giovedì 5 giugno 2014

Movimenti chiari

Uno spazio così chiaro non può che accogliere persone e pratiche chiare.
Perché l'acqua rimanga limpida è necessario che scorra.
Il movimento è sostanza ed espressione della vita.



giovedì 22 maggio 2014

AIKIDO TV interviews

AIKIDO in TV  (ci daranno un po' di spazio anche se non fa audience?)

Sguardo allegro sull'Aikido nel bel servizio di Mimmo Lombezzi. Mi fa piacere condividerlo. Voi che ne pensate? Ma sopratutto, se vi attira, venite a praticarlo insieme a noi. Le porte del dojo sono aperte.

 

venerdì 14 marzo 2014

Grazie Sotigui (3)

 
(continua...)



I ricordi che affiorano alla mia mente rispetto a ciò che ci siamo detti negli incontri di quei giorni sono tanti. Più ci penso e più ne emergono. Sarebbero necessarie molte più pagine di queste per scriverne compiutamente.
Qui, in questa che in fondo è solo una breve lettera d’amore, non posso che rimanere molto generico descrivendo qualche immagine, qualche impressione, qualche sensazione. Immagini, impressioni e sensazioni che da allora sono rimaste molto vive in me e che hanno fatto un lungo cammino in parti profonde e misteriose del mio essere. Esse continueranno ad accompagnarmi, credo per sempre.

Mi hai parlato dell’albero che è in me e in tutti noi, delle sue radici che affondano nel profondo della terra, della sua crescita, della sua apertura. Del seme da cui trae origine, dell’acqua e del sole che ne favoriscono la germinazione. Tutte cose semplici, già dette forse, anche già sentite… ma pronunciate da te, con le tue parole e i tuoi ritmi, che risonanza acquisivano e che pertinenza con il momento che attraversavo!
Essere un albero, in tutta la sua fierezza, essere un animale selvatico, in tutta la sua fierezza, essere un uomo, in tutta la sua fierezza. La fierezza naturale… di essere vivi. 
Dobbiamo credere in tre cose: credere nella vita che rende animata ogni cosa, credere in noi stessi che la incarniamo e credere in quello che facciamo, che la nobilita. Lo dicevi stringendomi le mani e facendomi sentire concretamente la vita che entro di esse scorreva e univa le nostre presenze.
Non dobbiamo dimenticare però di essere vigili e attenti, aggiungevi, giorno dopo giorno, perché dai semi nascono gli alberi e i frutti ma anche le male erbe e queste bisogna avere la perseveranza di tagliarle man mano che crescono…
Sempre cercando di dirigerci verso la parte migliore di noi stessi poiché se è vero che la perfezione non è di questo mondo possiamo comunque puntare sempre alla qualità.




Facendomi parlare hai ridato all’albero che è in me il suo spazio naturale. Mi hai aiutato a lasciar andar via tanti pensieri e sofferenze ormai inutili per lasciare spazio ad una natura nuova - o antica? - che chiedeva di vivere. Appena la mia bocca finiva per tacere allora parlava la tua e mi raccontavi una bella storia…
Quando cominciavi si sapeva che la storia aveva inizio ma non se ne intravedeva la fine… Ci si metteva l’animo in pace, si sospendeva il tempo e si ascoltava.

Una storia che allora mi aveva molto colpito e che ho sentito vicina e corrispondente al mio vissuto è la parabola della crescita di una persona, attraverso diverse generazioni, nella società mandingue. In fondo si tratta della stessa storia dell’albero nelle sue varie epoche. La racconto per grandi linee, tralasciando tutti i particolari e prendendo mille “scorciatoie”. Vorrai perdonarmi…
Dopo la nascita, il bambino trascorre sette anni con la madre, da lei apprende quasi tutto, lei è il suo unico riferimento o quasi.
Nei secondi sette anni scopre la “scuola della strada”, la fonte principale dell’apprendimento non è più dentro la casa ma fuori dove il bambino incontra e si confronta con diverse realtà nuove. In questo periodo torna sempre dalla madre per raccontarle le sue scoperte, per renderla partecipe e per sentirsi sostenuto e approvato da lei.
Nei terzi sette anni cresce il desiderio di autonomia e di indipendenza. Il ragazzo, per affermarsi, può arrivare anche a ribellarsi alla madre o ad essere in disaccordo con lei e la famiglia sul modo di agire e su ciò che deve fare. Intanto però tempra il proprio carattere, impara a difendere le proprie idee e a sostenersi da sé.
Dai 21 anni ai 42, cioè per tre cicli di sette anni, egli cerca un maestro da cui apprendere un’arte, per esempio un artigiano manifatturiero, un artigiano “della parola”, un musicista, un agricoltore ecc. Durante tutti questi anni egli lavora, anche duramente, ma il suo lavoro principale è quello di apprendere e di ricevere un insegnamento.
A 42 anni, e non prima, un uomo ha diritto di sedersi tra gli anziani del villaggio, tra coloro che prendono le decisioni determinanti per la vita della comunità.
Dai 42 anni ai 63 anni, per altri tre cicli di sette anni, è il tempo di restituire alla società quello che si è fin lì ricevuto. Ognuno con i mezzi che gli sono propri, riconoscendo le proprie qualità ma anche accettando i propri limiti, trova il modo di offrire nutrimento, nelle sue forme più svariate ad altri che vengono dopo di lui.
E così, a 63 anni, si giunge “à l’age du gain et de la perte”, l’età del guadagno e della perdita. Si guadagna in saggezza ma si perde la capacità e la forza fisica di attuarla nella realtà concreta.
Affinché la “nostra” saggezza non si estingua con il consumarsi del nostro corpo è necessario che essa possa vivere in un corpo più giovane. Per questo, già molti anni prima avevamo cominciato a intraprendere il cammino che consiste nel restituire al mondo - ai giovani - quello che dal mondo - dagli anziani - si è ricevuto. Dunque a 63 anni si è liberi da vincoli e doveri verso la società, liberi di continuare a insegnare, condividere, trasmettere ma anche liberi di ritirarsi poco a poco e di cominciare a percorrere pian piano “la via del ritorno alla terra”.

Tutta questa libertà di cui mi parlavi, unita alla natura, la fierezza, gli alberi che crescono, la terra che accoglie, le mani che parlano… quanto mi piaceva tutto questo! Questa semplice filosofia, così corrispondente alla mia, con chiarezza mi faceva intravedere un mondo in cui libertà e convivenza possono coincidere, in cui la realizzazione personale non fa rima con la solitudine, in cui la responsabilità - verso di sé, verso gli altri, verso la vita - è un atteggiamento naturale e aperto e non chiuso e opprimente.

Mi hai parlato molto di quelli che nella tua Africa definite i vostri “padri”. In altre culture vengono chiamati maestri, guru, guide, voi dite semplicemente padri.
Un padre è come un uccello che vola e un figlio è un uccello che vola dietro di lui. Finché un giorno il figlio esplora nuovi cieli e vola per conto suo.
Il padre si realizza attraverso la libertà del figlio.
Il suo amore verso di lui non è esclusivo né possessivo. Il suo sogno è di vederlo volare via con le ali forti. Nella vita abbiamo tutti molti padri e molti figli ed amarne uno non solo non ci allontana dall’altro bensì ce lo fa riscoprire ed amare ancora di più. Questo l’ho potuto riscoprire grazie a te Sotigui, che ti definivi mio papà. Un papà che riunisce le famiglie e non le spezza. Un papà griot che adempie così pienamente alla sua funzione di griot. Per questo provo per te una gratitudine infinita, perché mi hai permesso, tanto per fare un esempio, di riavvicinarmi alla mia famiglia biologica - al mio primo padre Giulio, a mia sorella Camilla e a mio fratello Martino - quando altre false piste che avevo seguito in passato mi ci avevano invece allontanato.

