giovedì 25 marzo 2021

L'Espressione infinita

 

Cari amici di Tracce Naturali,

vi ringrazio dei vostri feed back, ne manca ancora qualcuno ma mi permettono di cogliere almeno un orientamento generale. Ci sentiremo nella seconda metà di settembre per un aggiornamento che ci permetterà di agire con buon senso e pacatezza al momento della riapertura che, se non ci saranno imprevisti, sarà come vi ho detto il 3 ottobre.

Intanto però vorrei raccontarvi un bellissimo sogno che ho fatto proprio questa notte. Più che il sogno intero vorrei descrivervi la sensazione molto chiara e limpida che mi è rimasta al risveglio: il senso vivo della sorgente inesauribile che è presente in ciascuno di noi.

Dipingevo da Arno Stern, in un luogo che era un po’ Closlieu un po’ casa. Ricordo che il mio dipinto era diviso in due parti e che in mezzo tra le due stava una porta. Stavo dipingendo la base, i piedi di un grande personaggio, che si sarebbe sviluppato verso l’alto, in un paesaggio verde blu, dai colori moto densi. Ad un dato momento c’è stata un’interruzione (eravamo in una specie di stage) dopo la quale Arno mi ha mostrato un grande dipinto che in pratica si sovrapponeva al mio: in esso la figura che stavo dipingendo era già stata tracciata. Una figura femminile altissima e potente con le braccia che si divaricavano verso l’alto. Dentro di me mi chiedevo com’avesse fatto Arno ad appendere quel dipinto durante la breve pausa e poi ho capito che lo stava proiettando sulla parete con una tecnologia molto raffinata. Mi riconoscevo in quel dipinto e ho detto ad Arno che anch’io, nel passato, ne avevo dipinti di simili. Lui mi ha ascoltato silenzioso e poi mi ha detto di guardarlo bene, da vicino. Era straordinariamente dettagliato, ogni singola pianta del paesaggio era ricca di particolari e sfumature. Era il dipinto di qualcuno che si esprimeva con una pienezza fuori dal comune, un’emanazione di un’altra persona rispetto a me ma allo stesso tempo presente nel mio organismo. Ero stupefatto. Poi Arno ha cominciato ad attivare il suo particolare sistema di proiezione e il dipinto si è sviluppato sempre di più sulla parete, poi sul soffitto, come un grande albero che man mano cresceva fino ad inglobare man mano tutti gli angoli della stanza. Arno mi (ci) rendeva partecipi di una manifestazione sacra ed inesauribile, personale ed allo stesso tempo impersonale, di una traccia senza limiti, confidandoci un tesoro. Un tesoro emesso da qualcuno, chissà chi, nel passato ma allo stesso tempo, assolutamente vivo nel presente. La sensazione che provavo era quella di un potenziale vitale infinito che si riversava nella traccia come lava vulcanica, inesauribile, irrefrenabile, irragionevole, pacifica.

Perché vi ho raccontato questo sogno? Innanzitutto perché è avvenuto stanotte e dunque lo sento in rapporto alle comunicazioni intercorse con voi. Poi anche perché ha reso lieto e fiducioso il mio risveglio e desidero comunicarvi la forza serena che mi ha trasmesso. Vi prego di non interpretare il sogno né il suo contenuto nello specifico. Le tracce non vanno interpretate ma vissute, lasciando parlare la sensazione che si risveglia in noi senza trasformarla in parole. Ve l’ho raccontato anche per farvi comprendere meglio perché esiste il Closlieu e per farvi intuire il potenziale che esso permette di esprimere in ciascuno di noi, se consentiamo che ciò avvenga. E se ne cogliamo fino in fondo la portata e il valore unico, conferendogli il rispetto che merita. Lo sento davvero necessario in questo mondo che diventa sempre più schiavo di regole e condizionamenti che tendono a rinchiuderci. Le regole del Closlieu e le tracce naturali che esso consente e suscita, sono un invito all’apertura, al cambiamento felice e al respiro che si libera.

Milano, 25 Agosto 2020




Sotto il Vulcano




Roberto, Giacomo, Lidia e Chiara... In quanti mi avete scritto di non aver ancora letto “Sotto il Vulcano” ! Mi fate venir voglia di dirvi qualcosa in più su questo libro così particolare.

Innanzitutto, che non ero mai riuscito a leggerlo prima. Chissà perché, forse per una questione di maturità? Nella vita pagine che erano rimaste finora chiuse, ermetiche, ad un certo momento si spalancano. E così negli ultimi tempi sono riuscito a leggere con piacere - un piacere fisico, sensoriale, denso - libri complessi (dalla struttura e dalla scrittura complessa) come “Rayuela” di Cortazar, “Conversazioni nella Cattedrale” di Vargas Llosa, “Cent’anni di solitudine” di Marquez e ora, questo capolavoro di Malcom Lowry. In comune hanno tutti che, alla fine della lettura, ti lasciano una sensazione corposa, un notevole peso specifico, una visione multidimensionale e senza tempo del mondo. Forse a breve sarò pronto anche per “L’Ulisse” di Joyce o chissà che altro scritto... Meno male che con gli anni che passano pian piano cresce anche la nostra capacità di trovare gusto nella difficoltà, nel non evidente, nel chiaro scuro. Quanta ricchezza abbiamo da scoprire!

Allora ecco qualche considerazione sparsa su “Sotto al vulcano”, di certo non le più importanti ma quelle che mi vengono ora, a getto...

Messico e le sue atmosfere lente, i suoi vulcani immobili ma eternamente vivi, implacabili testimoni di vita e di morte. Messico e paesaggi onirici, alcolizzati, dolci, selvatici. Dove l’umanità uccide ridendo e ama morendo. Messico e la sua cultura “altra” che stona, stride, si scontra con l’inglesità dei personaggi del libro, così turisti in fondo, così ammaliati da un’irragionevolezza calda che li travolge e così ammalati di un cerebralismo europeo che non consente loro di viverla altro che come decadenza, perdita di sé e annullamento tragico.

