mercoledì 12 febbraio 2014

Aikido a Kyoto (6)

(continua..)

Giovedì 10 gennaio sono stato invitato da Haseo a praticare il Katsugen undo (movimento rigeneratore) nel suo dojo che si trova anch’esso a Fushimi. Haseo, sposata con un prete buddhista, è per natura aperta e gioviale. E’ felice della mia visita e mi accoglie sorridente. Il dojo, bellissimo, con i suoi tatami in paglia di riso, le pareti scorrevoli ricoperte di carta, le travi e gli infissi di legno. C’è poco da fare, l’architettura degli interni giapponesi è davvero raffinata e al contempo gradevolissima. L’occhio si riposa beato e il corpo si sente accolto in un’atmosfera familiare dal tepore avvolgente. Anche qui le finestre danno sul giardinetto interno e il distacco con l’esterno, con il mondo che sta fuori, non è netto. Siamo dentro, al caldo, ma basta far scorrere leggermente il pannello per sentirsi tra le fresche piante invernali.
Dopo la seduta di pratica, tutti quanti – siamo una decina – usciamo e ci dirigiamo verso la piccola stanza per il thé che sta nel giardino, invitati a gustare il thé verde preparato dalla figlia di Haseo. Finalmente entro anch’io dalla minuscola porticina che tante volte avevo visto nelle foto e nelle diapositive. Chiunque, anche il più nobile e importante personaggio, deve chinarsi per entrare. Dentro si è tutti uguali, persone che incontrano persone per condividere attimi, sapori e suoni irripetibili. Scarpe, spade e quant’altro vengono lasciati fuori.
Prima di entrare però mi lavo le mani e sorseggio l’acqua della fontana con il mestolo di bamboo. Poi verso la parte d’acqua rimanente sul mestolo stesso, inclinandolo. E’ così che lo si lava e lo si lascia pulito per il prossimo avventore. L’acqua scorre a terra, scivola tra le pietre e gocciola nel pozzetto metallico sottostante, tintinnando allegramente e facendo risuonare eco lontane. La sensibilità sottile è chiamata ad esprimersi.
Per la prima volta in vita mia sono “primo ospite”. Per me viene preparato il primo thé e lo gusto appieno, non senza aver chiesto scusa al mio vicino di sinistra perché bevo prima di lui… “O saki ni choudou itashimasu…”. Il thé verde e i dolci che lo accompagnano hanno un gusto tutto particolare in quest’atmosfera raccolta e serena. Siamo tutti pigiati in questo piccolo spazio sobrio e silenzioso, uniti intorno all’acqua che bolle nella teiera fumante. Bello e semplice.
Poi ci dirigiamo nuovamente  verso la casa principale. In cucina prepariamo e consumiamo il pranzo tutti insieme. Okonomiyaki. Specialità di Osaka e in generale di questa regione, il Kansai. Assisto divertito alla preparazione di queste succulente pietanze. Io faccio le foto, loro scherzano e impastano uova, verdure varie, gamberetti ecc, poi mettono il tutto a cuocere sulla piastra di metallo ardente. Con delle spatole, queste “frittate” tonde e spesse vengono girate e rigirate. Finché sono dorate e formano un sottile crosta croccante. Non chiedetemi esattamente la ricetta degli Okonomiyaki, le ricette non sono il mio forte, però posso dirvi che sono buoni e molto nutrienti. Si sposano bene con la birra.
Onaka ga ippai” ho la pancia piena. Con il caffé cominciamo a parlare di argomenti più seri. Non so come, la conversazione finisce per portarsi sull’Aikido e su Itsuo Tsuda. Mi vengono fatte tante domande che riguardano Tsuda e la sua storia, il suo lavoro in Europa e la sua filosofia. Parlo per più di un’ora, raccontando tante cose. Tsuda, nel mondo del Seitai, è una figura che appartiene ad un passato piuttosto lontano e dai contorni indistinti. E’ come se ora sbarcasse in Giappone dopo tanti anni di lontananza e come se le sue parole tornassero vive e portatrici di un messaggio. Sento molta attenzione nei miei confronti da parte di queste praticanti di lunga data (sono quasi tutte donne e alcune di loro praticano da molto, anche venti o trent’anni). Per me è una gran gioia sentirmi in qualche modo veicolo in Giappone di Tsuda, o almeno di quello che di lui risuona in me. Qui a Kyoto, mi sono sentito tale in tante occasioni e spesso lui è riecheggiato nelle mie parole. Credo anche che del suo respiro, della sua visione così aperta, universale e profondamente umana ci sia ancor oggi un gran bisogno. Perfino in Giappone. Venire qui per me non è stato casuale né un viaggio qualsiasi. Da alcuni anni mi piace definirmi “sulle tracce di Itsuo Tsuda”. E’ una definizione che ancora adesso sento fresca e aperta. C’è il sapore del viaggio, della scoperta, del mistero. Ora che ho ritrovato molte sue orme nel suo paese natale, che ho trovato alcuni dei suoi primi scritti nelle riviste “Zensei” degli anni ’60 (che belle!), che ho l’opportunità di risalire almeno in parte al periodo che precedette la sua partenza per l’Europa e al contesto in cui si sviluppò la relazione con Haruchika Noguchi, sento che queste “tracce” diventano più chiare e concrete. Posso pormi nuove domande sulle scelte che Tsuda operò per rendere accessibile agli europei il Katsugen undo, quarant’anni fa. E trovare nuove risposte. Posso comprendere meglio la qualità e l’unicità del suo Aikido, valutare con più coscienza l’apporto determinante che ad esso ha fornito il Seitai, nutrirmi io stesso alla medesima fonte. Mi aspetta un gran lavoro e mi ci preparo con gioia.