Per me sei stato come un vento e anche molti altri ti hanno sentito come tale.
Un vento che ha soffiato con continuità, tenacia e dolcezza.
Uno di quei venti di cui questo pianeta ha tanto bisogno perché portano con sé semi, voci e parole antiche. Hai soffiato dall’Africa verso i cinque continenti.
A noi ora il grande piacere di volare in questa brezza…

                                                                                              Ton fils,
                                                                                                              Giovanni


mercoledì 12 marzo 2014

Dakar, diario di un'immersione (3)

 
Assan M’Baye, angelo custode

Fa parte della vecchia generazione, Assan, di quelli che danno e non chiedono nulla in cambio. Soprattutto non chiedono soldi. Credo siano rimasti in pochi. Percussionista eccelso, tutti lo conoscono a Guele Tapée e alla Medina. E’ un accompagnatore nelle formazioni di sabar (non un tambour-majeur) ed è stato il mio accompagnatore durante la mia permanenza a Dakar. Con amicizia e affetto sincero. “Yaay sama xarit”, tu sei mio amico. Non ha mai smesso di dirmelo.
Oggi, primo giorno senegalese, è con lui che esco e muovo i primi passi per le strade del mio quartiere. Compro una scheda telefonica locale per il mio cellulare. Qui costano pochissimo, 2500 franchi cfa, circa 3 euro. Tutto, tranne l’acqua in bottiglia e poche altre cose, per noi risulta davvero economico. Ora potrò ricevere telefonate e farne senza dipendere dalle cabine. Soprattutto potrò prestare il telefono a tutti quelli che, pur muniti di cellulare, hanno il credito immancabilmente scaduto.
I negozi che danno sulla strada sono quasi tutti piccolissimi. Cosa li differenzia? Alcuni sono pieni di merce altri ne scarseggiano. Qualche scaffale desolato con poche scatolette e prodotti contati sta alle spalle di un venditore dall’aria triste. Il suo vicino ha invece successo e lo si vede: troneggia fiero nella sua boutique stracolma di tutto. I negozi sono aperti e non hanno vetrine, quindi non si entra dentro. Hanno tutti un bancone di vendita che da sul marciapiede. Sono disposti in continuità, uno a fianco dell’altro. Fuori ci sono panchine e sedili, comunque quasi sempre uomini seduti. Le donne passano e acquistano senza fermarsi troppo. Loro hanno da fare, a differenza degli uomini. In ogni negozio si mercanteggia il prezzo che, come tutto il resto qui, è flessibile e soggetto a mutamenti continui. E poi si parla, si scherza e si fa conoscenza.
Dall’altra parte della strada c’è il mercato di Soumbédioune, di dimensioni medie. All’esterno l’abituale schiera di negozi di strada, all’interno un dedalo di spazi e sottospazi dove si vende di tutto e si fatica anche solo a passare. Sarti e stoffe ovunque, poi spezie e incensi, verdure e frutta, carne, pesce e un’infinità di mosche.
Se devi acquistare devi farti avanti. Nel senso che se anche si formano delle piccole code di clienti non per questo i turni vengono rispettati. In genere acquista per primo colui che coglie il momento giusto per accaparrare l’attenzione del commerciante per chiedere quello di cui ha bisogno. Se non ti fai valere puoi anche essere superato da cinque, sei persone, una dopo l’altra, e rischi di aspettare tempi lunghissimi. Superare o essere superati non è sconveniente né riprovevole. A differenza di quello che succederebbe da noi, nessuno si incazza se viene bruciato sul più bello da un altro più rapido. “C’est la vie…”.
Questo lo capisco anch’io da subito, la gente sembra più paziente e meno nervosa. Forse sono soltanto meno stressati degli europei e quindi meno inclini ad incollerirsi per motivi futili e di principio. Non saprei dire. Eppure se penso alle code agli sportelli delle poste in Italia o in Francia e alla fredda e silenziosa noia che vi regna, ovviamente interrotte di tanto in tanto da inviperiti cittadini che protestano contro le mancanze dello Stato o dell’amministrazione pubblica… e se confronto tutto questo con analoghe situazioni di attesa vissute in mezzo agli africani e ai senegalesi dove, nell’attesa, le persone ridono, scherzano e soprattutto comunicano tra loro… Sì credo davvero che la capacità di attesa paziente sia nel DNA di ogni africano. Paziente non significa per forza succube. Vedi gente che attende senza farne un dramma, tutto qui. Forse anche perché non c’è alcun rischio di arrivare in ritardo da qualche parte. Qui il ritardo non esiste, o meglio è semplicemente parte integrante della realtà di ogni istante. Si è sempre in ritardo quindi non lo si è mai, quindi non c’è motivo di stressarsi. L’ora dell’orologio davvero non sembra contare più di tanto. E’ rispettata, è un segno di civiltà e di modernità, ma a ben vedere fondamentalmente superflua. Il mondo avanza per conto suo indipendentemente dalle lancette dell’orologio.
Rispetto alla pazienza ho molto altro da dire. Lo farò in seguito. Credo che si possa dire che la pazienza sia uno dei principali insegnamenti che possiamo trarre dall’Africa. Pazienza significa anche respirare profondamente.

Lasciamo Soumbédioune alle nostre spalle e ci dirigiamo verso il mare. Non è lontano e conto di andare in spiaggia la mattina presto per praticare il taiji. Prima delusione… Solo per arrivarci, a questa spiaggia, si devono superare zone talmente maleodoranti che devo tapparmi il naso. Attraversiamo un ponticello su un canale che è una vera e propria cloaca a cielo aperto. Mare? Luogo dove tutto si scarica e che tutto non può assorbire. Le belle barche colorate mi lasciano piuttosto indifferente perché le immagino galleggiare sulla merda liquida. Cercherò altre spiagge per il taiji. Amul problème, nessun problema…
            Continuo a camminare a fianco di Assan. Il suo passo è lento e dinoccolato. Mi rimarrà impresso quel suo modo di ciondolare un po’ indolente ma per nulla sgraziato. Mentre cammina, non credo che pensi ad altro. Credo che cammini e basta. Semplicemente. Mi piace stare con lui e i lunghi silenzi sono gradevoli. Lasciano spazio per eventuali incontri. E consentono ai miei occhi di impregnarsi poco alla volta, senza fretta, di questo nuovo mondo, di questa luce così intensa, di una città che non conosco ancora. Sento che Assan rispetta il mio ritmo. Questa qualità me la offrirà anche nelle lezioni di percussioni con il sabar che già dall’indomani gli propongo di darmi. Apprezzerò molto il suo insegnamento silenzioso e mite.


