giovedì 6 febbraio 2014

Dakar, diario di un'immersione (2)

 
Preambolo

Dormo in un letto largo ma che caldo questa prima notte! Nella piccola stanza gira poca aria, essenzialmente quella che diffonde il vecchio ventilatore. Ho già capito che in questo viaggio non incontrerò l’Africa dei grandi orizzonti e dai cieli infiniti. Qui troverò altra cosa, l’Africa urbana e l’umanità che esprime, nella sua versione senegalese, beninteso.
Molti europei stentano a rendersi conto che l’Africa sia un continente immenso e che le differenze che esistono tra i popoli e le tradizioni dell’Africa occidentale e quelli, per esempio, dell’Africa orientale o di quella centrale siano quasi sempre di gran lunga superiori alle caratteristiche comuni e condivise. Sì, è possibile parlare di un grande albero da cui si diramano rami disparati. Le radici di quest’albero sono comuni (è una bella immagine, perché non evocarla?) ma i frutti che la pianta offre sono molteplici. Ed ognuno ha il proprio sapore unico.
L’Africa che ho avuto modo di esplorare e frequentare in questo mese - un mese è un tempo lungo o breve? - si chiama Senegal, e più precisamente Dakar, capitale ambita e affollata. Non ho incontrato elefanti, che qui non ci sono, né antilopi né leoni. Qualche immenso baobab, per fortuna sì, nelle rare e riposanti fuoriuscite che mi sono concesso e di cui ho approfittato pienamente.
Questo solo per circoscrivere da subito il campo di gioco e le regole che voglio darmi. Dell’Africa in generale tutto si può dire e il contrario di tutto. In quanto a me, non saprei proprio cosa aggiungere a quanto è stato già detto da altri. E’ stato il mio primo viaggio subsahariano e voler parlare di “Africa” mi sembra perlomeno presuntuoso. Di Guele Tapée, di questo quartiere multicolore e popolatissimo, però qualcosa posso raccontare. Parlerò di chi ci vive e di come ci ho vissuto io. Brevi considerazioni e riflessioni di interesse certo relativo e circoscritto. Tuttavia, quello che in primo luogo mi preme è dare corpo e parola a sensazioni vissute piuttosto che addentrarmi in analisi azzardate. Lascio ad altri conclusioni e commenti, mi limito a ciò che i miei occhi sono stati in grado di vedere.
Ecco, ora che mi sono per così dire giustificato e che ogni cosa che mi accingo a scrivere non rischia di sfuggire alla sua giusta dimensione relativa e soggettiva, mi sento più tranquillo e più libero di agire. Posso spaziare nel tempo e nella forma ed evito in questo modo di dovermi attenere a qualsiasi coerenza sia essa linguistica sia di contenuto. In un certo senso scarico le responsabilità per poter respirare: un vecchio trucchetto. Ma funziona.
Cosa sono queste pagine? Voglio chiamarle “Diario di un’immersione”.  Il personaggio, se proprio è necessario averne uno, sono io. Preferisco la soggettività con tutti i suoi limiti, e la sua umanità, ad un’oggettività distaccata di cui sono peraltro incapace. Per immergersi, l’unico elemento indispensabile è quello di tuffarsi senza timore di bagnarsi: questo sono riuscito a farlo e senza nemmeno troppo sforzo. Ne sono anche piuttosto fiero. In trenta giorni passati a Dakar ho nuotato in un mondo diverso da quello a cui ero abituato, fluttuando tra profumi e lezzi maleodoranti. Soprattutto però ho incontrato un’acqua di sorgente viva, l’acqua del Sabar… E ho provato a berla!


Yama

Ho conosciuto Yama a Parigi, nel maggio scorso. Da alcuni mesi avevo incontrato la danza africana e mi ci ero gettato a capofitto con un entusiasmo giovanile ritrovato. Una parte di me intuiva una grande libertà di espressione potenziale attraverso la danza e i ritmi africani. Da subito ho avuto anche la consapevolezza che attraverso di essi avrei potuto integrare ed approfondire la mia ricerca che da anni si sviluppa attorno a arti più “orientali” come l’Aikido e il Taiji quan e alla pratica del Katsugen undo, che arte non può definirsi, ma che sta alla base di tutta la mia filosofia di vita. Ora, man mano che le esperienze vissute crescono, ne sono sempre più convinto anche se il filo che in me lega il Giappone con l’Africa mi sembra ancora del tutto interiore e personale. Eppure, una voce sicura dentro di me mi dice che i legami tra questi due mondi apparentemente così lontani sono in realtà più stretti di quello che si possa credere e che vadano ben oltre la mia sfera soggettiva. Non è adesso, però, il momento di trattare questo tema, rischierei che da un’iniziale breve parentesi il discorso si allarghi a dismisura portandomi troppo lontano. Tornerò sull’argomento più tardi, senza ombra di dubbio, poiché in esso si trova il motore che muove la mia ricerca nel percorso che le è riservato.
Insomma, mentre il mondo orientale, le sue pratiche e le sue filosofie, hanno accompagnato i miei anni giovanili, l’Africa, con modi e voci diverse, mi ha chiamato a sé in età matura.
Yama è stato il suo ambasciatore così come Sotigui Kouyaté, mio papà africano, ne era stato il profeta. “Il est temps que tu ailles en Afrique” mi aveva detto Sotigui poco tempo fa. Detto fatto, attendevo solo l’occasione di partire non come turista ma come viaggiatore. Questa chance mi è stata fornita da Yama e l’ho colta al volo. Una notte parigina è stata sufficiente per decidere. Al mattino tutti i miei piani estivi erano ormai ribaltati per lasciare spazio a questo mio primo attesissimo viaggio nell’antico continente. Avrei pensato al Burkina Faso come prima meta, o al Mali. E’ stato invece Senegal: per via del Sabar e per via di Yama.
In una lezione di un’ora e mezza al Centre Momboye questa esile donna è riuscita a farmi sentire per la prima volta in vita mia il piacere della danza e l’inebriante sensazione di saper ballare. Mi ha scosso, mi ha spronato a lasciarmi andare, mi ha gridato in faccia di svegliarmi invitandomi a vivere. Tutto questo mentre i sabar incessanti scandivano il loro ritmo che non potevo, non dovevo, lasciare neanche un istante. Sono uscito sudato e contento dalla sala di danza dicendomi: “Io posso”. Di Yama proverò a dire qualcosa nelle pagine che seguono, anche se non so se sarò in grado di farne un vero ritratto. Sono certo comunque che ci siamo visti dal primo momento in cui ci siamo incontrati, ci siamo capiti e abbiamo dialogato da cuore a cuore. E’ scaturito in un istante un rapporto di amore e libertà: bello, no?
Amore e libertà mi hanno invitato in Senegal. Desiderio di amore e libertà muove i miei passi e da loro forza.

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