venerdì 14 marzo 2014

Grazie Sotigui (3)

 
(continua...)



I ricordi che affiorano alla mia mente rispetto a ciò che ci siamo detti negli incontri di quei giorni sono tanti. Più ci penso e più ne emergono. Sarebbero necessarie molte più pagine di queste per scriverne compiutamente.
Qui, in questa che in fondo è solo una breve lettera d’amore, non posso che rimanere molto generico descrivendo qualche immagine, qualche impressione, qualche sensazione. Immagini, impressioni e sensazioni che da allora sono rimaste molto vive in me e che hanno fatto un lungo cammino in parti profonde e misteriose del mio essere. Esse continueranno ad accompagnarmi, credo per sempre.

Mi hai parlato dell’albero che è in me e in tutti noi, delle sue radici che affondano nel profondo della terra, della sua crescita, della sua apertura. Del seme da cui trae origine, dell’acqua e del sole che ne favoriscono la germinazione. Tutte cose semplici, già dette forse, anche già sentite… ma pronunciate da te, con le tue parole e i tuoi ritmi, che risonanza acquisivano e che pertinenza con il momento che attraversavo!
Essere un albero, in tutta la sua fierezza, essere un animale selvatico, in tutta la sua fierezza, essere un uomo, in tutta la sua fierezza. La fierezza naturale… di essere vivi. 
Dobbiamo credere in tre cose: credere nella vita che rende animata ogni cosa, credere in noi stessi che la incarniamo e credere in quello che facciamo, che la nobilita. Lo dicevi stringendomi le mani e facendomi sentire concretamente la vita che entro di esse scorreva e univa le nostre presenze.
Non dobbiamo dimenticare però di essere vigili e attenti, aggiungevi, giorno dopo giorno, perché dai semi nascono gli alberi e i frutti ma anche le male erbe e queste bisogna avere la perseveranza di tagliarle man mano che crescono…
Sempre cercando di dirigerci verso la parte migliore di noi stessi poiché se è vero che la perfezione non è di questo mondo possiamo comunque puntare sempre alla qualità.




Facendomi parlare hai ridato all’albero che è in me il suo spazio naturale. Mi hai aiutato a lasciar andar via tanti pensieri e sofferenze ormai inutili per lasciare spazio ad una natura nuova - o antica? - che chiedeva di vivere. Appena la mia bocca finiva per tacere allora parlava la tua e mi raccontavi una bella storia…
Quando cominciavi si sapeva che la storia aveva inizio ma non se ne intravedeva la fine… Ci si metteva l’animo in pace, si sospendeva il tempo e si ascoltava.

Una storia che allora mi aveva molto colpito e che ho sentito vicina e corrispondente al mio vissuto è la parabola della crescita di una persona, attraverso diverse generazioni, nella società mandingue. In fondo si tratta della stessa storia dell’albero nelle sue varie epoche. La racconto per grandi linee, tralasciando tutti i particolari e prendendo mille “scorciatoie”. Vorrai perdonarmi…
Dopo la nascita, il bambino trascorre sette anni con la madre, da lei apprende quasi tutto, lei è il suo unico riferimento o quasi.
Nei secondi sette anni scopre la “scuola della strada”, la fonte principale dell’apprendimento non è più dentro la casa ma fuori dove il bambino incontra e si confronta con diverse realtà nuove. In questo periodo torna sempre dalla madre per raccontarle le sue scoperte, per renderla partecipe e per sentirsi sostenuto e approvato da lei.
Nei terzi sette anni cresce il desiderio di autonomia e di indipendenza. Il ragazzo, per affermarsi, può arrivare anche a ribellarsi alla madre o ad essere in disaccordo con lei e la famiglia sul modo di agire e su ciò che deve fare. Intanto però tempra il proprio carattere, impara a difendere le proprie idee e a sostenersi da sé.
Dai 21 anni ai 42, cioè per tre cicli di sette anni, egli cerca un maestro da cui apprendere un’arte, per esempio un artigiano manifatturiero, un artigiano “della parola”, un musicista, un agricoltore ecc. Durante tutti questi anni egli lavora, anche duramente, ma il suo lavoro principale è quello di apprendere e di ricevere un insegnamento.
A 42 anni, e non prima, un uomo ha diritto di sedersi tra gli anziani del villaggio, tra coloro che prendono le decisioni determinanti per la vita della comunità.
Dai 42 anni ai 63 anni, per altri tre cicli di sette anni, è il tempo di restituire alla società quello che si è fin lì ricevuto. Ognuno con i mezzi che gli sono propri, riconoscendo le proprie qualità ma anche accettando i propri limiti, trova il modo di offrire nutrimento, nelle sue forme più svariate ad altri che vengono dopo di lui.
E così, a 63 anni, si giunge “à l’age du gain et de la perte”, l’età del guadagno e della perdita. Si guadagna in saggezza ma si perde la capacità e la forza fisica di attuarla nella realtà concreta.
Affinché la “nostra” saggezza non si estingua con il consumarsi del nostro corpo è necessario che essa possa vivere in un corpo più giovane. Per questo, già molti anni prima avevamo cominciato a intraprendere il cammino che consiste nel restituire al mondo - ai giovani - quello che dal mondo - dagli anziani - si è ricevuto. Dunque a 63 anni si è liberi da vincoli e doveri verso la società, liberi di continuare a insegnare, condividere, trasmettere ma anche liberi di ritirarsi poco a poco e di cominciare a percorrere pian piano “la via del ritorno alla terra”.