 Per strada

E’ bello camminare in queste strade. Tutto è in movimento e rumorosamente vivo. Nei primi giorni ho l’impressione di essere osservato. Poi la sensazione cambia e comincio a sentire che il quartiere ormai mi conosce, sa chi sono: il tubaab che balla e suona il sabar (fecc ak tëgge). I bambini verranno ogni volta a darmi la mano e a far risuonare la pelle tesa del tamburo che mi sono fatto costruire da Assan. Mi vengono alle spalle e ci battono su allegramente. Da lontano mimano il gesto di chi suona il sabar. Tra i tanti giochi che fanno per strada, l’attività musicale ha il suo spazio privilegiato. Ogni tanto li vedi correre con taniche di plastica e bacchette di legno tra le mani. Si affrettano per raggiungere altri coetanei dotati di simili strumenti rudimentali. Insieme, formano veri e propri ensemble di percussioni. Poco importa se gli strumenti sono improvvisati, la musica che producono è viva e riconosco i ritmi. E’ solo un’imitazione degli adulti che hanno continuamente l’occasione di ascoltare o l’espressione di una musica che hanno nel sangue fin dalla nascita? Poco importa, è bello vederli compresi e contenti di battere sulle loro ghirbe colorate. Molti di loro imparano così a suonare. Sicuramente sognano i veri sabar che un giorno lontano potranno forse permettersi. Potessero i bambini di Milano suonare per strada o semplicemente giocare come fanno qui.
Giochi semplici. Adoro quello del bastone a cui è appeso uno spago con dei pezzettini di carta colorata o di stoffa che vengono sventolati a destra e sinistra. Il bambino corre trascinando dietro di lui questi mini aquiloni. Lo spago diventa invisibile e si vedono soltanto questi esseri luminosi e svolazzanti che descrivono circonvoluzioni morbide e leggere. In genere le carte volanti dell’uno si incrociano e sfiorano quelle dell’altro. Un gioco che evoca qualcosa di assolutamente poetico, che sorprende e ti lascia incantato per la sua semplicità. Scaturisce dalla sola fantasia dei bambini e credo esista qui da tempi lontani (io stesso lo avevo già visto nei film). Non si avverte il bisogno di case produttrici di giocattoli.
A calcio giocano in tanti. In mezzo alla strada, spesso in spazi ristretti. Abilmente vengono evitate le auto che passano di continuo. Gli autisti suonano il clacson per segnalare che stanno arrivando anche se poi mica frenano. Il pallone vola, non di rado sbatte contro le macchine o finisce tra i piedi di passanti che non fanno una piega. Incredibilmente nessuno protesta, nessuno si incazza per le pallonate ricevute. Nessuno si rivolge ai bambini per rimproverarli o scarica contro di loro la sua rabbia. In molti casi c’è un’assoluta indifferenza, una non reazione dovuta forse ad un’elevata capacità di sopportazione. Fa parte della normalità ricevere pallonate mentre si cammina per queste vie, così come lo spostarsi con rapidità mentre i taxi ti sfrecciano accanto senza rallentare. Qualche grande rilancia la palla cercando il colpo ad effetto, ricordandosi di esser stato anche lui bambino e di aver giocato nelle stesse condizioni.
In ogni caso, qui puoi sederti sul lato della strada e rimanerci a lungo senza annoiarti. Guardi la vita che scorre davanti ai tuoi occhi. Si passa molto tempo a guardare, forse perché i momenti “produttivi” non occupano tutta la giornata ma sono intervallati da tanti momenti vuoti. Guardare senza scopo però non è affatto privo di interesse: si imparano molte cose, si partecipa a tante avventure senza molto sforzo. Gli occhi lavorano mentre il cervello riposa.
Qui, tante cose avvengono fuori, in mezzo agli altri. I falegnami e gli artigiani lavorano davanti a tutti, i meccanici smontano e rimontano da cima a fondo le auto, perfino le preghiere sono per strada: un ragazzo ogni giorno all’ora indicata stende il suo tappeto proprio davanti alla casa in cui abito e si concentra sulle sue invocazioni. Ancora, il venerdì pomeriggio, alla preghiera delle 14.00, centinaia di persone pregano sulle stuoie di paglia stese sui marciapiedi. Per mezzora la via è bloccata e non si può passare.
Ecco, forse mi sento di dire questo. Da noi, in Europa, c’è il dentro – la casa, l’appartamento, l’ufficio, il negozio – e il fuori – la strada. A Milano, quando si esce per strada è il più delle volte per spostarsi da un “dentro” ad un altro “dentro”. Circolare per le nostre vie si limita essenzialmente ad uno spostamento. Ogni tanto si fa una sosta al bar, c’è bisogno di pausa. Comunque per strada, di giorno, ci si muove: non ci si ferma più di tanto, non si sta, non si è. Il percorso per strada ci separa da un prima e ci porta ad un dopo. Il prima e il dopo ci appaiono importanti – produttivi – il trasferimento dall’uno all’altro, tempo sostanzialmente perso – improduttivo. A parte i clochard o chi chiede l’elemosina, chi altro sta seduto sul marciapiede solo per essere lì, per vedere, per esser visto?
A Guele Tapée quando sei per strada sei ”dentro”: dentro al mondo sociale, al mondo del lavoro al mondo della condivisione. E’ molto forte la sensazione che provi arrivando in strada e difficile da spiegare: più che di uscire senti forte il fatto di “entrare” in qualcosa. Tutto o quasi si svolge lì. Se devi percorrere a piedi una via di duecento metri ti fermi almeno dieci volte a salutare qualcuno o a rispondere a chi ti chiama. Ovviamente poi tutti sanno tutto di tutti. Vivere in incognito credo sia assolutamente impossibile. Qualunque cosa tu faccia, c’è sempre qualcuno che ti vede e ti osserva. Non si possono scattare foto alla leggera. Ogni foto è per così dire un atto di coraggio e segue a una decisione presa. Certi giorni non mi sentivo abbastanza forte per farne. Perché immancabilmente ogni foto fa scaturire un commento, una proposta di dialogo o di scambio verbale. Questa società ti ingloba rapidamente nel suo complesso tessuto di relazioni sociali, la vita solitaria non credo sia nemmeno immaginabile. Fare foto viene letto come un’immediata richiesta di comunicazione, subito i senegalesi ti rispondono, ospitali e curiosi come sono!

mercoledì 5 marzo 2014

Grazie Sotigui (2)

(continua)


 
Del nostro incontro, di come sia avvenuto, dirò pochissimo. Me lo hai fatto raccontare innumerevoli volte ai tuoi ospiti, ai tuoi amici e a chi da te incontravo. E ogni volta mi hai ripreso, hai rettificato, hai corretto le mie parole. “Non prendere delle scorciatoie!” mi dicevi. Volevi che dicessi tutto fino in fondo perché tutto, anche il minimo dettaglio, aveva un senso.
Ogni cosa, poi, un senso lo acquisiva mentre la si diceva. Un senso che andava trasformandosi ogni volta perché questo è quanto succede a ciò che è vivo, nulla è immutabile, tutto si trasforma. Anche la verità vive e si muove. Così il passato non è solo più passato ma vive nel presente. Così la ripetizione non è solo ripetizione sterile ma parola feconda che suscita e risuscita. Mentre parlavo del nostro incontro, della storia che abbiamo condiviso, ormai finivo per ascoltarmi con le tue orecchie… E’ questo l’insegnamento africano, perlomeno quello di Sotigui Kouyaté. Ero io a parlare o eri tu? Che importa, in fondo, parlavamo insieme ed era bello. “Non bisogna aver timore di guardare negli occhi chi ti sta in fronte” dicevi “perché in lui riconoscerai te stesso e finirai anche per accorgerti che le cose che ci separano dagli altri sono molte meno di quelle che ci uniscono”.
Non dirò nulla ora di quel che è accaduto quel giorno sulle rive del Naviglio Ticinese, delle circostanze speciali, dei fatti. Perlomeno non ne scriverò perché le parole scritte rimangono ferme e, una volta scelte, in qualche modo smettono di vivere. Forse mi capiterà di raccontarlo ancora a qualcuno, con le parole vive, e tu salterai fuori dalla terra per dirmi con dolcezza e fermezza: “Mon fils ce n’est pas comme ça que les choses se sont passés, il faut tout dire…”.
Ecco, ora, solo ora mentre scrivo, capisco…
Non è ciò che è accaduto, non sono le circostanze piuttosto speciali in cui esso avvenne a conferire  importanza al nostro incontro. Non per questo insistevi tanto che ripetessi questa storia ogni volta. E’ piuttosto il raccontarlo in sé che ne ha svelato il vero senso. Mi accorgo - comprendo anche - di come attraverso quel racconto tu abbia potuto trasmettermi un insegnamento. Un insegnamento senza forma fissa né punto di arrivo, un insegnamento aperto che lascia dire al tempo cosa sia giusto e cosa non lo sia. Non si arriva al senso delle cose e alla loro comprensione con uno sforzo o precorrendo i tempi. La comprensione, la consapevolezza, la saggezza vengono da sé, emergono quando i tempi sono maturi.
Mi hai insegnato così a non avere fretta: “Figlio mio, non puoi correre e grattarti i piedi allo stesso tempo” e lo hai fatto con ironia, usando tante volte le splendide storie africane così piene di metafore oppure dei semplici proverbi che mi sono rimasti impressi nella memoria.
Una sera, in un ristorante di Milano, eri molto stanco, quasi da non riuscire più a stare in piedi, ed io che in quei giorni ti facevo da assistente volevo correre a cercare l’auto per portarti in albergo. “Vado e torno in cinque minuti” ti ho detto. Tu hai fatto un gran sospiro e mi hai risposto: “Sai, è davvero tempo che tu vada in Africa… Ora stai partendo, è vero e lo puoi dire, ma quando e tra quanto farai ritorno pensi davvero di poterlo sapere?”.
Comunque sia, quel giorno di nove anni fa, alla fiera di Senigallia, insieme a me c’erano Jeanne e Chama e tutto ha fatto sì che ci incontrassimo. Se è vero, come dici tu, che il caso non esiste ma che esistono solo gli incontri, posso solo confermare come il nostro sia stato un vero incontro, uno dei più significativi e preziosi della mia intera esistenza.

Ti devo ringraziare…
Così a caldo, non posso trovare sufficienti parole per esprimere tutta la mia gratitudine ma qualche piccola cosa la vorrei comunque dire. Poi, nei mesi e negli anni a venire saranno molte altre le occasioni di rievocarti in modo più compiuto. Per il momento non mi lascio prendere dalla frenesia di voler dire tutto a lascio venire solo le prime cose che affiorano. Mi gratto i piedi, come se grattassi la lampada di Aladino, il tempo di correre verrà forse in seguito.

