tennis e una palla ricevute da un signore. È tutto contento e quando mi vede mi chiede: “Hai una bici per me?”. Ho pensato alla bici che mi hanno rubato a Milano proprio prima di partire…



                                      Che cieli e che colori! Di cosa devo preoccuparmi?

25 ottobre

Azofra

Dopo la lunga notte a Navarrete, con hospitaleros italiani, ecco un’altra tappa in pianura camminando molto veloce dietro ad un giovane tedesco. È stato un cammino silenzioso, senza scambiarsi neanche una parola per un’ora e mezza, senza conoscersi, guardandosi ogni tanto.
Seguivo quel giovane ragazzo biondo dai lineamenti un po’ duri che sembrava spinto da una foga particolare e che correva contro il tempo. Ha solo pochi giorni e deve arrivare a tutti i costi, una specie di sfida, una lotta improba. Io ho invece un tempo quasi illimitato ma mi piace mettermi alla prova per un giorno e stare dietro a questo nordico fascio di nervi. Le mie gambe me lo permettono e tengo il passo senza fatica. Siamo continuamente alla ricerca di piccole conferme significative come questa. E dire che negli ultimi giorni ero un po’ raffreddato e stanco, con il morale un po’ basso e accompagnato da pensieri tristi... Dormire molto mi ha fatto bene.
Un gruppo di molti paesi diversi si ritrova regolarmente ogni sera alla fine della tappa. C’è Angel un giovane molto dolce di Murcia, molti ragazzi del Quebec che si sono incontrati strada facendo, qualche francese che attacca facilmente discorso e non smette più, qualche tedesco taciturno e solitario e degli spagnoli a volte un po’ scontrosi. I Quebequois sono tutti piuttosto semplici e con un carattere gentile e aperto. Amano fare gruppo, ridere e mangiare insieme. Condivido la cena con Maxime e Catherine: lui ama la cucina e fa il cuoco, lei è medico e sogna di avere dei bambini molto presto. Non lo dice apertamente ma lo si intuisce apertamente. In questo albergue comunale di Azofra l’atmosfera è un po’ asettica e freddina senza il calore che hanno invece altri rifugi più piccoli. Ma le stanze, che sono quasi piccole cellette, hanno ciascuna solo due letti, il che non è male per le coppie che possono – finalmente – fare l’amore. Io devo accontentarmi di scrivere a C.
A Najera sono passato velocemente, vedendo ben poco. Il monastero era chiuso per lavori in corso. La chiesa, pur non essendo particolarmente bella era molto silenziosa e mi ci sono fermato un po’ da solo. Ne avevo bisogno in questo momento che definirei di vuoto e in cui qualcosa sembra prepararsi. Cammino da tre settimane e sento che qualcosa di nuovo sta per succedere.
  

  



26 ottobre

Grañon

“Put what you can and take what you need”, metti quello che puoi e prendi quello di cui hai bisogno… belle queste parole scritte sulla scatola all’ingresso dell’accoglientissimo Hospital de peregrinos de Grañon. Ma prima di giungervi bisogna cercare un po’… Già, infatti l’arrivo in questo rifugio è insolito e discreto. Una piccola insegna sul cammino indica che l’albergue si trova sulla sinistra, poi più nulla. A fatica si individua una piccola porta di legno con un’altra piccola insegna scolorita: “Hospital de peregrinos”. Poi un’altra porta… chiusa… e delle scale che salgono. Saliranno sul campanile della chiesa? Non c’è altra indicazione e non rimane che salire. Poi con piacevole sorpresa si giunge in un ampio salone caldo e accogliente. Ci si sente i benvenuti! E invitati ad installarci confortevolmente e come ci aggrada. È un luogo reso piacevole dalla sensazione di presenza e di attenzione che lo caratterizzano. Un’attenzione silenziosa ai particolari. Nessuno può capire meglio di un pellegrino che ha camminato per un giorno intero senza sapere quale sarà il suo approdo quanto sia piacevole sentirsi accolto e atteso al suo arrivo. Basta pochissimo per renderlo felice e per rendergli gradevoli le poche ore di sosta che lo aspettano. Un hospitalero sorridente, un luogo pulito e sereno, una buona zuppa calda…
Essere qui fa davvero piacere e se non fosse perché non ci si può fermare per più di una notte nello stesso rifugio… Dormiremo per terra su una specie di tatami di gomma piuma. Il pavimento è un assito di un bel legno scuro e liscio. Potrò sedermi in seiza, meditare e fare il movimento… Che sollievo! Pensavo proprio oggi che mi mancava il fatto di non potermi sedere in terra, la sera quando si è stanchi dopo la lunga giornata. Grazie!