Tutta questa libertà di cui mi parlavi, unita alla natura, la fierezza, gli alberi che crescono, la terra che accoglie, le mani che parlano… quanto mi piaceva tutto questo! Questa semplice filosofia, così corrispondente alla mia, con chiarezza mi faceva intravedere un mondo in cui libertà e convivenza possono coincidere, in cui la realizzazione personale non fa rima con la solitudine, in cui la responsabilità - verso di sé, verso gli altri, verso la vita - è un atteggiamento naturale e aperto e non chiuso e opprimente.

Mi hai parlato molto di quelli che nella tua Africa definite i vostri “padri”. In altre culture vengono chiamati maestri, guru, guide, voi dite semplicemente padri.
Un padre è come un uccello che vola e un figlio è un uccello che vola dietro di lui. Finché un giorno il figlio esplora nuovi cieli e vola per conto suo.
Il padre si realizza attraverso la libertà del figlio.
Il suo amore verso di lui non è esclusivo né possessivo. Il suo sogno è di vederlo volare via con le ali forti. Nella vita abbiamo tutti molti padri e molti figli ed amarne uno non solo non ci allontana dall’altro bensì ce lo fa riscoprire ed amare ancora di più. Questo l’ho potuto riscoprire grazie a te Sotigui, che ti definivi mio papà. Un papà che riunisce le famiglie e non le spezza. Un papà griot che adempie così pienamente alla sua funzione di griot. Per questo provo per te una gratitudine infinita, perché mi hai permesso, tanto per fare un esempio, di riavvicinarmi alla mia famiglia biologica - al mio primo padre Giulio, a mia sorella Camilla e a mio fratello Martino - quando altre false piste che avevo seguito in passato mi ci avevano invece allontanato.

Per me sei stato come un vento e anche molti altri ti hanno sentito come tale.
Un vento che ha soffiato con continuità, tenacia e dolcezza.
Uno di quei venti di cui questo pianeta ha tanto bisogno perché portano con sé semi, voci e parole antiche. Hai soffiato dall’Africa verso i cinque continenti.
A noi ora il grande piacere di volare in questa brezza…

                                                                                              Ton fils,
                                                                                                              Giovanni


mercoledì 12 marzo 2014

Dakar, diario di un'immersione (3)