Ci siamo ritrovati alla fine del 2004 a Parigi dopo un periodo in cui non ci eravamo più sentiti. Rientravo dal Cammino di Santiago e cominciavo ad uscire dal periodo più difficile e più triste della mia esistenza.
Sono venuto con Costanza alle Bouffes du Nord per “Tierno Bokar” ed eravamo seduti sul suolo di legno del palcoscenico proprio a pochi metri da te. Ti ricordo bene nella tua semplice e maestosa tunica bianca. Tu e il grande saggio di Bandiagara eravate tutt’uno. Quella sera ci siamo riconosciuti - qualche sguardo lo incrociammo già durante lo spettacolo - e da allora non ci siamo più persi.
Venimmo così per la prima volta nella tua casa ai Lilas. Ne conservo un ricordo così vivo! La casa, un po’ africana e un po’ europea, comunicava subito un senso di calda umanità. Era popolata di persone diverse, tutto era in movimento. Nella sala c’erano ospiti diversi: artisti, attori, parenti… Di là, nella misteriosa - e di fatto piccolissima! - cucina stavano tante donne africane che parlavano tra loro. Alcune di loro, in momenti non casuali, di tanto in tanto le chiamavi e potevamo presentarci.
Per ogni persona c’era il tempo di un vero incontro. Questo incontro veniva creato, reso interessante, valorizzato dalla tua presenza. Non c’era nessuna precipitazione e il ritmo rimaneva lento e umano. La cosa mi impressionò molto e partii da quella casa con l’intima sensazione che non avevo incontrato tutti i suoi ospiti, tutte le “presenze” di quel giorno. Come un segreto che si svela poco a poco o un tesoro che lascia intravedere solo parte delle sue ricchezze, così percepivo molte potenzialità in quel pomeriggio e tra queste l’invito ad una vera relazione.
Nel farmi “accompagnare alla porta” come si usa in una vera casa africana mi hai fatto pervenire chiaro il messaggio che un mio ritorno sarebbe stato il benvenuto e perfino necessario. In una comune casa europea quando un ospite si intrattiene troppo a lungo e non da segni di voler andar via lo si accompagna all’uscita per liberarsene. Nella casa di Sotigui bisognava “demander la route trois fois” - chiedere di poter partire tre volte - prima che questo diritto ti fosse concesso! Chiedevi a noi di rispettare questa usanza e io l’ho sempre fatto tutte le volte che ero con te. Non si trattava di una formalità folkloristica. Era come un gioco di relazione e di attenzione reciproca in cui ogni arrivo e ogni uscita veniva preparata “interiormente” e condivisa con l’altro. Così ogni volta il tempo si dilatava e anche l’ospite, in questo modo, non si sentiva d’ingombro bensì apprezzato nella sua presenza. Una maniera molto raffinata di relazionarsi con chi viene a farci visita.
La mia casa è anche la tua casa, questo è quello che percepivo. Negli ultimi tempi non potevi scendere con facilità dalle scale ma ad accompagnare l’ospite o ad accoglierlo per te scendeva Yagaré o Fifi o Mabo o Esther o Miguel o Karel o Isa o Philippe o Giovanni o… qualche altro sorridente membro della tua “grande famiglia”. Accompagnare un amico fino in strada significa anche fargli sentire che la porta d’ingresso per lui rimarrà aperta, mostrargli il cammino da percorrere quando se ne va e la via di un possibile ritorno.

Da solo sono ritornato da te molte volte in quella ultima parte del 2004 e fino a quando abitai a Parigi cioè fino al febbraio 2005. Quegli incontri personali furono la scintilla iniziale e la benedizione, in un certo senso, per una nuova parte della mia esistenza. Lo sapevo già allora, ne sono tanto più consapevole adesso.
Mi hai fatto parlare, parlare, parlare…
“Hai bisogno di parlare e di dire quello che hai da dire, è per te una necessità vitale”.
C’è chi nella vita sente il bisogno di parlare e di essere ascoltato da uno psicoterapeuta, io ho avuto la fortuna di parlare ed essere ascoltato da un vero griot africano.
E attraverso il tuo ascolto ho sentito meglio chi ero, dov’ero e come muovere i miei passi.
Soprattutto ho ritrovato la fiducia nelle mie qualità e nella mia capacità di esprimerle.
Fin da subito mi hai detto che per dire ciò che avevo da dire dovevo avvalermi dell’Aikido e che avrei dovuto proporre molti stages… Quanto ero stupito in quel momento - ma che sollievo anche! - io che non credevo più nella mia capacità di proporre qualcosa di mio agli altri, io che da qualche mese ormai - per la prima volta dopo tanti anni - nemmeno più praticavo l’Aikido… Ma subito sono riecheggiate quelle che forse sono state le ultime parole per me di mia mamma, Susi, prima di morire : “Continua l’Aikido…”.
Ciascuno di noi, nella vita, prima o poi trova e riconosce gli strumenti che gli corrispondono per esprimere ciò che sente e porta dentro di sé: la questione - di vitale importanza - è poi quella di utilizzarli e di realizzarsi attraverso di essi. Per il proprio bene e quello degli altri.

(continua)

giovedì 27 febbraio 2014

Grazie Sotigui (1)

 
Un saluto e qualche pensiero per Sotigui Kouyaté



Ieri sera, il 17 aprile 2010 alle 18.47, sei ritornato alla terra, Sotigui, alla tua terra calda che ti aspettava e ti accoglierà ora con dolcezza.
 Io non so ancora capacitarmi che non sentirò più la tua voce né incrocerò il tuo sguardo o i tuoi sorrisi così pieni di amore per i tuoi figli. Siamo in tanti a piangerti, in tanti che ti porteranno sempre con loro. Ormai dovrò cercarti dentro di me, nella pancia e nei ricordi - che sono per fortuna così tanti - oppure nella natura che hai tanto amato, nella terra concreta e nel vento.
E’ questo un mistero incomprensibile che si ripete da sempre e che mai potrà esser compreso fino in fondo da chi ama un altro che scompare.
Così, all’improvviso, lui va via. Un attimo fa era qui tra noi… adesso non c’è più… non ci sarà mai più. La mente non può capire, può solo accettare, farsene una ragione, ma capire no, non è possibile. Il mistero della morte in tutta la sua grandezza e in tutta la sua semplicità rimane in un altrove dove nessuna parola può giungere. Almeno nella sua essenza, quella che vibra e ci fa vibrare, quella che fa risuonare in noi tutta la musica della vita che ci è stata data e che siamo chiamati a sentire con tutti i nostri sensi.
La vita brucia e si spegne presto, come la candela a fianco del mio letto che ha liberato la sua fiamma e accompagnato in questo nuovo viaggio la tua anima per tutta questa notte. Bruciava insieme agli incensi del Mali che ho conosciuto nella tua casa, Sotigui, e che da lì provengono per dare un profumo alla mia dimora. Passa veloce, una notte, e si consuma in un baleno la bella cera bianca, il suo corpo svanisce nel nulla, il tuo bel corpo magrissimo e secco, pulito fino al midollo, che non teneva dentro di sé nulla d’altro che l’indispensabile per sopravvivere. Il corpo è lo specchio dell’anima e la nobiltà del tuo era il naturale riflesso del tuo spirito così alto.

Pochi mesi fa abbiamo passato due settimane insieme e spesso, in quei lunghi pomeriggi tranquilli, mi arrampicavo sulla tua immensa poltrona, grande come il trono di un re, e seduto sullo schienale ti massaggiavo la schiena. Quanto dovevamo essere buffi da vedere, una specie di altissima scultura africana nel tuo salotto multicolore!
Io bianco, tu nero, le mie mani sul tuo collo che si piegava morbido e sulla tua lunghissima schiena. Ti lasciavi massaggiare come un bambino, senza nessuna resistenza e borbottavi: “In me ci sono ormai solo pelle e ossa…”. Io invece sentivo la tua anima con le mie dita e il tuo corpo asciutto mandava segnali chiari e gradevoli. A te piaceva il mio modo di toccare senza tecnica né conoscenza, io stavo bene e molto a mio agio nel percorrere senza pensieri i tuoi rilievi ossuti ma dolci. Così nel silenzio abbiamo passato qualche ora insieme.