Ora sono nella chiesa molto quieta e scrivo. Una madonna che tiene un piccolo Gesù sorridente che saluta con la mano destra sono al mio fianco. Stanno lì tranquilli e ci facciamo compagnia. 
Ripenso ad un episodio significativo di oggi. Camminavo su un lungo sentiero diritto in mezzo ai campi in piena solitudine. Di fronte a me un bivio senza indicazioni e senza l’abituale freccia gialla. Proprio in mezzo al sentiero un piccolo cane se ne stava immobile tenendo lo sguardo fisso nella direzione opposta a quella verso cui camminavo, cioè dietro alle mie spalle. Gli ho comunicato il mio dubbio a voce alta: “Buongiorno cane, verso dove si dirige il cammino?”. La sua risposta così chiara mi ha sorpreso non poco… Ha voltato la testa – solo la testa e una sola volta – all’indietro indicandomi quale strada scegliere, poi ha continuato a guardare fisso nella direzione di prima. Non ho esitato a seguire la sua indicazione che, non serve nemmeno dirlo, era giusta e provvidenziale. In un cammino come questo incontri di questo genere diventano quasi la normalità quotidiana e finiscono per stupirci solo in parte. Ci accorgiamo che dovunque siamo attorniati da guide, presenze e persone amiche. Basta aprire gli occhi, basta chiedere… È solo perché siamo più aperti e fiduciosi? È solo perché i nostri sensi sono più svegli e vigili? È solo perché la nostra coscienza è più sgombra e pronta ad accogliere messaggi, segni e indicazioni che la natura, gli animali e le persone ci inviano?

Due parole ancora per salutare l’Hospital di Grañon. Ricordo l’incredibile luogo dove si stendono i panni appena lavati… si trova sopra le volte della chiesa. Si cammina facendosi leggeri sul pavimento inarcato e sentendo sotto di sé un grande vuoto… strana sensazione.
La cena della sera è stata preparata da Ben, un giovane hospitalero del New Mexico. L’ho aiutato molto volentieri a pulire e lavare, dopo, era qualcosa di naturale, mi sentivo a casa mia. Abbiamo parlato di politica e religione… non smetteva più di scusarsi e di esprimere la sua vergogna per la recentissima rielezione di George Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Poi la sera, dopo cena, siamo stati insieme ad una preghiera comune – oracion – con un prete giovane e deciso. Ci partecipano solo quelli che lo desiderano e ogni sera vengono letti i nomi dei pellegrini che sono passati a Grañon nei 25 giorni precedenti per accompagnarli nel loro cammino verso Santiago. Questa cosa mi è piaciuta e vi ho partecipato volentieri.


                                         Nella valle sotto a Grañon, la mattina presto. Lì finirò per perdermi…

venerdì 1 maggio 2015

Il mio Cammino di Santiago (6)


… a Puente de la Reina

Qui, all’altezza del lungo ponte che da il nome alla cittadina finiscono per congiungersi tutti i cammini che portano a Santiago. Un vero punto di incontro – e di passaggio?
La cittadina è curiosa e si costruisce sulla strada con tre vie “centrali” parallele senza vie trasversali che le colleghino tra di loro. C’è un negozio, tienda ,per ogni bene necessario e nulla più. Le tiendas stanno dietro porte e portoni normali e spesso sono senza insegne.
Devo dire che finora gli abitanti dei villaggi e delle città che ho incontrato sono quasi sempre molto gentili e affabili. Per strada si vedono anziani vitali e molti bambini piccoli. Dopo le ore della siesta la gente popola le strade e riempie i bar. Una certa semplicità e un ritmo di vita “umano” sembrano ancora avere il diritto di esistere da queste parti.
Ho trascorso l’intera giornata con Stéphanie e stasera mangeremo ancora insieme. Spero che incontreremo altre persone che allarghino il nostro mini gruppo di due persone e che  evitino l’insorgere di situazioni un po’ più delicate tra di noi e anche più difficili da gestire.
Con questa ragazza mi sento papà e mi sembra di essere con Chama. Hanno quasi la stessa età, gli stessi bisogni, gli stessi desideri.
Nella notte, giungo le mani pensando a Rita Rollier, ora in cielo. Ne ho avuto notizia al telefono. In questi momenti di silenzio notturno, quando le mani si uniscono il ki scorre forte e non di rado mi vengono i brividi.

La mia realtà sta cambiando. Quello che c’era prima del Cammino mi sembra lontano. L’animo è  più tranquillo e la fronte riposata. Il corpo sta lavorando bene e mi chiedo come sarà tra un mese. Impossibile dirlo oggi, non posso nemmeno immaginarlo…





22 ottobre

Questo mare di umanità nel dormitorio di Estella…
E i respiri e il russare…
E io che non dormo più
Perché ascolto
questa vita che si riposa
e che si muove
rumorosamente nel sonno.
E il giovane carpentiere tedesco
di ventidue anni
che si gira e si rigira nel letto a castello
e parla di lavoro nel sonno.
È proprio accanto a me
e con i palmi delle mani che vanno di qua e di là
mi tocca proprio come farebbe un bebè.
Mi alzo e scendo a scrivere,
in una stanza illuminata da tante piccole lucine
che sembrano candele.
C’è una gran pace ora,
il mondo dorme,
ogni persona a modo suo…
È bello esser desti con una penna in mano e il cervello fresco.
Che importanza se sono le tre?
Preferisco la veglia.