L’Amore più intenso, che non sarebbe nemmeno impossibile - anzi il contrario - sfocia nell’incomunicabilità più agghiacciante e spaventosa. Quasi nemmeno una parola ormai tra il Console e Yvonne che, amanti appassionati prima, potrebbero esserlo anche ora però non sanno più dirsi ciò che nel cuore è ancora dolce e caldo. Sconfitti, frustrati, annientati dalla storia e dal passato. Terrificante la loro incapacità di agire nel senso desiderato, di agire “tout court”, di colmare il divario tra paesaggio interiore e realtà concreta.

Il Console va verso la sua rovina totale con autocompiacimento misto a terrore, disgusto misto a passione, edonismo simpatico misto ad apatia insopportabile. Tutta la contraddizione dell’essere umano è descritta così bene. La storia della sua inesorabile caduta non si dipana in modo lineare. Siamo nei meandri di un alcolismo in cui tutto si aggroviglia e la realtà - quale realtà? - non è più una sola bensì un groviglio di sensazioni contorte e lucide, buie e luminose, vere e immaginarie, infantili e vecchie. Paure e illusioni, salvezze possibili e ineluttabile disperazione, sono un tutt’uno in questi universi interiori bagnati, creati e imposti dall’alcol. Birra, ron, gin, whisky, tequila sono tante porte progressive. Il nume nero, il Mescal, la porta valicata la quale non c’è più ritorno, attende irresistibile e silenzioso che crolli ogni futile tentativo di umana resistenza. Poi rimangono solo le voragini di un vulcano impietoso che tutto inghiotte e il baratro nero in cui precipitare vorticosamente. Lasciate ogni speranza o voi che entrate... 




I dipinti di Luigi

 

COSA CONSENTIVA, 
40 ANNI FA, 
UNA TAVOLOZZA DEL CLOSLIEU

( La necessità del Gioco del dipingere )




Chissà cosa starà facendo oggi Luigi R., che vita conduce, quali sono le sue occupazioni?

Quel giovane ragazzo che tra il 1980 e il 1981, quasi 40 anni fa, lavorò con tanta passione nell’atelier di pittura di Susi Frova, mia madre, in un paesino della bassa lodigiana chiamato San Zenone al Lambro, dove anch’io dipinsi negli anni dell’adolescenza.

Sarei quasi tentato di cercarlo, di trovarlo e di parlargli. Per vedere cosa ricorda di quegli anni e di quei momenti formidabili. Sono certo che anche in lui queste tracce, che ancora oggi vibrano in chiunque le guardi, siano diventate un patrimonio indissolubile, conscio e inconscio, e che Luigi le porti sempre dentro di sé.

Tracce vive, forti e piene di sostanza che costituiscono - come dubitarne? - il suo tesoro nascosto, un patrimonio intimo. In questi anni, da allora ad oggi, esse l’hanno accompagnato, l’hanno sostenuto nei momenti difficili, gli hanno dato fiducia nei propri mezzi.

Chissà se sarebbe curioso di rivederle e quali sensazioni susciterebbero in lui...




Le ho trovate in una vecchia cartelletta, tra altri dipinti dell’atelier di Susi.

Le offro con rispetto al vostro sguardo, sperando che sappiate osservarle con occhi semplici e senza commentarle troppo. Soprattutto evitando troppi aggettivi per definirle.

Vi chiedo di guardarle con gli stessi occhi con cui le ha osservate a lungo, con grande concentrazione e in assoluto silenzio un bambino di 4 anni, che chiamerò Elias e che dipinge nel mio Closlieu: sembrava che le lasciasse parlare dentro di sé e ne ascoltasse la risonanza.

Ve le offro perché sento sia giusto farlo e che possa avere un senso.

Senza timore di tradire la fiducia di Luigi, che allora dipinse il proprio mondo solo per sé e senza destinarle ad alcun ricevente, gli chiedo di essere generoso: è impensabile trovare dipinti analoghi nei suoi coetanei di oggi, allora mi conceda di avvalermi dei suoi dipinti per far conoscere cosa era possibile in quei tempi e cosa, spero, sarà ancora possibile in futuro, in generazioni più fortunate, libere e rispettate delle attuali.




A mia volta, ho osservato Elias mentre, quasi stesse placando una sete interiore, s’impregnava di queste tracce. Le ha riconosciute e le ha sentite vive ed esprimibili dentro di sé: questo mi è parso e questo in cuor mio spero. Se non avessi questa speranza e questa convinzione, non avrei aperto, ormai molti anni fa, un Closlieu. E probabilmente, non continuerei a credere nella sua ragion d’essere e ad insistere per mantenerlo in vita e accessibile a chiunque.

Mi sarei arenato e scoraggiato di fronte ai disastri provocati dall’educazione artistica in questi ultimi decenni, mi sarei dato per vinto di fronte ai tanti bambini (ai tanti potenziali Luigi R.) ridotti ad un’innaturale sterilità creativa dagli eccessi di intervento adulto, che non oso definire educativo, che gli ha spinti e fatti precipitare in una realtà di stereotipi e immagini inculcate che poco o niente hanno a che vedere con il loro mondo interiore.

Il perfetto allievo dell’odierna educazione artistica, da bravo piccolo artista, quando dipinge sembra essere perfettamente scisso in due. Dipinge quello che gli è stato insegnato dall’adulto (l’insegnante, il genitore, il parente) e quello che a quest’ultimo può far piacere. Dentro di sé, nel suo ventre, nel suo corpo, egli non prova una viva soddisfazione per ciò che ha prodotto. Se ne compiace solo la sua parte mentale, una piccola parte del nostro essere, fiera di aver svolto diligentemente un compito e del riconoscimento positivo che ottiene da “fuori”.