Sono passati in questo modo semplice i giorni trascorsi nella tua calda casa di Parigi, non ci sono state tante parole superflue tra noi ma una tacita intesa, quella sì. Io senza l’ansia di ricevere da te nuovi doni di saggezza, senza il bisogno di scavare nei tuoi tesori, tu aperto com’è un padre con un figlio a cui non deve dare più troppe indicazioni, eri bambino come solo un grande vecchio sa essere.
Rimanevi a lungo in silenzio mentre la vita della famiglia intorno a te continuava a pulsare. Chiedevi senza parole che ci si ricordasse di te, della tua presenza, desideravi un’attenzione semplice, normale, avevi il tuo spazio grande, ampio ma insieme piccolo, sempre più piccolo. Il tuo spazio tra gli altri.
Lasciavi venire la tua morte tra di noi, tranquillamente, silenziosamente, togliendo, togliendo, e togliendo ancora. Toglievi di te per far posto ad altri e lasciar vivere quella tua parte che ora respira in noi. Stavi tra noi ma in certi momenti la sensazione era come se tu non ci fossi più senza tuttavia che ciò divenisse un’assenza. Al contrario, la tua presenza era ancora più netta, più chiara anche se le tue esigenze personali, quelle dell’uomo Sotigui, dell’individuo, giorno per giorno cominciavano a passare in secondo piano rispetto a quelle degli altri, dei “giovani” che ti circondavano.
Il tuo spirito, poco alla volta, cambiava di corpo. Con dolcezza. Senza che tu ti estraniassi, senza che ti ritirassi nelle tue stanze, ti chiudessi in una solitaria fine, eri tra noi che mangiavamo, parlavamo, ridevamo. Ci stavi consapevolmente preparando alla tua partenza. Quanta aderenza al mondo della Natura avverto nel tuo atteggiamento, a quella società di “alberi, animali e persone” che tanto apprezzavi e incarnavi!

Il tuo ascolto, qualcosa che davvero ti appartiene, era tuttavia sempre lì con noi. Almeno finché ho potuto vederti, posso testimoniare che non si è mai affievolito. Quando parlavamo, anche se lo facevamo sottovoce o lontani da te, ci sentivi perfettamente. Con il tuo ascolto partecipavi, suscitavi, condividevi. Parlare ti era penoso ormai e ogni respiro era uno sforzo.
Ma con tutta la tua anima ascoltavi.
Ascoltavi me e Yagaré mentre giocavamo a Monopoli seduti al tavolo e senza pronunciarlo chiedevi con il tuo sorriso ironico e amorevolmente provocatorio: “Qui a gagné?”. Yagaré, la tua bellissima princesse di cui eri giustamente tanto fiero e che è così impregnata del tuo ritmo e della tua grazia.
Ascoltavi, con l’orgoglio del vecchio griot Kouyaté tuo nipote Miguel mentre lui ed io ci divertivamo un mondo: in Miguel vibra tutta l’energia della tua bella famiglia e l’infinita dolcezza dell’altro tuo figlio, il più grande, Dani.
Ascoltavi la parole di Mabo, il fratello maggiore di Yagaré che ha i dread biondi e l’irresistibile bellezza dei vent’anni, pronto per essere uomo, pronto per partire per mari lontani ma anche pronto ad assumersi le responsabilità di chi deve tenere in piedi la tua famiglia.
E ascoltavi - con che gratitudine! - la tua amatissima Esther mentre era di là affaccendata nella sua “sala del tè”: lei che tanto ti è stata vicina e ti ha voluto bene. La notte di questo capodanno, l’ultimo per te in questa vita, Esther l’ha passata nel suo letto, ammalata, e i tuoi pensieri e le tue attenzioni erano tutti per lei.
Quella sera i giovani, a fatica e loro malgrado, ma seguendo l’irresistibile bisogno di vivere, erano andati a cercare delle feste mentre tu ed io siamo rimasti quasi sempre in silenzio nella sala. A tratti anche dormendo, io sul comodo divano ricoperto di tessuto bogolan e tu seduto sull’amata poltrona. Ci siamo ascoltati senza nulla più e il tuo modo di farlo, vigile, attento, umano, rimarrà per me il tuo ultimo insegnamento, quello che vorrei poter approfondire negli anni che mi restano. E’ un ascolto, il tuo, che sente anche i pensieri, i sentimenti, le intenzioni. L’ho sentito bene in te e ora mi farà da guida.  

La tua famiglia, che sento anche mia tanto mi è vicina, è per fortuna forte e unita. “Siamo tutti ben stabili sui nostri piedi”. Sono le parole di Mabo, parole di un ragazzo determinato che è pronto ad agire e a far fronte alla situazione. In lui mi rivedo e rivivo quello che vissi 26 anni fa il giorno in cui mia mamma se ne andò.
Ti hanno accompagnato fino alla fine, Sotigui, e ti hanno tenuto le mani nelle loro anche nelle ultime ore. Mabo mi ha detto che rispondevi così, con piccole strette e pressioni delle dita alle loro domande e parole. C’eri, sentivi, capivi…
Le tue mani speciali con le dita belle e affusolate hanno carezzato e stretto le mie tante volte. Io lasciavo le mie riposare tra le tue e si entrava in un tempo senza tempo. Ora sono triste al pensiero di non poterle più incontrare, di non far più schioccare insieme a te le dita in segno di saluto come mi hai insegnato e come si usa in Burkina. Sono loro, le mani, regine della comunicazione non verbale, che hanno parlato ai tuoi cari quando i tuoi occhi non si aprivano più e le labbra non potevano più pronunciare le parole che avresti voluto.
Adesso, tra poche ore, Esther, Mabo e Yagaré ti porteranno in Burkina nella tua Africa. In questo ultimo viaggio ritornerai a casa e alla tua terra. Come potrebbe essere altrimenti? Quella stessa Africa, quella casa e quelle persone daranno alla tua famiglia tutto l’affetto e il calore di cui hanno bisogno. Moltiplicato per mille, con tutta la generosità che gli africani sanno offrire. La tua “grande” famiglia accoglierà la “piccola” nel suo grembo e ne sono felice anche solo al pensiero. Io verrò a trovarti presto, spero questo inverno, se finalmente sarà per me il momento di intraprendere questo viaggio che insieme dovevamo fare e se a Dio piacerà che ciò avvenga. Cercherò il tuo spirito in qualche grande albero.

(continua...)

mercoledì 26 febbraio 2014

Aikido - intervista (2005)


Intervista sull’Aikido

 di Mimmo Lombezzi a Giovanni Frova


(Apparsa in versione ridotta su “il manifesto” del 30 ottobre 2005)



Di che cosa si tratta e in che cosa differisce dalle altre arti marziali ?
Ho praticato aikido per più di 20 anni, l’aikido che ha presentato in Europa il maestro Itsuo Tsuda.
Oggi si pensa che l’aikido sia un’arte marziale come le altre, ma a me aveva interessato proprio perché c’era una differenza e questa differenza stava nel fatto che non si cercava di proporre un’arte che sviluppasse la forza, la capacità di combattere con gli altri ma veniva proposta  una pratica che poteva diventare uno strumento di ricerca dentro di sé, una pratica che ci avvicini man mano a quella che è la nostra verità interiore e che ci permetta ello stesso tempo di incontrare altre persone diverse da noi. Questa è la prima cosa che mi ha interessato. Personalmente le arti marziali in sé non hanno mai attirato la mia attenzione mentre la possibilità di scoprire chi siamo realmente questo sì mi interessava.

Com’è possibile scoprire la propria realtà interiore attraverso un’attività fisica che per quello che “appare” richiama lo scenario delle arti marziali: ci sono prese attacchi immobilizzazioni…
Diciamo che quando uno cerca dentro di sé può fare un percorso strettamente intellettuale oppure può andare a cercare attraverso un risveglio della sensibilità, un ritrovare un contatto con il proprio corpo, un contatto con quello che sentiamo. L’aikido è la possibilità di risvegliare questa sensibilità. E’ quindi qualche cosa di estremamente concreto, non un percorso astratto: ci si  trova davanti a un’altra persona, a dei ritmi biologici diversi dal nostro.

Tu parli di contatto ma oggi si sente parlare soprattutto di “full contact”, il “contatto” che viene proposto in realtà è un “impatto”, uno scontro.
I contatti tra le persone possono essere di natura molto diversa. Effettivamente in un’arte di combattimento si privilegia l’aspetto dell’”efficacia”, e di “potenziamento” per potersi imporre sugli altri. E’ una logica comune non solo al mondo delle arti marziali di oggi ma a tutta questa società in cui per farsi spazio, per poter sopravvivere, per poter respirare, per poter dire “io esisto” c’è bisogno di imporsi sugli altri, di dimostrare di essere più forti, più capaci, più colti. In ogni ambito, c’è sempre un “più” che emerge. Questo fa sì che la logica prevalente sia quella dello scontro, del confronto, ma perché ci sia un reale incontro fra le persone bisogna fare un passo indietro, in qualche maniera mettere a tacere l’io che siamo, per poter  ascoltare l’altro: in questo senso anche il movimento non diventa di impatto ma piuttosto un movimento che accoglie, che ascolta, un movimento che potremmo definire di “unione”: che non significa negare o annullare se stessi bensì lasciare più spazio all’altro. Tutto ciò passa attraverso un’attenzione portata alla persona che abbiamo di fronte – che può piacerci o no – al suo ritmo, alla sua respirazione.
L’aikido è un’arte della respirazione e attraverso la respirazione ci si  puo’ incontrare, unire e poi anche separare. Attraverso la scoperta del diverso da noi possiamo scoprire anche una pienezza che altrimenti non sentiamo più, sentirci partecipi di una realtà molto più grande di noi.