ƒm

Nella stanza e nella stessa notte faccio qualche movimento della Pratica respiratoria dell’Aikido.
Che immenso piacere sentire la spinta delle gambe e delle anche durante il movimento avanti-indietro del Funakogi undo. Raramente negli ultimi anni ho avuto una sensazione di forza e centratura così netta. Sento con gioia di aver ritrovato qualcosa che temevo di aver perduto per sempre.
Tuttavia, so anche che la fragilità della schiena è dietro l’angolo e che devo fare sempre attenzione a non bloccarmi.

ƒm

Estella la bella.
La cattedrale è magnifica.
Per giungervi si deve salire su un’infinita scalinata che ti porta su, sempre più su.
I bambini contano i gradini a voce alta.
Una volta entrati si ha la strana sensazione di essere in altura, su un piano rialzato. Forse perché i livelli dei pavimenti sono diversi.
C’è tutta la Spagna lì dentro, cattolica e pittoresca.
Ombre e luci, donne che cantano e ascoltano la messa, pochissimi uomini – quasi non ne ricordo – poi bambini e tanto movimento di persone.
L’atmosfera è popolare e si è circondati da molte rappresentazioni di santi e vergini di legno, bene in vista nell’abside tonda dietro all’altare.
Gli oggetti disparati danno vita a un insieme ibrido, come ha notato Stéphanie.
Lei è stata lì all’inizio della messa, io alla fine e così non ci siamo incrociati.

Le vie di Estella, come sempre qui in Spagna, si popolano verso la fine del pomeriggio e sono molto gaie. Finalmente c’è una vera piazza dove tanti bambini giocano e gridano come una volta. Chiamo C. da una cabina della piazza e tutto intorno la vita è festosa. Anche le parole che ci scambiamo sono semplici e gioiose perché abbiamo tanta voglia di sentirci. Lei ha fatto un sogno erotico in cui c’ero io. I bar sono pieni di gente e di uomini. Nelle pastelerie, pasticcerie amate da tutti noi pellegrini, ci stanno soprattutto donne e piccoli. Cammino a zonzo per po’, guardandomi attorno rilassato.

ƒm

È mattina e vado deciso verso l’ufficio postale. Ho deciso di spedire a casa i tre chili e mezzo in eccesso nel mio zaino che sono stanco di portarmi dietro. Che liberazione – meglio tardi che mai ! – e che sollievo per le mie spalle e le ginocchia. Finalmente comincio a liberarmi un po’ del troppo… Tengo però il cuore di pietra che continuo, ogni volta che posso, a levigare, pulire, purificare.

ƒm

Nel pomeriggio giungo a Los Arcos, una cittadina di poco interesse con una grande chiesa in cui l’eccesso barocco e la ridondanza di ori e magnificenze sono pienamente rappresentati. La chiesa non mi piace e mi soffermo solo per una rapida visita.
Ora siedo su una panchina in mezzo a una piazza popolata da bambini e mamme. Le voci e la loro animazione mi svegliano un po’. È un pomeriggio segnato dalla stanchezza e anche le prospettive non sono delle migliori. L’albergue dove mi sono fermato non mi piace e vi si respira un’aria ospedaliera. Alzo gli occhi e vedo che sul campanile proprio di fronte c’è un grande nido di cicogna. Non è cosa insolita qui in Navarra, infatti una cicogna l’ho intravista anche a Puente de la Reina. I loro nidi hanno dimensioni impressionanti e sono abilmente costruiti.
Oggi il cammino è stato bello e sotto un sole caldo. Ho attraversato un paesaggio finalmente silenzioso e lontano dai lavori stradali. A tratti il sentiero si snocciolava a perdita di vista davanti a noi, incredibilmente dritto. Questo mi ha permesso di camminare ad occhi chiusi o semichiusi per lunghi momenti. Lo zaino con tre chili e mezzo in meno è molto più leggero e alla mia portata. I polpacci fanno un po’ male, soprattutto nella notte.



                                Il cammino e la natura infinita invitano al silenzio.


ƒm

E se mi limitassi a chiedere
e ad ascoltare?
A rispondere quando mi viene chiesto
e nulla più…
Invece di parlare di me,
di dire
“Io questo, io quello
Anch’io ho visto, anch’io ho fatto…”
Taci, taci, taci.
È adesso l’occasione di farlo.


ƒm

Stéphanie ha un tendine dolorante e rallento il mio ritmo per camminare con lei e raccontarle storie che possono avere un rapporto con il suo viaggio e arricchirne il senso.