Non esagero e so di cosa parlo: di bambini così o, più precisamente, di bambini diventati così, ne ho visti passare tanti anche nel mio Closlieu. Troppo spesso mi trovo a condividere la loro frustrazione quasi disperata: non è facile per loro e nemmeno per me che sto al loro fianco.

Alcuni di loro, quelli che hanno avuto la fortuna di poter continuare per qualche anno, hanno saputo scardinare, almeno in parte, questa realtà deprimente e riconquistare un’integrità e un’unità ben più gratificanti.

Questa cosa e l’esserne consapevole mi hanno spinto a perseverare nel mio lavoro e a non perdere la fiducia.

Dentro di me continuo a ripetermi che finché c’è vita c’è anche movimento. Finché ci sarà movimento ci sarà anche potenziale trasformazione.

Possiamo e dobbiamo credere nella possibilità che essa si produca, su scala individuale prima e collettiva poi.

Tuttavia, le trasformazioni profonde richiedono anni e proprio questo è ciò che si richiede a noi Serventi del Gioco del Dipingere: anni, tempo e continuità affinché si possa uscire dalla carestia in cui versa oggi il tracciare nel mondo infantile e ritrovare una rinnovata fertilità che consenta una feconda Espressione nei bambini di domani.




I dipinti di Luigi

Ma ritorniamo a Luigi e a ciò che visse tra le quattro pareti multicolori dell’atelier di Susi. Fu un’esperienza felice, non c’è ombra di dubbio, seppur breve...

Cosa sono uno o due anni nello spazio di una vita? Un’ora e mezza alla settimana nell’arco di cosi pochi mesi sembrano davvero pochi eppure Luigi visse allora un’esperienza indimenticabile che lo accompagnerà in tutti i suoi anni seguenti. Provo a ricordarmi da dove provenisse ma non ci riesco: forse da qualche cascina che in quegli anni ancora esistevano intorno e dentro al paese? Comunque, è probabile che la sua famiglia non gli chiedesse di divenire un “piccolo artista” e che nemmeno subisse la pressione di dover produrre o di dimostrarsi creativo.

Egli veniva nell’atelier per il puro piacere di dipingere, assorto nel suo gioco appassionante che lo rendeva forte, libero e indipendente tra altri simili a lui.

Quello che Luigi dipinse allora, e che oggi è davanti ai vostri occhi, è un mondo intero, il suo mondo: con le passioni, le preoccupazioni, i paesaggi interiori ed esteriori che gli erano propri. Ragazzino di dieci, undici o forse dodici anni, egli navigava nella Formulazione - e la padroneggiava con sapienza - per tracciare “oggetti-immagine” che sono ben più di una rappresentazione della realtà circostante.




Infatti, quando la traccia è naturale, quando la Formulazione si esprime incondizionata, è corretto parlare di pura Espressione mentre non lo è limitarsi all’improprio termine di rappresentazione. La pressione che proviene da dentro (Ex-pressione) si serve del tracciato e del segno per mettere in scena, per far vivere in concreto, un paesaggio ben più profondo della rappresentazione di ciò che gli occhi vedono al di fuori. La sua espressione è necessaria e salutare per l’equilibrio personale mentre la soddisfazione del bisogno organico che la suscita è fonte di pienezza, piacere e appagamento.

Per chi conosce la Formulazione - tutti dovrebbero! - messa in luce impeccabilmente da Arno Stern nel corso di una vita intera di lavoro lucido e generoso, non è difficile riconoscere una grande ricchezza di elementi propri alla stessa presenti nei dipinti di Luigi.

Per citarne solo alcuni tra i più evidenti: l’utilizzo particolarmente diversificato della figura della lisca (ponti su strade e fiumi, staccionate e recinti, ringhiere e balconi, sentieri “piastrellati”, reti da pesca e reti delle porte dei campi da calcio, delimitazioni stradali e erbacee - tra i due campi sportivi -, auto o autobus, decorazioni delle barche, interni e decorazioni delle finestre, strisce pedonali, strade grigie particolari, scale, alberi delle barche, bandiere...).

Poi gli spazi blu con pullulamento di pesci, barche, uccelli, stelle, legnami, personaggi, onde, nuvole.




Poi gli altri ricchissimi pullulamenti: di fiori, di alberi, di frutti, di auto, di case.

Poi i restringimenti (fiumi e strade), gli imbuti, le figure raggiate (soli), le figure circoscritte (case, personaggi, piscine, pesci, isole, frutti), i limiti superiori (cieli con pullulamenti di stelle, uccelli ecc.), i limiti inferiori (spazi blu con pullulamenti di pesci e onde oppure strade nere), gli zampillamenti (alberi e radici), le linee assiali (di strade, di alberi delle barche, di pontili) fatte con linee, punti o con le automobili stesse.

Poi, e non ultima, l’infinita rete di collegamenti fatta da strade e autostrade grandi nere, strade più piccole grigie, stradine sterrate marroni, sentieri. Il mondo sotterraneo, spesso raffigurato da altri bambini con formicai o da un reticolo di tane collegate tra loro da cunicoli, esiste nei dipinti di Luigi sotto forma di molteplici case strettamente unite tra loro da diverse vie di collegamento.

Infine, qui e là, si trovano anche figure primarie fini a se stesse e persino dei giroulis forse solo decorativi!




I collegamenti e il corpo

Non sembra esserci tempo nei dipinti di Luigi. Nell’arco di circa due anni egli ha dipinto con trasporto qualcosa che l’ha probabilmente portato fuori da una dimensione lineare, con un inizio e una fine ben definite. Le sue tracce risalgono dentro di lui fino alla memoria organica e cellulare. Esse avrebbero potuto continuare all’infinito come le sue strade se un giorno, per un motivo a me sconosciuto, egli non avesse dovuto sospendere di frequentare l’atelier di Susi.