Nell’aikido ci sono delle forme, dei “kata”. Come è possibile trovare la “fusione” di cui stai parlando attraverso dei kata ?
In ogni arte giapponese il “kata” è la base, è la forma che le dà una struttura e anche nell’aikido ci sono delle forme, delle regole…E’ però interessante sapere che le forme si possono superare, che non sono fini a se stesse. Utilizziamo la tecnica non come uno scopo ma come uno strumento, uno strumento di contatto.
Nel mondo dei marzialisti è piuttosto comune il discorso che sostiene che un’arte marziale per essere considerata vera o sincera dev’essere anche efficace e verificabile in un contesto di combattimento. Se c’è troppa intesa o armonia tra i praticanti facilmente essa viene bollata come “finta” ed inefficace, come se fosse soltanto una specie di “accordo” fra i partner a conferirle un’apparente validità. A me l’efficacia non interessa ma non per questo la mia pratica mi sembra meno veritiera. Forse è una verità d’altro tipo quella che cerco e non la cerco da solo ma “insieme” alla persona con cui pratico, una verità più profonda che mi invita a scavare dentro di me con tutta la sincerità di cui sono capace. Non tento di mascherare, con le mie conoscenze tecniche o la mia esperienza, la persona che sono, l’umanità che sono, qui, ora, in questo istante. 
Quindi le tecniche, le prese, gli attacchi sono solo lo strumento attraverso il quale può succedere qualcosa, il mezzo attraverso cui accedere al patrimonio umano che esiste in tutti noi. L’aspetto più importante dell’aikido per me è proprio l’incontro di umanità diverse, l’incontro di due persone che altrimenti forse non riuscirebbero a dialogare. Anche questo è interessante: quando incontriamo una persona proviamo subito un’attrazione o qualche cosa che ci respinge. Attraverso l’aikido può nascere un contatto anche con persone con cui a priori non avremmo alcun desiderio di approfondire un rapporto. Attraverso qualcosa che non sono parole ma che, fondamentalmente, è “attenzione” c’è la possibilità di scoprire che “qualcosa passa”, che un dialogo è possibile.

Ma moltissime persone si avvicinano alla arti marziali cercando un’efficacia, un mezzo per reagire per esempio ad un’aggressione. Che rapporto c’è fra questa esigenza e quello che fate voi ?
Credo che in situazioni di emergenza,  quando corriamo un pericolo, quando veniamo aggrediti da qualcuno, quello che fa sì che riusciamo a  liberarci, a trarci d’impaccio, a salvarci la vita, difficilmente sia qualcosa che si possa ricondurre a una tecnica appresa; è piuttosto un istinto, un istinto di sopravvivenza, un desiderio di vita, una vitalità… e anche una decisione interiore che uno può avere o no.
Di fronte a una situazione pericolosa, una persona decisa, sveglia e fisicamente presente saprà reagire molto meglio di qualcuno che magari è diventato cintura nera di una tecnica piuttosto che di un’altra. Non mancano i casi di cronaca che ci parlano di grandi esperti nel campo delle arti marziali che di fronte a una situazione di reale pericolo si dimostrano assolutamente incapaci di agire.

C’è chi definisce l’aikido come una sintesi di diverse arti marziali, quasi un punto di arrivo per chi ricerca in questo ambito.
Non penso che l’aikido sia un’arte marziale superiore ad altre. E’ una via, un cammino tra tanti altri, con le proprie caratteristiche, la propria filosofia. Ogni altra arte ha anch’essa le proprie specificità, la propria filosofia. Ogni praticante, comunque, sceglie un’ arte sulla base dei propri bisogni e della ricerca che sta facendo.
Si parlava di “accordo” tra i praticanti, bene, penso che anche dove si pratichi il taichi chuan, il kung fu o il kendo ecc., ci sia sempre un terreno di accordo, un terreno nel quale le persone sono accomunate da un certo tipo di ricerca, hanno un interesse comune. Questo non significa che quando uno attacca debba attaccare in modo falso, coreografico; ci deve essere una realtà in quello che si fa. Nell’aikido che pratichiamo c’è questa realtà ma non per questo c’è aggressività; non c’è il desiderio di mettere in difficoltà il nostro partner. C’è piuttosto il desiderio fare delle scoperte, noi in prima persona, ma anche di permettere all’altro di scoprire qualcosa. L’accordo è piuttosto una comunanza di intenti, un desiderio di approfondire qualcosa insieme piuttosto che rimanere soli nel nostro piccolo mondo; senza di questo, possiamo ritrovarci soli anche in un contesto in cui siamo circondati da molte altre persone. L’aikido, per me, consente di uscire da questa solitudine.
Ed è interessante perché questo vuol dire accettare i propri limiti.
Mi ritornano spesso in mente le parole del Maestro Tsuda quando diceva “per me l’aikido è la possibilita di fare ogni giorno i conti con quelli che sono i miei limiti”. Occasione quotidiana di vederci così come siamo, lasciando cadere l’immagine presentabile che abbiamo cercato di costruire di noi stessi e constatare fino a che punto quest’ultima ci impedisce di vivere pienamente.
Per farlo non possiamo essere soli. Abbiamo bisogno di avere qualcuno di fronte che, come uno specchio, ci mette di fronte ai nostri limiti.Il desiderio di andare in questa direzione è anche un desiderio di sincerità nei propri confronti.
E il senso della mia ricerca  oggi è andare verso qualcosa che mi riporta a una sincerità interiore e mi rendo conto pian piano attraverso l’aikido di quante cose inutili in qualche modo offuscano questa sincerità e di come lasciando cadere man mano delle cose e accettandoci per quelli che siamo e non per quelli che vorremmo essere, è come se qualcosa si ripulisse. Per usare un’immagine molto nota è come uno specchio pieno di polvere che non riflette più nulla e man mano che togliamo questa polvere che è assolutamente inutile lo specchio torna di nuovo a riflettere un po’.
Ed è gradevole lasciar cadere poco per volta quello che è fondamentalmente inutile.

Puoi fare un esempio di questo “lasciar cadere” ?
Per esempio, io per anni avevo una difficoltà nel contatto fisico con le persone.
Nel senso che o si trattava di un contatto intimo con una compagna oppure il contatto era praticamente inesistente e la possibilità di ritrovare un contatto fisico semplice, non finalizzato a qualcosa è stata estremamente importante. Non entro nel merito dei motivi che causavano questa difficoltà, di fatto ad un certo momento l’ho avvertita come una forma di protezione inutile, che mi limitava. Ed il desiderio di liberarmene ha creato già da solo le condizioni perché qualcosa cadesse, se ne andasse, poco per volta. 
Siamo abituati ad agire sempre con uno scopo, nell’aikido è possibile ritrovare la possibilità di agire senza una finalità quindi anche il contatto con un’altra  persona non ha necessariamente uno scopo ma diventa una senzazione “pura”, una sensazione importante in sé e per sé.
E’ un po’ ritrovare la condizione del bambino che sta giocando, il fatto di essere pienamente  dentro al gioco senza che questo gioco abbia una finalità che vada oltre al gioco stesso. Anche il contatto fisico può essere di questa natura, tanto più forte in quanto privo di interpretazione, di significato. E tutto ciò ci pone davanti a noi stessi nella misura in cui per esempio una persona scopre di avere un lato di aggressività interiore che non ha mai espresso e che paradossalmente le rende molto difficile il fatto di “attaccare” un’altra persona. Proprio in quel momento, scopre che non riesce ad attaccarla non tanto perché manca di questa  aggressività ma perché dentro di sé  sente di averne anche più di altri e teme che da se stessa possa uscire qualcosa di incontrollabile. La difficoltà di imparare ad attaccare in certi casi deriva da questo.
Un’altra pratica che facciamo è il “kiai”, un esercizio respiratorio in sui si comprime la respirazione prima di lasciarla distendere emettendo un suono che è espressione di qualcosa di molto profondo in noi. Dopo alcuni anni di pratica questo suono non parte più dalla gola ma da zone più basse, più ventrali.Bene, molte persone all’inizio si sentono intimorite anche alla sola idea di lasciar uscire un suono profondo, e magari anche potente, ma il fatto di scoprire che puoi lasciar uscire liberamente e senza timori la voce ha in certi casi il sapore di una conquista.

