venerdì 14 marzo 2014

Grazie Sotigui (3)

 
(continua...)



I ricordi che affiorano alla mia mente rispetto a ciò che ci siamo detti negli incontri di quei giorni sono tanti. Più ci penso e più ne emergono. Sarebbero necessarie molte più pagine di queste per scriverne compiutamente.
Qui, in questa che in fondo è solo una breve lettera d’amore, non posso che rimanere molto generico descrivendo qualche immagine, qualche impressione, qualche sensazione. Immagini, impressioni e sensazioni che da allora sono rimaste molto vive in me e che hanno fatto un lungo cammino in parti profonde e misteriose del mio essere. Esse continueranno ad accompagnarmi, credo per sempre.

Mi hai parlato dell’albero che è in me e in tutti noi, delle sue radici che affondano nel profondo della terra, della sua crescita, della sua apertura. Del seme da cui trae origine, dell’acqua e del sole che ne favoriscono la germinazione. Tutte cose semplici, già dette forse, anche già sentite… ma pronunciate da te, con le tue parole e i tuoi ritmi, che risonanza acquisivano e che pertinenza con il momento che attraversavo!
Essere un albero, in tutta la sua fierezza, essere un animale selvatico, in tutta la sua fierezza, essere un uomo, in tutta la sua fierezza. La fierezza naturale… di essere vivi. 
Dobbiamo credere in tre cose: credere nella vita che rende animata ogni cosa, credere in noi stessi che la incarniamo e credere in quello che facciamo, che la nobilita. Lo dicevi stringendomi le mani e facendomi sentire concretamente la vita che entro di esse scorreva e univa le nostre presenze.
Non dobbiamo dimenticare però di essere vigili e attenti, aggiungevi, giorno dopo giorno, perché dai semi nascono gli alberi e i frutti ma anche le male erbe e queste bisogna avere la perseveranza di tagliarle man mano che crescono…
Sempre cercando di dirigerci verso la parte migliore di noi stessi poiché se è vero che la perfezione non è di questo mondo possiamo comunque puntare sempre alla qualità.




Facendomi parlare hai ridato all’albero che è in me il suo spazio naturale. Mi hai aiutato a lasciar andar via tanti pensieri e sofferenze ormai inutili per lasciare spazio ad una natura nuova - o antica? - che chiedeva di vivere. Appena la mia bocca finiva per tacere allora parlava la tua e mi raccontavi una bella storia…
Quando cominciavi si sapeva che la storia aveva inizio ma non se ne intravedeva la fine… Ci si metteva l’animo in pace, si sospendeva il tempo e si ascoltava.

Una storia che allora mi aveva molto colpito e che ho sentito vicina e corrispondente al mio vissuto è la parabola della crescita di una persona, attraverso diverse generazioni, nella società mandingue. In fondo si tratta della stessa storia dell’albero nelle sue varie epoche. La racconto per grandi linee, tralasciando tutti i particolari e prendendo mille “scorciatoie”. Vorrai perdonarmi…
Dopo la nascita, il bambino trascorre sette anni con la madre, da lei apprende quasi tutto, lei è il suo unico riferimento o quasi.
Nei secondi sette anni scopre la “scuola della strada”, la fonte principale dell’apprendimento non è più dentro la casa ma fuori dove il bambino incontra e si confronta con diverse realtà nuove. In questo periodo torna sempre dalla madre per raccontarle le sue scoperte, per renderla partecipe e per sentirsi sostenuto e approvato da lei.
Nei terzi sette anni cresce il desiderio di autonomia e di indipendenza. Il ragazzo, per affermarsi, può arrivare anche a ribellarsi alla madre o ad essere in disaccordo con lei e la famiglia sul modo di agire e su ciò che deve fare. Intanto però tempra il proprio carattere, impara a difendere le proprie idee e a sostenersi da sé.
Dai 21 anni ai 42, cioè per tre cicli di sette anni, egli cerca un maestro da cui apprendere un’arte, per esempio un artigiano manifatturiero, un artigiano “della parola”, un musicista, un agricoltore ecc. Durante tutti questi anni egli lavora, anche duramente, ma il suo lavoro principale è quello di apprendere e di ricevere un insegnamento.
A 42 anni, e non prima, un uomo ha diritto di sedersi tra gli anziani del villaggio, tra coloro che prendono le decisioni determinanti per la vita della comunità.
Dai 42 anni ai 63 anni, per altri tre cicli di sette anni, è il tempo di restituire alla società quello che si è fin lì ricevuto. Ognuno con i mezzi che gli sono propri, riconoscendo le proprie qualità ma anche accettando i propri limiti, trova il modo di offrire nutrimento, nelle sue forme più svariate ad altri che vengono dopo di lui.
E così, a 63 anni, si giunge “à l’age du gain et de la perte”, l’età del guadagno e della perdita. Si guadagna in saggezza ma si perde la capacità e la forza fisica di attuarla nella realtà concreta.
Affinché la “nostra” saggezza non si estingua con il consumarsi del nostro corpo è necessario che essa possa vivere in un corpo più giovane. Per questo, già molti anni prima avevamo cominciato a intraprendere il cammino che consiste nel restituire al mondo - ai giovani - quello che dal mondo - dagli anziani - si è ricevuto. Dunque a 63 anni si è liberi da vincoli e doveri verso la società, liberi di continuare a insegnare, condividere, trasmettere ma anche liberi di ritirarsi poco a poco e di cominciare a percorrere pian piano “la via del ritorno alla terra”.

Tutta questa libertà di cui mi parlavi, unita alla natura, la fierezza, gli alberi che crescono, la terra che accoglie, le mani che parlano… quanto mi piaceva tutto questo! Questa semplice filosofia, così corrispondente alla mia, con chiarezza mi faceva intravedere un mondo in cui libertà e convivenza possono coincidere, in cui la realizzazione personale non fa rima con la solitudine, in cui la responsabilità - verso di sé, verso gli altri, verso la vita - è un atteggiamento naturale e aperto e non chiuso e opprimente.

Mi hai parlato molto di quelli che nella tua Africa definite i vostri “padri”. In altre culture vengono chiamati maestri, guru, guide, voi dite semplicemente padri.
Un padre è come un uccello che vola e un figlio è un uccello che vola dietro di lui. Finché un giorno il figlio esplora nuovi cieli e vola per conto suo.
Il padre si realizza attraverso la libertà del figlio.
Il suo amore verso di lui non è esclusivo né possessivo. Il suo sogno è di vederlo volare via con le ali forti. Nella vita abbiamo tutti molti padri e molti figli ed amarne uno non solo non ci allontana dall’altro bensì ce lo fa riscoprire ed amare ancora di più. Questo l’ho potuto riscoprire grazie a te Sotigui, che ti definivi mio papà. Un papà che riunisce le famiglie e non le spezza. Un papà griot che adempie così pienamente alla sua funzione di griot. Per questo provo per te una gratitudine infinita, perché mi hai permesso, tanto per fare un esempio, di riavvicinarmi alla mia famiglia biologica - al mio primo padre Giulio, a mia sorella Camilla e a mio fratello Martino - quando altre false piste che avevo seguito in passato mi ci avevano invece allontanato.

Per me sei stato come un vento e anche molti altri ti hanno sentito come tale.
Un vento che ha soffiato con continuità, tenacia e dolcezza.
Uno di quei venti di cui questo pianeta ha tanto bisogno perché portano con sé semi, voci e parole antiche. Hai soffiato dall’Africa verso i cinque continenti.
A noi ora il grande piacere di volare in questa brezza…

                                                                                              Ton fils,
                                                                                                              Giovanni


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