Ammetto di aver provato un po’ di emozione, dopo aver percorso con lo sguardo tutti i suoi sentieri, le sue strade e le sue vie, quando ho avuto davanti agli occhi l’ultimo suo dipinto rimasto in sospeso: era forse “in corso” quando lo lasciò sulla parete l’ultima volta pensando probabilmente di continuarlo la settimana successiva... Luigi non sapeva che non sarebbe più ritornato in quella stanza un po’ magica e unica. Le ultime strade che dipinse, ascendenti nella montagna, appaiono come interrotte all’improvviso e sembrano farci fare un salto in una dimensione altra e invisibile. Erano, quel giorno, aperte sul futuro e ora mi appaiono aperte sul passato. Come mi piacerebbe oggi che Luigi potesse rientrare nel Closlieu e riprendere quelle strade dal punto in cui, solo provvisoriamente, le aveva lasciate allora!




Anche in tutti gli altri dipinti, le strade di questo straordinario inventore, artigiano e architetto dei collegamenti non sembrano giungere a una meta definitiva ma appaiono come preludio di una potenziale continuità. Esse collegano, congiungono, uniscono e al contempo, aprono nuovi orizzonti e nuovi paesaggi. Sono i vasi sanguigni di un’unica struttura organica, lo scheletro osseo che la sostiene, i ponti tra conscio e inconscio, le infinite associazioni che consentono il movimento, l’equilibrio, la vita.

A me questo sembra di poter dire sui dipinti di Luigi: che hanno un corpo, che sono un corpo. Tracciando spontaneamente, giocando a dipingere, Luigi ciò che dipinge senza soluzione di continuità, senza separazione tra chi dipinge e ciò che viene dipinto. Trasportato da un inconscio desiderio e da un altrettanto inconscio slancio egli la realtà che scaturisce e prende forma dal suo pennello, non è colui che la rappresenta. Il suo mondo interiore è forte e vivo mentre il Closlieu ne consente l’espressione attraverso tracce naturali e incondizionate.

Esse rendono possibile e tangibile il ritorno ad un’unità e ad un’integrità in cui dentro e fuori non sono che due facce della stessa medaglia.

Tuttavia, sorge come diretta conseguenza l’amara e piuttosto spaventosa domanda: perché tutto questo sembra diventato impossibile e irripetibile nei bambini di oggi?

Ammesso che i Closlieu siano tali a tutti gli effetti, cioè non copie conformi prive di sostanza, e che continuino ad essere il luogo dell’Espressione nei termini in cui è stata definita da Arno Stern, c’è da sospettare e temere che nei bambini delle ultime generazioni sia in atto una profonda trasformazione che stia andando a intaccare l’essere umano nella sua struttura profonda.

Danni dovuti all’informatica, alla schiavitù dalle macchine, all’educazione ricevuta o a cos’altro?

Come dire che non solo un bambino di oggi non è più in grado come Luigi di tracciare, manifestandoli esteriormente, strade, paesaggi interiori e collegamenti “consci ed inconsci” ma potrebbe anche darsi che dentro di sé questi non esistano proprio più o siano profondamente alterati. Un linguaggio non utilizzato si atrofizza e muore mentre un sentiero non utilizzato si riempie di sterpi ed erbacce.

La mia è solo un’ipotesi, estrema per giunta, e spero di sbagliarmi.

Tuttavia, se è vero che comunque esiste sempre una forma di “evoluzione” nell’essere umano e che in essa (oltre che nelle capacità di reazione e di ribellione) si possa e si debba confidare, il mio timore è che siano sempre meno gli umani e sempre più le macchine a governarla.

Ne riparliamo?






TRACCE NATURALI, Milano, maggio 2019

L'Aspirina era un talismano

 


Se quando piove ti senti nella pioggia che cade,
se quando soffia il vento sei dentro nell'aria che spira,
allora realizzerai con piacere cosa significhi vivere in buona salute"

Haruchika Noguchi




L’Aspirina era un talismano, ora è solo un ricordo

Alla fine, ecco che mi trovo a scrivere anch’io su quel che penso di tutto ciò che stiamo vivendo. È da una parte una necessità personale, qualcosa che s’impone a me nonostante una certa sfiducia nella comunicazione via social, e dall’altra il desiderio di portare un minimo contributo in forma di pensiero a chiunque si ponga oggi domande in merito alla questione “salute” e abbia la pazienza di leggermi.

In primis, sento che sarà importante, necessario e molto utile che ciascuno di noi “umani” nei mesi e anni a venire faccia sentire la sua voce e manifesti il proprio (nei limiti del possibile) libero pensiero: ciò per far sì che la direzione che prenderà il mondo in questo periodo di cambiamento profondo sia di un tipo piuttosto che un altro, verso una decrescita felice (meno consumi, meno prodotti inutili e per niente “necessari” d’acquistare, meno spreco energetico, meno inquinamento di tutti i tipi) e verso una crescita di ciò di cui oggi siamo tanto carenti (più amore, più ascolto, più eguaglianza, più creatività, più rispetto in qualunque sua forma, personale e collettiva).

Approvo quasi a priori - ripeto quasi - chiunque parli in prima persona (è di questo che abbiamo bisogno, non di insistere a prender partito sulle idee e i contenuti di altri) e che sollevi e ponga l’attenzione su un aspetto che io trovo fondamentale: smettiamo di credere che la risposta e la “soluzione” venga da fuori, da altri, da sedicenti esperti, maestri, guru, specialisti. Non aspettiamo che questa soluzione ci sia servita su un piatto dorato.