Perché Tsuda chiamava l’aikido via della spoliazione?
Un‘ idea molto diffusa è quella che per vivere meglio, per sentirsi meglio nella propria pelle abbiamo bisogno di crescere ma l’idea di crescere è associata al fatto di diventare qualche cosa “di più”, cioè di diventare più ricchi, avere un maggior bagaglio di conoscenze ecc, il tutto in un’ottica di accumulazione e partendo dal presupposto che si cominci da poco o niente per diventare qualche cosa di più… presentabile.
Per Tsuda, al contrario, si trattava di un cammino di spoliazione nel senso che occorre prendere coscienza che siamo già fin troppo carichi di tutto, di nozioni, di conoscenze, di idee ecc. e che tutto questo carico essendo al 99% inutile ci impedisce di sentirci liberi. La sensazione di libertà infatti aumenta man mano che abbandoniamo dei pesi, che lasciamo la presa su tutta una serie di cose che sostanzialmente restringono il campo della nostra vita.

Delle difese?
Anche delle difese, ma attenzione non tutte! Sin da piccoli siamo obbligati a difenderci da aggressioni di ogni tipo e abbiamo accumulato difese che sono diventate vere e proprie corazze. Era una necessità per poter sopravvivere.
Alcune di queste difese, però, a un certo punto diventano inutili e se lasciamo agire la saggezza inconscia del nostro corpo, pian piano esso si libera di ciò che non è più necessario. Vuol dire che una parte interiore di noi è diventata più forte e che non abbiamo più bisogno di “bastioni protettivi”perché il nostro corpo ha ritrovato una vitalità, un asse centrale e una fiducia che aveva smarrito.

mercoledì 12 febbraio 2014

Aikido a Kyoto (6)

(continua..)

Giovedì 10 gennaio sono stato invitato da Haseo a praticare il Katsugen undo (movimento rigeneratore) nel suo dojo che si trova anch’esso a Fushimi. Haseo, sposata con un prete buddhista, è per natura aperta e gioviale. E’ felice della mia visita e mi accoglie sorridente. Il dojo, bellissimo, con i suoi tatami in paglia di riso, le pareti scorrevoli ricoperte di carta, le travi e gli infissi di legno. C’è poco da fare, l’architettura degli interni giapponesi è davvero raffinata e al contempo gradevolissima. L’occhio si riposa beato e il corpo si sente accolto in un’atmosfera familiare dal tepore avvolgente. Anche qui le finestre danno sul giardinetto interno e il distacco con l’esterno, con il mondo che sta fuori, non è netto. Siamo dentro, al caldo, ma basta far scorrere leggermente il pannello per sentirsi tra le fresche piante invernali.
Dopo la seduta di pratica, tutti quanti – siamo una decina – usciamo e ci dirigiamo verso la piccola stanza per il thé che sta nel giardino, invitati a gustare il thé verde preparato dalla figlia di Haseo. Finalmente entro anch’io dalla minuscola porticina che tante volte avevo visto nelle foto e nelle diapositive. Chiunque, anche il più nobile e importante personaggio, deve chinarsi per entrare. Dentro si è tutti uguali, persone che incontrano persone per condividere attimi, sapori e suoni irripetibili. Scarpe, spade e quant’altro vengono lasciati fuori.
Prima di entrare però mi lavo le mani e sorseggio l’acqua della fontana con il mestolo di bamboo. Poi verso la parte d’acqua rimanente sul mestolo stesso, inclinandolo. E’ così che lo si lava e lo si lascia pulito per il prossimo avventore. L’acqua scorre a terra, scivola tra le pietre e gocciola nel pozzetto metallico sottostante, tintinnando allegramente e facendo risuonare eco lontane. La sensibilità sottile è chiamata ad esprimersi.
Per la prima volta in vita mia sono “primo ospite”. Per me viene preparato il primo thé e lo gusto appieno, non senza aver chiesto scusa al mio vicino di sinistra perché bevo prima di lui… “O saki ni choudou itashimasu…”. Il thé verde e i dolci che lo accompagnano hanno un gusto tutto particolare in quest’atmosfera raccolta e serena. Siamo tutti pigiati in questo piccolo spazio sobrio e silenzioso, uniti intorno all’acqua che bolle nella teiera fumante. Bello e semplice.
Poi ci dirigiamo nuovamente  verso la casa principale. In cucina prepariamo e consumiamo il pranzo tutti insieme. Okonomiyaki. Specialità di Osaka e in generale di questa regione, il Kansai. Assisto divertito alla preparazione di queste succulente pietanze. Io faccio le foto, loro scherzano e impastano uova, verdure varie, gamberetti ecc, poi mettono il tutto a cuocere sulla piastra di metallo ardente. Con delle spatole, queste “frittate” tonde e spesse vengono girate e rigirate. Finché sono dorate e formano un sottile crosta croccante. Non chiedetemi esattamente la ricetta degli Okonomiyaki, le ricette non sono il mio forte, però posso dirvi che sono buoni e molto nutrienti. Si sposano bene con la birra.
Onaka ga ippai” ho la pancia piena. Con il caffé cominciamo a parlare di argomenti più seri. Non so come, la conversazione finisce per portarsi sull’Aikido e su Itsuo Tsuda. Mi vengono fatte tante domande che riguardano Tsuda e la sua storia, il suo lavoro in Europa e la sua filosofia. Parlo per più di un’ora, raccontando tante cose. Tsuda, nel mondo del Seitai, è una figura che appartiene ad un passato piuttosto lontano e dai contorni indistinti. E’ come se ora sbarcasse in Giappone dopo tanti anni di lontananza e come se le sue parole tornassero vive e portatrici di un messaggio. Sento molta attenzione nei miei confronti da parte di queste praticanti di lunga data (sono quasi tutte donne e alcune di loro praticano da molto, anche venti o trent’anni). Per me è una gran gioia sentirmi in qualche modo veicolo in Giappone di Tsuda, o almeno di quello che di lui risuona in me. Qui a Kyoto, mi sono sentito tale in tante occasioni e spesso lui è riecheggiato nelle mie parole. Credo anche che del suo respiro, della sua visione così aperta, universale e profondamente umana ci sia ancor oggi un gran bisogno. Perfino in Giappone. Venire qui per me non è stato casuale né un viaggio qualsiasi. Da alcuni anni mi piace definirmi “sulle tracce di Itsuo Tsuda”. E’ una definizione che ancora adesso sento fresca e aperta. C’è il sapore del viaggio, della scoperta, del mistero. Ora che ho ritrovato molte sue orme nel suo paese natale, che ho trovato alcuni dei suoi primi scritti nelle riviste “Zensei” degli anni ’60 (che belle!), che ho l’opportunità di risalire almeno in parte al periodo che precedette la sua partenza per l’Europa e al contesto in cui si sviluppò la relazione con Haruchika Noguchi, sento che queste “tracce” diventano più chiare e concrete. Posso pormi nuove domande sulle scelte che Tsuda operò per rendere accessibile agli europei il Katsugen undo, quarant’anni fa. E trovare nuove risposte. Posso comprendere meglio la qualità e l’unicità del suo Aikido, valutare con più coscienza l’apporto determinante che ad esso ha fornito il Seitai, nutrirmi io stesso alla medesima fonte. Mi aspetta un gran lavoro e mi ci preparo con gioia.

Dopo il pranzo siamo di nuovo tutti seduti sui tatami chiari del dojo. Prendiamo il thé e mangiamo il panforte di Siena che ho portato. Ho un gran sonno e mi sento lento e pesante. Il nipotino di Haseo, che avrà forse 8 anni, ci mostra il kata di karate che ha imparato. E’ molto concentrato e chiede alla giovane mamma di dargli il via per cominciare. Fa anche un kiai.
Poi tutti mi chiedono: “Dai, mostra l’aikido…”
“No, no!” dormo con gli occhi aperti e non è il momento…
Ma loro insistono. E’ il momento.
“Su, Yoshiko, vieni e aiutami un po’…”
Oltre a Yoshiko, che ha una gran voglia di provare (e oggi credo anche di continuare), chiamo la giovane figlia di Haseo che aveva preparato il thé verde per tutti noi. Come uno scambio di doni.
Il sonno è sparito quasi per incanto. Per mezz’ora faccio vedere tanti tanti movimenti, non smetterei più. Haseo teme che la sua “bambina” si rompa. Ridendo, rassicuro la mamma, che ha la reazione spontanea di altre mamme che ho conosciuto. In realtà sua figlia e Yoshiko sono bravissime e non hanno nessuna difficoltà a seguire e comunicare. Praticano yuki e ho detto tutto.