 
Assan M’Baye, angelo custode

Fa parte della vecchia generazione, Assan, di quelli che danno e non chiedono nulla in cambio. Soprattutto non chiedono soldi. Credo siano rimasti in pochi. Percussionista eccelso, tutti lo conoscono a Guele Tapée e alla Medina. E’ un accompagnatore nelle formazioni di sabar (non un tambour-majeur) ed è stato il mio accompagnatore durante la mia permanenza a Dakar. Con amicizia e affetto sincero. “Yaay sama xarit”, tu sei mio amico. Non ha mai smesso di dirmelo.
Oggi, primo giorno senegalese, è con lui che esco e muovo i primi passi per le strade del mio quartiere. Compro una scheda telefonica locale per il mio cellulare. Qui costano pochissimo, 2500 franchi cfa, circa 3 euro. Tutto, tranne l’acqua in bottiglia e poche altre cose, per noi risulta davvero economico. Ora potrò ricevere telefonate e farne senza dipendere dalle cabine. Soprattutto potrò prestare il telefono a tutti quelli che, pur muniti di cellulare, hanno il credito immancabilmente scaduto.
I negozi che danno sulla strada sono quasi tutti piccolissimi. Cosa li differenzia? Alcuni sono pieni di merce altri ne scarseggiano. Qualche scaffale desolato con poche scatolette e prodotti contati sta alle spalle di un venditore dall’aria triste. Il suo vicino ha invece successo e lo si vede: troneggia fiero nella sua boutique stracolma di tutto. I negozi sono aperti e non hanno vetrine, quindi non si entra dentro. Hanno tutti un bancone di vendita che da sul marciapiede. Sono disposti in continuità, uno a fianco dell’altro. Fuori ci sono panchine e sedili, comunque quasi sempre uomini seduti. Le donne passano e acquistano senza fermarsi troppo. Loro hanno da fare, a differenza degli uomini. In ogni negozio si mercanteggia il prezzo che, come tutto il resto qui, è flessibile e soggetto a mutamenti continui. E poi si parla, si scherza e si fa conoscenza.
Dall’altra parte della strada c’è il mercato di Soumbédioune, di dimensioni medie. All’esterno l’abituale schiera di negozi di strada, all’interno un dedalo di spazi e sottospazi dove si vende di tutto e si fatica anche solo a passare. Sarti e stoffe ovunque, poi spezie e incensi, verdure e frutta, carne, pesce e un’infinità di mosche.
Se devi acquistare devi farti avanti. Nel senso che se anche si formano delle piccole code di clienti non per questo i turni vengono rispettati. In genere acquista per primo colui che coglie il momento giusto per accaparrare l’attenzione del commerciante per chiedere quello di cui ha bisogno. Se non ti fai valere puoi anche essere superato da cinque, sei persone, una dopo l’altra, e rischi di aspettare tempi lunghissimi. Superare o essere superati non è sconveniente né riprovevole. A differenza di quello che succederebbe da noi, nessuno si incazza se viene bruciato sul più bello da un altro più rapido. “C’est la vie…”.
Questo lo capisco anch’io da subito, la gente sembra più paziente e meno nervosa. Forse sono soltanto meno stressati degli europei e quindi meno inclini ad incollerirsi per motivi futili e di principio. Non saprei dire. Eppure se penso alle code agli sportelli delle poste in Italia o in Francia e alla fredda e silenziosa noia che vi regna, ovviamente interrotte di tanto in tanto da inviperiti cittadini che protestano contro le mancanze dello Stato o dell’amministrazione pubblica… e se confronto tutto questo con analoghe situazioni di attesa vissute in mezzo agli africani e ai senegalesi dove, nell’attesa, le persone ridono, scherzano e soprattutto comunicano tra loro… Sì credo davvero che la capacità di attesa paziente sia nel DNA di ogni africano. Paziente non significa per forza succube. Vedi gente che attende senza farne un dramma, tutto qui. Forse anche perché non c’è alcun rischio di arrivare in ritardo da qualche parte. Qui il ritardo non esiste, o meglio è semplicemente parte integrante della realtà di ogni istante. Si è sempre in ritardo quindi non lo si è mai, quindi non c’è motivo di stressarsi. L’ora dell’orologio davvero non sembra contare più di tanto. E’ rispettata, è un segno di civiltà e di modernità, ma a ben vedere fondamentalmente superflua. Il mondo avanza per conto suo indipendentemente dalle lancette dell’orologio.
Rispetto alla pazienza ho molto altro da dire. Lo farò in seguito. Credo che si possa dire che la pazienza sia uno dei principali insegnamenti che possiamo trarre dall’Africa. Pazienza significa anche respirare profondamente.