Da quarant’anni ormai (seppur con tutti i passaggi dovuti alle mie diverse esperienze e ai salutari mutamenti in termini di coscienza e crescita personale) credo, vivo e cerco di comunicare, mediante il mio lavoro e quello che metto in pratica, che non abbiamo bisogno di preti per comunicare con dio, di medici per essere in salute, di scienziati per dirci come vivere, di maestri che ci insegnino cosa dobbiamo o non dobbiamo fare.

Mi spiego meglio: preti, medici, scienziati e maestri fanno un lavoro utile, a volte encomiabile, a volte fantastico. Li rispetto profondamente e sono loro grato, come sono grato ai bikers che fanno le consegne, ai contadini che coltivano ciò che mangio o al signore dal mantello nero che, sotto casa mia nel centro milanese, gira a ogni ora del giorno in bicicletta facendo risuonare campane e campanelle per “svegliare” la città e i dormienti. Chiunque operi con generosità, sincerità e serietà per il bene proprio, per quello degli altri e quello del pianeta in cui viviamo gode del mio pieno rispetto.

Tuttavia, appena comincio a sentire l’odore o molto spesso l’olezzo della Verità con la V maiuscola e di chi ritiene di esserne detentore, i miei anticorpi - probabilmente ben allenati - entrano in azione e si ribellano appassionatamente. Non c’è quasi nulla che sopporti meno del sentire qualcuno che ritenga di sapere cosa sia meglio per me e che manifesti con assoluta certezza cosa dovrei fare o non fare della mia vita. Ammantando magari il suo discorso di un sedicente bene collettivo da rispettare (chi stabilisce se sia proprio quello il bene?) e facendo scattare in noi, se si finisce per agire diversamente, il passivo e frustrante senso di colpa di cui tanto si è abusato nel passato per calmare spiriti e bollori divergenti e da cui, per grazia ricevuta, sono in gran parte immune anche per l’educazione ricevuta da mio padre e mia madre (cosa per cui sarò loro sempre riconoscente).

Ricordo che a circa sei anni, quando frequentavo l’International School of Milan, fui mandato fuori dalla classe da Mr. Xavier Sanson (l’insegnante di musica venezuelano peraltro assai simpatico). Probabilmente facevo casino e per punizione fui invitato a meditare sul mio comportamento fissando le pareti che facevano angolo con la stanza della preside dell’istituto.
In quel mentre passò una suora a consolarmi.
«Bravo bambino, ma tu credi in dio?» mi disse, rimanendoci molto male quando le risposi un po’ seccamente di no.
«Ma allora non credi in niente» replicò impettita.
«Certo che sì, credo nella Vita» le dissi io con molta convinzione e lasciandola un po’ senza parole. Ricordo anche che Giulio e Susi, i miei genitori, furono molto contenti che io avessi dato questa risposta, salita istintivamente dal cuore e non certo frutto della riflessione.

La salute non è una questione di scienza né di medicina: sono stanco di esser bombardato da questa forma martellante di condizionamento. Un condizionamento nocivo e fastidioso. Trovo inoltre - apro e chiudo la parentesi - provinciale, settario e di strette vedute chi riconosce un’unica scienza o solo alcuni criteri che la definiscano. Innumerevoli Scienze umane sono esistite nella storia e nelle varie culture e se le rispettiamo o no (se siamo in grado di capirle o meno) è solo una questione di scelte, di studio, di conoscenza.

La salute è sentirsi acqua con le gocce di pioggia e sentirsi vento mentre esso spira, sì, essa è anche questo. Soprattutto, la salute non è una guerra contro un nemico (virus x o y o quant’altro) e non equivale all’assenza di malattie poiché è anche grazie le malattie che manteniamo il nostro equilibrio. L’equilibrio: magica e complessa parola, vogliamo discutere di quanti elementi contribuiscono a mantenerlo?
L’equilibrio/salute riguarda la vita di ciascuno noi, ciascuno ne è responsabile e ciascuno dovrebbe esser totalmente rispettato nelle sue scelte (e anche ascoltato se abbiamo empatia, compassione o semplice desiderio di conoscere/amare l’altro).

Il mio equilibrio/salute non è mai dipeso di farmaci. Ricordo benissimo quando presi l’ultima aspirina: avevo 17 anni, oggi ne ho quasi 40 in più, e andavo al cinema con una bella ragazza che volevo conquistare (il film era il primo Indiana Jones e io ero convinto che le aspirine avessero un potenziale quasi magico, sic... Poi, anche per via di forti bruciori di stomaco cambiai fortunatamente idea).
Da quel giorno, la mia relazione con le medicine si è interrotta completamente: solo qualche anestesia quando mi è stato devitalizzato un dente o i prodotti chimici che ho ingerito mio malgrado con il cibo.

Eppure sono qui, sto bene, credo di aver un discreto sistema immunitario (anche stimolato dalle mie scelte) e un corpo che per ora reagisce in modo vitale. La cosa non dovrebbe aver comportato danni per nessuno e semmai credo di aver fatto risparmiare qualche soldo alle casse dello Stato e alla Sanità pubblica. Ho imparato invece ad avere molta fiducia nelle capacità del mio organismo di autoregolarsi e riequilibrarsi da sé (fiducia che è nata ed è aumentata con l’esperienza). Infatti, sono cresciuto con e grazie alle mie malattie. Attraversarle e viverle fino in fondo, senza limitarmi a nasconderne i sintomi, mi ha permesso di scoprire e coltivare l’introspezione e la consapevolezza. Ho cominciato anche a comprendere come funziona il mio organismo e come la vita lavora in noi. Come per tutti, le malattie (ovvero le fluttuazioni della mia salute) vissute negli anni non sono state poche. Potrei elencarvele: le ricordo tutte, le collego tra loro e ne vedo il nesso. Un nesso che solo io so spiegarmi ma ciò è normale perché chi più di noi può affermare di conoscere il proprio corpo? Di certo non combatto contro le malattie e non le temo.