L’aikido è piaciuto! Prometto una lezione nel dojo di Onizuka in agosto. Sensei permettendo… Ma lui è d’accordo, pratichiamo lo stesso ai-ki-do.
Andiamo tutti di sopra, nell’antico tempio buddhista da poco restaurato. Nell’ampia sala con un liscio parquet di legno scuro, in fondo è appoggiato verticalmente un koto, strumento tradizionale della musica giapponese, alto e stretto, dalle lunghe corde. Il maestro Noguchi, con il suo seifuku kiai - ieeei-ei! - suono del ventre e dell’anima, faceva risuonare le corde del koto da molti metri di distanza. Era in grado perfino di decidere quale corda far risuonare.
C’è anche una piccola campana di bronzo che, a volte, con il kiai entra in risonanza (soprattutto di mattina, pare).
Mi concentro, inspiro a fondo e faccio il mio kiai.
Un bel kiai.
Non vibrano né le corde né la campana.
Sarà per la prossima volta…


Milano, 20 gennaio 2008                                                                                             (fine)

~ *** ~

domenica 9 febbraio 2014

giovedì 6 febbraio 2014

Dakar, diario di un'immersione (2)

 
Preambolo

Dormo in un letto largo ma che caldo questa prima notte! Nella piccola stanza gira poca aria, essenzialmente quella che diffonde il vecchio ventilatore. Ho già capito che in questo viaggio non incontrerò l’Africa dei grandi orizzonti e dai cieli infiniti. Qui troverò altra cosa, l’Africa urbana e l’umanità che esprime, nella sua versione senegalese, beninteso.
Molti europei stentano a rendersi conto che l’Africa sia un continente immenso e che le differenze che esistono tra i popoli e le tradizioni dell’Africa occidentale e quelli, per esempio, dell’Africa orientale o di quella centrale siano quasi sempre di gran lunga superiori alle caratteristiche comuni e condivise. Sì, è possibile parlare di un grande albero da cui si diramano rami disparati. Le radici di quest’albero sono comuni (è una bella immagine, perché non evocarla?) ma i frutti che la pianta offre sono molteplici. Ed ognuno ha il proprio sapore unico.
L’Africa che ho avuto modo di esplorare e frequentare in questo mese - un mese è un tempo lungo o breve? - si chiama Senegal, e più precisamente Dakar, capitale ambita e affollata. Non ho incontrato elefanti, che qui non ci sono, né antilopi né leoni. Qualche immenso baobab, per fortuna sì, nelle rare e riposanti fuoriuscite che mi sono concesso e di cui ho approfittato pienamente.
Questo solo per circoscrivere da subito il campo di gioco e le regole che voglio darmi. Dell’Africa in generale tutto si può dire e il contrario di tutto. In quanto a me, non saprei proprio cosa aggiungere a quanto è stato già detto da altri. E’ stato il mio primo viaggio subsahariano e voler parlare di “Africa” mi sembra perlomeno presuntuoso. Di Guele Tapée, di questo quartiere multicolore e popolatissimo, però qualcosa posso raccontare. Parlerò di chi ci vive e di come ci ho vissuto io. Brevi considerazioni e riflessioni di interesse certo relativo e circoscritto. Tuttavia, quello che in primo luogo mi preme è dare corpo e parola a sensazioni vissute piuttosto che addentrarmi in analisi azzardate. Lascio ad altri conclusioni e commenti, mi limito a ciò che i miei occhi sono stati in grado di vedere.
Ecco, ora che mi sono per così dire giustificato e che ogni cosa che mi accingo a scrivere non rischia di sfuggire alla sua giusta dimensione relativa e soggettiva, mi sento più tranquillo e più libero di agire. Posso spaziare nel tempo e nella forma ed evito in questo modo di dovermi attenere a qualsiasi coerenza sia essa linguistica sia di contenuto. In un certo senso scarico le responsabilità per poter respirare: un vecchio trucchetto. Ma funziona.
Cosa sono queste pagine? Voglio chiamarle “Diario di un’immersione”.  Il personaggio, se proprio è necessario averne uno, sono io. Preferisco la soggettività con tutti i suoi limiti, e la sua umanità, ad un’oggettività distaccata di cui sono peraltro incapace. Per immergersi, l’unico elemento indispensabile è quello di tuffarsi senza timore di bagnarsi: questo sono riuscito a farlo e senza nemmeno troppo sforzo. Ne sono anche piuttosto fiero. In trenta giorni passati a Dakar ho nuotato in un mondo diverso da quello a cui ero abituato, fluttuando tra profumi e lezzi maleodoranti. Soprattutto però ho incontrato un’acqua di sorgente viva, l’acqua del Sabar… E ho provato a berla!


Yama

Ho conosciuto Yama a Parigi, nel maggio scorso. Da alcuni mesi avevo incontrato la danza africana e mi ci ero gettato a capofitto con un entusiasmo giovanile ritrovato. Una parte di me intuiva una grande libertà di espressione potenziale attraverso la danza e i ritmi africani. Da subito ho avuto anche la consapevolezza che attraverso di essi avrei potuto integrare ed approfondire la mia ricerca che da anni si sviluppa attorno a arti più “orientali” come l’Aikido e il Taiji quan e alla pratica del Katsugen undo, che arte non può definirsi, ma che sta alla base di tutta la mia filosofia di vita. Ora, man mano che le esperienze vissute crescono, ne sono sempre più convinto anche se il filo che in me lega il Giappone con l’Africa mi sembra ancora del tutto interiore e personale. Eppure, una voce sicura dentro di me mi dice che i legami tra questi due mondi apparentemente così lontani sono in realtà più stretti di quello che si possa credere e che vadano ben oltre la mia sfera soggettiva. Non è adesso, però, il momento di trattare questo tema, rischierei che da un’iniziale breve parentesi il discorso si allarghi a dismisura portandomi troppo lontano. Tornerò sull’argomento più tardi, senza ombra di dubbio, poiché in esso si trova il motore che muove la mia ricerca nel percorso che le è riservato.
Insomma, mentre il mondo orientale, le sue pratiche e le sue filosofie, hanno accompagnato i miei anni giovanili, l’Africa, con modi e voci diverse, mi ha chiamato a sé in età matura.
Yama è stato il suo ambasciatore così come Sotigui Kouyaté, mio papà africano, ne era stato il profeta. “Il est temps que tu ailles en Afrique” mi aveva detto Sotigui poco tempo fa. Detto fatto, attendevo solo l’occasione di partire non come turista ma come viaggiatore. Questa chance mi è stata fornita da Yama e l’ho colta al volo. Una notte parigina è stata sufficiente per decidere. Al mattino tutti i miei piani estivi erano ormai ribaltati per lasciare spazio a questo mio primo attesissimo viaggio nell’antico continente. Avrei pensato al Burkina Faso come prima meta, o al Mali. E’ stato invece Senegal: per via del Sabar e per via di Yama.
In una lezione di un’ora e mezza al Centre Momboye questa esile donna è riuscita a farmi sentire per la prima volta in vita mia il piacere della danza e l’inebriante sensazione di saper ballare. Mi ha scosso, mi ha spronato a lasciarmi andare, mi ha gridato in faccia di svegliarmi invitandomi a vivere. Tutto questo mentre i sabar incessanti scandivano il loro ritmo che non potevo, non dovevo, lasciare neanche un istante. Sono uscito sudato e contento dalla sala di danza dicendomi: “Io posso”. Di Yama proverò a dire qualcosa nelle pagine che seguono, anche se non so se sarò in grado di farne un vero ritratto. Sono certo comunque che ci siamo visti dal primo momento in cui ci siamo incontrati, ci siamo capiti e abbiamo dialogato da cuore a cuore. E’ scaturito in un istante un rapporto di amore e libertà: bello, no?
Amore e libertà mi hanno invitato in Senegal. Desiderio di amore e libertà muove i miei passi e da loro forza.