Dopo il pranzo siamo di nuovo tutti seduti sui tatami chiari del dojo. Prendiamo il thé e mangiamo il panforte di Siena che ho portato. Ho un gran sonno e mi sento lento e pesante. Il nipotino di Haseo, che avrà forse 8 anni, ci mostra il kata di karate che ha imparato. E’ molto concentrato e chiede alla giovane mamma di dargli il via per cominciare. Fa anche un kiai.
Poi tutti mi chiedono: “Dai, mostra l’aikido…”
“No, no!” dormo con gli occhi aperti e non è il momento…
Ma loro insistono. E’ il momento.
“Su, Yoshiko, vieni e aiutami un po’…”
Oltre a Yoshiko, che ha una gran voglia di provare (e oggi credo anche di continuare), chiamo la giovane figlia di Haseo che aveva preparato il thé verde per tutti noi. Come uno scambio di doni.
Il sonno è sparito quasi per incanto. Per mezz’ora faccio vedere tanti tanti movimenti, non smetterei più. Haseo teme che la sua “bambina” si rompa. Ridendo, rassicuro la mamma, che ha la reazione spontanea di altre mamme che ho conosciuto. In realtà sua figlia e Yoshiko sono bravissime e non hanno nessuna difficoltà a seguire e comunicare. Praticano yuki e ho detto tutto.

L’aikido è piaciuto! Prometto una lezione nel dojo di Onizuka in agosto. Sensei permettendo… Ma lui è d’accordo, pratichiamo lo stesso ai-ki-do.
Andiamo tutti di sopra, nell’antico tempio buddhista da poco restaurato. Nell’ampia sala con un liscio parquet di legno scuro, in fondo è appoggiato verticalmente un koto, strumento tradizionale della musica giapponese, alto e stretto, dalle lunghe corde. Il maestro Noguchi, con il suo seifuku kiai - ieeei-ei! - suono del ventre e dell’anima, faceva risuonare le corde del koto da molti metri di distanza. Era in grado perfino di decidere quale corda far risuonare.
C’è anche una piccola campana di bronzo che, a volte, con il kiai entra in risonanza (soprattutto di mattina, pare).
Mi concentro, inspiro a fondo e faccio il mio kiai.
Un bel kiai.
Non vibrano né le corde né la campana.
Sarà per la prossima volta…


Milano, 20 gennaio 2008                                                                                             (fine)

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