Vorrei usare le belle parole di un amico perché mi corrispondono bene: quello di cui vi parlo è personale e non definitivo, domani potrei pensarla in modo ben diverso.
Dicendo quello che penso, non sto invitando altre persone a fare come me, me ne guardo bene. Dico solo che un’altra visione sul tema salute è possibile.
È il mio modo di vedere, il mio credo: non credo nel dio denaro, non credo nel dio vaticano, non credo nel dio scienza però credo nel dio Vita. Ognuno creda nel dio che vuole ma non ditemi quale debba essere il mio.

Siamo invitati in questi giorni a “non lasciar cadere la guardia” e sono d’accordo perché capisco a cosa ci si riferisce ma in cuor mio, se devo dirla tutta, non mi sono mai sentito “in guardia” né sulla difensiva. Potrei qui ed ora abbracciare tutti i miei cari e qualunque altra persona nella strada senza nessun timore e la stessa cosa valeva un mese fa quando eravamo nel pieno dell’emergenza. Se non lo faccio e non l’ho fatto è solo per rispetto delle regole comuni (finché queste avranno diritto di esser considerate rispettabili) e del vivere collettivo, per rispetto delle convinzioni e dei timori di ciascuno, per rispetto di chi non la pensa come me e perché coltivo un margine di “ragionevole e scientifico” dubbio. Se non ho “trasgredito” è per puro senso di responsabilità e per autonoma capacità di agire, di pensare, di intendere e di volere.

Non sono contento però che questa capacità di responsabilità non mi sia riconosciuta da chi ci governa e amministra, non sono contento di avere guardiani ed elicotteri che controllino i miei spostamenti quando gli stessi “addetti all’ordine” potrebbero benissimo occuparsi di tenere parchi e giardini aperti invitando, se necessario, i meno attenti al rispetto di norme comuni condivisibili e di buon senso.

Bisogna aver fiducia nella Vita, negli altri e in se stessi, questo vorrei proprio sottolinearlo.





venerdì 20 ottobre 2017

Aikido, via del Respiro (III)



L’Aikido, via del Respiro





III

Il norito la mattina, boschi nel buio, la stella


Ogni mattina, durante il lungo cammino di quest’estate, che fosse nei paesi baschi, in Cantabria, nelle Asturias o in Galizia, che fosse la mattina prestissimo, quasi notte, o il giorno già pieno, non ho mai dimenticato di cantare il norito. Questa pratica, questo piacere nella presenza e nella condivisione della presenza, ha congiunto in me due cammini, quello “francese” quasi iniziatico del 2004 e questo del “Norte”, d’età matura, senza soluzione di continuità. Un filo vivo cantato ogni mattina dalla mia voce durante quei “primi passi necessari” e che si riannoda con questi “altri passi necessari” del 2017. Il prendere coscienza dell’esistenza di questo filo invisibile mi ha dato la sensazione di uscire dal tempo lineare. L’allora e l’oggi, mentre camminavo, erano strettamente uniti, fusi, vibranti nel momento presente.

Il norito è un'invocazione di origine shintoista tramandata e trasmessa nel passato quasi sempre oralmente. Lo shintō, a sua volta, è una forma di religiosità popolare giapponese non codificata fino al xx secolo, quando venne in qualche modo istituzionalizzata dal regime imperialista, che la utilizzò per veicolare il proprio messaggio nazionalista e affermare la supremazia di carattere “divino” del Giappone, esaltando la figura dell’imperatore, discendente diretto degli dei.

Prima, dalle origini fino al ‘900, lo shintō, come il taoismo in Cina, non poteva esser considerata una religione vera e propria, con una forma dottrinaria scritta e ben definita. Nasceva nella spontaneità popolare e si esprimeva attraverso feste e ritualità di carattere religioso legate alla vitalità, alla fertilità, alla natura. Il divino e le sue molteplici espressioni, i kami - gli dei -, si incarnavano in esseri umani, alberi, pietre ed era possibile sentirlo, toccarlo, esserne toccati. Si trattava di una forma di religiosità diretta, senza mediatori, nella quale l’uomo partecipava di un Universo di cui poteva sentirsi al contempo centro, strumento e parte integrante. Esprimendo tutto ciò in termini personali potrei dire che non esisteva separazione tra l’uomo e l’universo, tra l’uomo e dio, tra l’uomo e la natura.

Il norito è un inno alla vita e a chi la vive. Cantandolo o recitandolo, si entra in risonanza con la natura e si chiamano a raccolta tutti gli esseri e le creature divine, celesti e terrene, che la animano. La voce dell’uomo che la esprime, come la respirazione che la accompagna, diventano ponte tra un dentro e un fuori che finiscono per fondersi e riconciliarsi in una sublime unità.

Le parole del norito che oggi conosco e canto ci sono giunte da Itsuo Tsuda (1914-1984) che le recitava la mattina nel dojo di Parigi all’inizio di ogni seduta di Aikido. Un giorno, nel 1982, esse arrivarono anche nel piccolo dojo milanese di via Bezzecca trascritte a mano su un foglietto. Ricordo che Ombretta ed io ci mettemmo insieme, accovacciati per terra, cercando di leggere quelle parole senza alcun senso e di impararle a memoria. Nei giorni seguenti continuai a leggerle a casa e la memorizzazione fu rapida, senza particolari difficoltà.

Tsuda, per quanto ne so, non volle mai tradurre le parole del norito. Lasciava intendere però che bisognasse coglierle in quanto tali, per il loro suono. Che non fossero dipendenti e legate ad alcuna religione. Ciò che contava era il loro carattere universale, non che fossero espressione della cultura giapponese. Invitava alla pratica del norito, pratica dell’ascolto, più che alla sua comprensione; a cogliere la sua risonanza, a svuotarsi dall’interpretazione per lasciarsi penetrare dal suono, con semplicità e purezza d’animo.