Lasciamo Soumbédioune alle nostre spalle e ci dirigiamo verso il mare. Non è lontano e conto di andare in spiaggia la mattina presto per praticare il taiji. Prima delusione… Solo per arrivarci, a questa spiaggia, si devono superare zone talmente maleodoranti che devo tapparmi il naso. Attraversiamo un ponticello su un canale che è una vera e propria cloaca a cielo aperto. Mare? Luogo dove tutto si scarica e che tutto non può assorbire. Le belle barche colorate mi lasciano piuttosto indifferente perché le immagino galleggiare sulla merda liquida. Cercherò altre spiagge per il taiji. Amul problème, nessun problema…
            Continuo a camminare a fianco di Assan. Il suo passo è lento e dinoccolato. Mi rimarrà impresso quel suo modo di ciondolare un po’ indolente ma per nulla sgraziato. Mentre cammina, non credo che pensi ad altro. Credo che cammini e basta. Semplicemente. Mi piace stare con lui e i lunghi silenzi sono gradevoli. Lasciano spazio per eventuali incontri. E consentono ai miei occhi di impregnarsi poco alla volta, senza fretta, di questo nuovo mondo, di questa luce così intensa, di una città che non conosco ancora. Sento che Assan rispetta il mio ritmo. Questa qualità me la offrirà anche nelle lezioni di percussioni con il sabar che già dall’indomani gli propongo di darmi. Apprezzerò molto il suo insegnamento silenzioso e mite.


 Per strada

E’ bello camminare in queste strade. Tutto è in movimento e rumorosamente vivo. Nei primi giorni ho l’impressione di essere osservato. Poi la sensazione cambia e comincio a sentire che il quartiere ormai mi conosce, sa chi sono: il tubaab che balla e suona il sabar (fecc ak tëgge). I bambini verranno ogni volta a darmi la mano e a far risuonare la pelle tesa del tamburo che mi sono fatto costruire da Assan. Mi vengono alle spalle e ci battono su allegramente. Da lontano mimano il gesto di chi suona il sabar. Tra i tanti giochi che fanno per strada, l’attività musicale ha il suo spazio privilegiato. Ogni tanto li vedi correre con taniche di plastica e bacchette di legno tra le mani. Si affrettano per raggiungere altri coetanei dotati di simili strumenti rudimentali. Insieme, formano veri e propri ensemble di percussioni. Poco importa se gli strumenti sono improvvisati, la musica che producono è viva e riconosco i ritmi. E’ solo un’imitazione degli adulti che hanno continuamente l’occasione di ascoltare o l’espressione di una musica che hanno nel sangue fin dalla nascita? Poco importa, è bello vederli compresi e contenti di battere sulle loro ghirbe colorate. Molti di loro imparano così a suonare. Sicuramente sognano i veri sabar che un giorno lontano potranno forse permettersi. Potessero i bambini di Milano suonare per strada o semplicemente giocare come fanno qui.
Giochi semplici. Adoro quello del bastone a cui è appeso uno spago con dei pezzettini di carta colorata o di stoffa che vengono sventolati a destra e sinistra. Il bambino corre trascinando dietro di lui questi mini aquiloni. Lo spago diventa invisibile e si vedono soltanto questi esseri luminosi e svolazzanti che descrivono circonvoluzioni morbide e leggere. In genere le carte volanti dell’uno si incrociano e sfiorano quelle dell’altro. Un gioco che evoca qualcosa di assolutamente poetico, che sorprende e ti lascia incantato per la sua semplicità. Scaturisce dalla sola fantasia dei bambini e credo esista qui da tempi lontani (io stesso lo avevo già visto nei film). Non si avverte il bisogno di case produttrici di giocattoli.