Devo dire che per me, che sono aperto alla dimensione religiosa ma piuttosto refrattario, per il loro carattere invadente e moralista, alle religioni costituite, questo è stato un fattore determinante nel rendermi simpatico il norito: non dover aderire ad un credo già stabilito ma poter sentire dentro di me, in prima persona e senza filtri, una risonanza che mi univa a qualcosa di più grande e senza forma.
Sentire dove? Principalmente nel ventre e nell’hara. Ho sempre avvertito la vibrazione del norito nella pancia e in quello che sento come il mio Centro, che in Giappone viene chiamato hara, ancor prima che nel cuore o nel cervello.

Morihei Ueshiba, fondatore dell’Aikido, e Haruchika Noguchi, fondatore del Seitai, intendevano la stessa cosa, quando dicevano: “Io sono il Centro dell’Universo”.
Il corpo che siamo esprime questa universalità e, al contempo, l’unicità propria di ciascun individuo. Non siamo due, io e l’universo, bensì “Uno”, scissi solo in apparenza ma fondamentalmente e indissolubilmente uniti.

Per quanto riguarda l’Occidente, non c’è bisogno di tornare così indietro negli anni risalendo fino alla “Armonia Nascosta” di Eraclito per sentir parlare di un centro in cui i dualismi si dissolvono e gli opposti si congiungono. Anche Luis Cortázar, pochi decenni fa, con parole che mi ispirano molto - e molto più vicine al sentire occidentale - disse: “ (…) il Centro sarebbe quella dimensione nella quale l’essere umano, individuale e collettivo, può reinventare la realtà”.

Ritorneremo in seguito su centro e hara, così strettamente legati a ciò che, nella mia percezione, è Aikido. Per ora, mi limito a evidenziare che anche il norito possa essere definito come emanazione sonora di un centro, istante senza tempo – all’inizio del tempo? - in cui la realtà si reinventa e si ricrea.

Durante il cammino estivo, per recitare il norito, congiungevo le mani nel mudra che mi è stato trasmesso con la pratica: le dita si intrecciano, gli indici e i pollici si toccano. Nelle sedute di Aikido, Itsuo Tsuda, in seiza - seduto sui talloni - portava le mani unite davanti agli occhi in questo mudra, con i gomiti aperti ad altezza delle spalle e cominciava a recitare. Con la stessa gestualità recitava il norito anche Morihei Ueshiba, come si può vedere in alcuni filmati dell’epoca. Quest’estate, tuttavia, ho fatto una scoperta. Ci sono arrivato da solo, senza che nessuno mi desse indicazioni.

Stando in piedi, spontaneamente e mantenendo lo stesso mudra, con le spalle distese ho portato le mani al ventre, sopra lo hara. Mi sono accorto subito che questa postura, così semplice – come mai non l’avevo mai praticata prima? - ha una grande potenza e aiuta tutte le nostre energie a concentrarsi in una zona del corpo nella quale la vitalità si esprime in modo particolare. Il solo atto di porre così le mani mi faceva sentire a casa, in asse e in pace. Allora, nella quiete del mattino, solo in mezzo alle pianure, alle valli, ai boschi, lasciavo che il suono sorgesse e uscisse libero...

Cercando in una vecchia edizione italiana del Kojiki, antico libro che tratta dei miti e della cosmogonia giapponese, ho scoperto che il norito che recitava Tsuda – ne esistono diversi altri - si chiama Misogi no Harae. Misogi è un rituale di purificazione. In parole semplici, la storia di questo norito narra di Izanagi e Izanami, divinità maschile e femminile, e di come Izanagi, ritornando dal mondo degli inferi – in cui era sceso, come Orfeo con Euridice, per rivedere la sua Izanami - si lavi in un fiume, purificandosi. Da queste abluzioni, da ogni parte lavata del corpo, nascono nuove creature e vita.

Per Itsuo Tsuda, l’Aikido poteva esser inteso come una via di purificazione, di un’occasione per rendere più chiaro il nostro Ki, inserita in un percorso che definiva di “spoliazione”. L’idea di rafforzamento del Ki – per poterlo utilizzare con efficacia - gli era estranea, anzi credo proprio che la vedesse con ostilità e un certo disprezzo. Un percorso di spoliazione, come un lungo cammino, aiuta a lasciar cadere, abbandonare, liberarsi da tutto ciò di cui non necessitiamo veramente. E consente alla nostra vera natura di manifestarsi con più chiarezza. Il diamante che, secondo il buddhismo zen, esiste in ciascuno di noi ha solo bisogno di esser pulito e lasciato brillare in piena libertà. Non a caso, dal mio punto di vista, Tsuda recitava un norito di purificazione all’inizio della pratica mattiniera dell’Aikido. Esso si sposava così bene con il suo modo di intenderlo e praticarlo, con la sua filosofia pratica... L’ego del praticante, più che ingrandirsi all’infinito, “petit à petit”, poteva cominciare a ridursi.

La progressiva diminuzione dell’ego crea e lascia lo spazio necessario affinché si desti in noi una nuova sensibilità e il desiderio di avventurarsi nel grande mare dell’Aiki… Per il proprio bene e per quello di tutti.

Ma se nell’Aikido moderno, almeno nelle sue forme più diffuse e conosciute, si è scelto di scindere la pratica “marziale” da quella spirituale e di considerare quest’ultima quasi un di più, una parte strettamente personale e in fondo facoltativa, questa non è da considerarsi una scelta da poco. Essa porta con sé sicure conseguenze, nel senso anche di uno svuotamento della pratica stessa, perché ne vengono meno i fondamenti. Se chi parla di norito o di ki nell’ambito dell’Aikido viene oggi immediatamente guardato con sospetto o tacciato di esoterismo forse è perché qualcosa è andato perso, un filo si è spezzato.