A calcio giocano in tanti. In mezzo alla strada, spesso in spazi ristretti. Abilmente vengono evitate le auto che passano di continuo. Gli autisti suonano il clacson per segnalare che stanno arrivando anche se poi mica frenano. Il pallone vola, non di rado sbatte contro le macchine o finisce tra i piedi di passanti che non fanno una piega. Incredibilmente nessuno protesta, nessuno si incazza per le pallonate ricevute. Nessuno si rivolge ai bambini per rimproverarli o scarica contro di loro la sua rabbia. In molti casi c’è un’assoluta indifferenza, una non reazione dovuta forse ad un’elevata capacità di sopportazione. Fa parte della normalità ricevere pallonate mentre si cammina per queste vie, così come lo spostarsi con rapidità mentre i taxi ti sfrecciano accanto senza rallentare. Qualche grande rilancia la palla cercando il colpo ad effetto, ricordandosi di esser stato anche lui bambino e di aver giocato nelle stesse condizioni.
In ogni caso, qui puoi sederti sul lato della strada e rimanerci a lungo senza annoiarti. Guardi la vita che scorre davanti ai tuoi occhi. Si passa molto tempo a guardare, forse perché i momenti “produttivi” non occupano tutta la giornata ma sono intervallati da tanti momenti vuoti. Guardare senza scopo però non è affatto privo di interesse: si imparano molte cose, si partecipa a tante avventure senza molto sforzo. Gli occhi lavorano mentre il cervello riposa.
Qui, tante cose avvengono fuori, in mezzo agli altri. I falegnami e gli artigiani lavorano davanti a tutti, i meccanici smontano e rimontano da cima a fondo le auto, perfino le preghiere sono per strada: un ragazzo ogni giorno all’ora indicata stende il suo tappeto proprio davanti alla casa in cui abito e si concentra sulle sue invocazioni. Ancora, il venerdì pomeriggio, alla preghiera delle 14.00, centinaia di persone pregano sulle stuoie di paglia stese sui marciapiedi. Per mezzora la via è bloccata e non si può passare.
Ecco, forse mi sento di dire questo. Da noi, in Europa, c’è il dentro – la casa, l’appartamento, l’ufficio, il negozio – e il fuori – la strada. A Milano, quando si esce per strada è il più delle volte per spostarsi da un “dentro” ad un altro “dentro”. Circolare per le nostre vie si limita essenzialmente ad uno spostamento. Ogni tanto si fa una sosta al bar, c’è bisogno di pausa. Comunque per strada, di giorno, ci si muove: non ci si ferma più di tanto, non si sta, non si è. Il percorso per strada ci separa da un prima e ci porta ad un dopo. Il prima e il dopo ci appaiono importanti – produttivi – il trasferimento dall’uno all’altro, tempo sostanzialmente perso – improduttivo. A parte i clochard o chi chiede l’elemosina, chi altro sta seduto sul marciapiede solo per essere lì, per vedere, per esser visto?
A Guele Tapée quando sei per strada sei ”dentro”: dentro al mondo sociale, al mondo del lavoro al mondo della condivisione. E’ molto forte la sensazione che provi arrivando in strada e difficile da spiegare: più che di uscire senti forte il fatto di “entrare” in qualcosa. Tutto o quasi si svolge lì. Se devi percorrere a piedi una via di duecento metri ti fermi almeno dieci volte a salutare qualcuno o a rispondere a chi ti chiama. Ovviamente poi tutti sanno tutto di tutti. Vivere in incognito credo sia assolutamente impossibile. Qualunque cosa tu faccia, c’è sempre qualcuno che ti vede e ti osserva. Non si possono scattare foto alla leggera. Ogni foto è per così dire un atto di coraggio e segue a una decisione presa. Certi giorni non mi sentivo abbastanza forte per farne. Perché immancabilmente ogni foto fa scaturire un commento, una proposta di dialogo o di scambio verbale. Questa società ti ingloba rapidamente nel suo complesso tessuto di relazioni sociali, la vita solitaria non credo sia nemmeno immaginabile. Fare foto viene letto come un’immediata richiesta di comunicazione, subito i senegalesi ti rispondono, ospitali e curiosi come sono!

mercoledì 5 marzo 2014

Grazie Sotigui (2)

(continua)


 
Del nostro incontro, di come sia avvenuto, dirò pochissimo. Me lo hai fatto raccontare innumerevoli volte ai tuoi ospiti, ai tuoi amici e a chi da te incontravo. E ogni volta mi hai ripreso, hai rettificato, hai corretto le mie parole. “Non prendere delle scorciatoie!” mi dicevi. Volevi che dicessi tutto fino in fondo perché tutto, anche il minimo dettaglio, aveva un senso.
Ogni cosa, poi, un senso lo acquisiva mentre la si diceva. Un senso che andava trasformandosi ogni volta perché questo è quanto succede a ciò che è vivo, nulla è immutabile, tutto si trasforma. Anche la verità vive e si muove. Così il passato non è solo più passato ma vive nel presente. Così la ripetizione non è solo ripetizione sterile ma parola feconda che suscita e risuscita. Mentre parlavo del nostro incontro, della storia che abbiamo condiviso, ormai finivo per ascoltarmi con le tue orecchie… E’ questo l’insegnamento africano, perlomeno quello di Sotigui Kouyaté. Ero io a parlare o eri tu? Che importa, in fondo, parlavamo insieme ed era bello. “Non bisogna aver timore di guardare negli occhi chi ti sta in fronte” dicevi “perché in lui riconoscerai te stesso e finirai anche per accorgerti che le cose che ci separano dagli altri sono molte meno di quelle che ci uniscono”.
Non dirò nulla ora di quel che è accaduto quel giorno sulle rive del Naviglio Ticinese, delle circostanze speciali, dei fatti. Perlomeno non ne scriverò perché le parole scritte rimangono ferme e, una volta scelte, in qualche modo smettono di vivere. Forse mi capiterà di raccontarlo ancora a qualcuno, con le parole vive, e tu salterai fuori dalla terra per dirmi con dolcezza e fermezza: “Mon fils ce n’est pas comme ça que les choses se sont passés, il faut tout dire…”.
Ecco, ora, solo ora mentre scrivo, capisco…
Non è ciò che è accaduto, non sono le circostanze piuttosto speciali in cui esso avvenne a conferire  importanza al nostro incontro. Non per questo insistevi tanto che ripetessi questa storia ogni volta. E’ piuttosto il raccontarlo in sé che ne ha svelato il vero senso. Mi accorgo - comprendo anche - di come attraverso quel racconto tu abbia potuto trasmettermi un insegnamento. Un insegnamento senza forma fissa né punto di arrivo, un insegnamento aperto che lascia dire al tempo cosa sia giusto e cosa non lo sia. Non si arriva al senso delle cose e alla loro comprensione con uno sforzo o precorrendo i tempi. La comprensione, la consapevolezza, la saggezza vengono da sé, emergono quando i tempi sono maturi.
Mi hai insegnato così a non avere fretta: “Figlio mio, non puoi correre e grattarti i piedi allo stesso tempo” e lo hai fatto con ironia, usando tante volte le splendide storie africane così piene di metafore oppure dei semplici proverbi che mi sono rimasti impressi nella memoria.
Una sera, in un ristorante di Milano, eri molto stanco, quasi da non riuscire più a stare in piedi, ed io che in quei giorni ti facevo da assistente volevo correre a cercare l’auto per portarti in albergo. “Vado e torno in cinque minuti” ti ho detto. Tu hai fatto un gran sospiro e mi hai risposto: “Sai, è davvero tempo che tu vada in Africa… Ora stai partendo, è vero e lo puoi dire, ma quando e tra quanto farai ritorno pensi davvero di poterlo sapere?”.
Comunque sia, quel giorno di nove anni fa, alla fiera di Senigallia, insieme a me c’erano Jeanne e Chama e tutto ha fatto sì che ci incontrassimo. Se è vero, come dici tu, che il caso non esiste ma che esistono solo gli incontri, posso solo confermare come il nostro sia stato un vero incontro, uno dei più significativi e preziosi della mia intera esistenza.

Ti devo ringraziare…
Così a caldo, non posso trovare sufficienti parole per esprimere tutta la mia gratitudine ma qualche piccola cosa la vorrei comunque dire. Poi, nei mesi e negli anni a venire saranno molte altre le occasioni di rievocarti in modo più compiuto. Per il momento non mi lascio prendere dalla frenesia di voler dire tutto a lascio venire solo le prime cose che affiorano. Mi gratto i piedi, come se grattassi la lampada di Aladino, il tempo di correre verrà forse in seguito.