Come parlare di Aikido “senza ki”? L’impressione è che ci si stia addentrando in un terreno davvero paradossale. Esigenze di carattere sociale, di gestione – del potere, delle federazioni e degli allievi – o di marketing stanno dietro a scelte molto riduttive e discutibili. Esiste un corpo senza spirito? Sí, quando giace privo di vita. Ci vorrebbero portare a credere che esista il pane senza glutine, il vino senza l’alcool o l’apprendimento del nuoto “stando seduti in poltrona” come amava dire Tsuda.

La dimensione del Ki, terreno del sentire e del sensibile, è la dimensione in cui l’Aikido vive e si manifesta. Ciò comporta, nel praticante, la necessità di un’apertura a ciò che avviene nell’invisibile e nell’immateriale. Spirituale e invisibile sono per me quasi sinonimi. Dire che esiste solo ciò che “si può vedere e toccare” – ricordate l’apostolo Tommaso? – o ciò che è misurabile, quantificabile, materiale, trasformerebbe questa pratica dai limiti indefiniti e sempre mobili in esercizio meccanico, formale, ripetitivo: in poche parole, almeno per quanto mi riguarda, in qualcosa di estremamente… noioso.

Forse però la causa di un certo impoverimento filosofico dell’Aikido moderno, oltre alla diffusa perdita di una sensibilità normale – quanto di ciò che accade nel mondo di oggi ci spinge e costringe all’insensibilità! - è l’ignoranza e la paura di ammetterla. Ci possiamo tuttavia chiedere perché il “non sapere” debba esser considerato un’onta quando si tratta solo di una sincera constatazione di una realtà. La necessità di rimuovere, cancellare, separare, tacere, nasce molte volte dal non voler riconoscere una fondamentale ignoranza.

Se appena si allargasse la visuale, potremmo scoprire con sollievo che “sapere di non sapere” è la più grande delle saggezze. Sembra però che ci sia ancora chi non lo abbia compreso o che non voglia riconoscerlo. “Sapendo di non sapere” ci si apre al nuovo e si dona nuova linfa al desiderio vitale dell’apprendimento. “Sapendo di non sapere” si scopre che è concepibile anche una via di conoscenza non razionale. “Sapendo di non sapere” si esce dall’ignoranza e la si vince: sembra un paradosso ma non lo è; anche se, lo ammetto, quest’ultima frase può apparire più come un koan zen che come un assioma…

Una parte dell’Aikido delle origini è andata senz’altro perduta. Forse però in questa parte risiede il senso profondo di questa pratica e, negare la sua esistenza, sarebbe un po’ come rifiutare la sua essenza, buttare via il bambino con l’acqua sporca. Credo che, per ogni praticante che voglia addentrarsi nei segreti – nei misteri? Nei piaceri - dell’Aikido, sia lecito porsi molto seriamente questa domanda.


***

Luci nella notte.
Quella mattina del 22 agosto sono partito prestissimo, il buio era ancora profondo.
Pensare che da piccolo lo temevo, il buio, ora invece mi cullava.
Era caldo, avvolgente, denso…
Questa calma che sentivo, era forse perché in me avvertivo ancora il chiarore dell’eclissi del sole che avevo visto la sera prima?
Un sole che poi si trasformava in due soli… poi in tre. Una festa di luce tra le nuvole dorate.
Solo, mi sono addentrato nel bosco galiziano dove niente si vedeva e mi sono mosso con l’allegria nel cuore finché, ad un certo momento, sono sbucato in una radura in cui il paesaggio si apriva.
Il cielo era limpido, le stelle splendevano ovunque.
Alle mie spalle riluceva con tutta la sua forza Venere: la presenza insistente e protettiva che ha questo pianeta di mattina è davvero sorprendente. Ogni giorno del cammino ha guidato i miei passi nel buio, coprendomi le spalle e indicandomi una via.
Ai miei lati, a sinistra come a destra, vibravano gli alberi della foresta, pieni di presenze.
Si stagliavano dritti e scuri nello sfondo notturno oscuro.
Sentivo come se mille occhi mi stessero osservando, mille orecchie fossero in ascolto.
Esseri di origine varia e misteriosa, vivi e invisibili, ma anche terribili ed esigenti.
Ed io che camminavo silenzioso, piccolo grande uomo immerso nella natura, corpo in movimento.
Ecco, ora giunge il momento del norito, il momento di innalzare la mia voce, di cantare la vita.
L’invocazione si presenta da sé, non si ha da cercarla, viene sempre opportuna.
È chiaro che ciò che la suscita sia una necessità interiore.
Per chiamare a raccolta tutto ciò che già vibra intorno, per portare al ventre tutta questa vita, batto forte le mani, due volte, all’inizio come alla fine.
In un silenzio assordante ho cantato a voce alta, con intensità e con piacere.

“Takama no hara ni kamu zumarimasu
     Kamurogi Kamuromi no mikoto mochite…
        (…)        Amatsu kami kunitsu kami yaoyorozu no kamitachi… (…)”
E altre bellissime parole e suoni…

Sono vivo e sono l’Universo che si canta.
Sento fino in fondo la pienezza del momento.
Poi chiudo questo momento magico con altri due battiti di mani.
E subito, la Stella appare e risplende!

Davanti a me, appena le mie mani avevano smesso di risuonare, una luminosissima stella cadente aveva attraversato tutto l'orizzonte ed era scesa proprio nella direzione del mio cammino…
Lunga, dolce, luminosa, era la prima che vedevo in tutto il mio cammino di agosto.
Non saprei dirvi, ora, quanto forte sia stato l'effetto che questo segno, così chiaro e così propizio in quell’istante, ha avuto su di me.
Ho sentito che stavo andando nella direzione giusta, senza margini per alcun dubbio.
Gratitudine per la stella che brilla dentro e fuori di me…


( ottobre 2017 )