Ci siamo ritrovati alla fine del 2004 a Parigi dopo un periodo in cui non ci eravamo più sentiti. Rientravo dal Cammino di Santiago e cominciavo ad uscire dal periodo più difficile e più triste della mia esistenza.
Sono venuto con Costanza alle Bouffes du Nord per “Tierno Bokar” ed eravamo seduti sul suolo di legno del palcoscenico proprio a pochi metri da te. Ti ricordo bene nella tua semplice e maestosa tunica bianca. Tu e il grande saggio di Bandiagara eravate tutt’uno. Quella sera ci siamo riconosciuti - qualche sguardo lo incrociammo già durante lo spettacolo - e da allora non ci siamo più persi.
Venimmo così per la prima volta nella tua casa ai Lilas. Ne conservo un ricordo così vivo! La casa, un po’ africana e un po’ europea, comunicava subito un senso di calda umanità. Era popolata di persone diverse, tutto era in movimento. Nella sala c’erano ospiti diversi: artisti, attori, parenti… Di là, nella misteriosa - e di fatto piccolissima! - cucina stavano tante donne africane che parlavano tra loro. Alcune di loro, in momenti non casuali, di tanto in tanto le chiamavi e potevamo presentarci.
Per ogni persona c’era il tempo di un vero incontro. Questo incontro veniva creato, reso interessante, valorizzato dalla tua presenza. Non c’era nessuna precipitazione e il ritmo rimaneva lento e umano. La cosa mi impressionò molto e partii da quella casa con l’intima sensazione che non avevo incontrato tutti i suoi ospiti, tutte le “presenze” di quel giorno. Come un segreto che si svela poco a poco o un tesoro che lascia intravedere solo parte delle sue ricchezze, così percepivo molte potenzialità in quel pomeriggio e tra queste l’invito ad una vera relazione.
Nel farmi “accompagnare alla porta” come si usa in una vera casa africana mi hai fatto pervenire chiaro il messaggio che un mio ritorno sarebbe stato il benvenuto e perfino necessario. In una comune casa europea quando un ospite si intrattiene troppo a lungo e non da segni di voler andar via lo si accompagna all’uscita per liberarsene. Nella casa di Sotigui bisognava “demander la route trois fois” - chiedere di poter partire tre volte - prima che questo diritto ti fosse concesso! Chiedevi a noi di rispettare questa usanza e io l’ho sempre fatto tutte le volte che ero con te. Non si trattava di una formalità folkloristica. Era come un gioco di relazione e di attenzione reciproca in cui ogni arrivo e ogni uscita veniva preparata “interiormente” e condivisa con l’altro. Così ogni volta il tempo si dilatava e anche l’ospite, in questo modo, non si sentiva d’ingombro bensì apprezzato nella sua presenza. Una maniera molto raffinata di relazionarsi con chi viene a farci visita.
La mia casa è anche la tua casa, questo è quello che percepivo. Negli ultimi tempi non potevi scendere con facilità dalle scale ma ad accompagnare l’ospite o ad accoglierlo per te scendeva Yagaré o Fifi o Mabo o Esther o Miguel o Karel o Isa o Philippe o Giovanni o… qualche altro sorridente membro della tua “grande famiglia”. Accompagnare un amico fino in strada significa anche fargli sentire che la porta d’ingresso per lui rimarrà aperta, mostrargli il cammino da percorrere quando se ne va e la via di un possibile ritorno.

Da solo sono ritornato da te molte volte in quella ultima parte del 2004 e fino a quando abitai a Parigi cioè fino al febbraio 2005. Quegli incontri personali furono la scintilla iniziale e la benedizione, in un certo senso, per una nuova parte della mia esistenza. Lo sapevo già allora, ne sono tanto più consapevole adesso.
Mi hai fatto parlare, parlare, parlare…
“Hai bisogno di parlare e di dire quello che hai da dire, è per te una necessità vitale”.
C’è chi nella vita sente il bisogno di parlare e di essere ascoltato da uno psicoterapeuta, io ho avuto la fortuna di parlare ed essere ascoltato da un vero griot africano.
E attraverso il tuo ascolto ho sentito meglio chi ero, dov’ero e come muovere i miei passi.
Soprattutto ho ritrovato la fiducia nelle mie qualità e nella mia capacità di esprimerle.
Fin da subito mi hai detto che per dire ciò che avevo da dire dovevo avvalermi dell’Aikido e che avrei dovuto proporre molti stages… Quanto ero stupito in quel momento - ma che sollievo anche! - io che non credevo più nella mia capacità di proporre qualcosa di mio agli altri, io che da qualche mese ormai - per la prima volta dopo tanti anni - nemmeno più praticavo l’Aikido… Ma subito sono riecheggiate quelle che forse sono state le ultime parole per me di mia mamma, Susi, prima di morire : “Continua l’Aikido…”.
Ciascuno di noi, nella vita, prima o poi trova e riconosce gli strumenti che gli corrispondono per esprimere ciò che sente e porta dentro di sé: la questione - di vitale importanza - è poi quella di utilizzarli e di realizzarsi attraverso di essi. Per il proprio bene e quello degli altri.

(continua)