sabato 18 gennaio 2014

Aikido a Kyoto (1)

  
Frammenti di un viaggio 

(dic 2007 - gen 2008)


Breve premessa

Un viaggio infinito. Migliaia di chilometri separano Kyoto da Milano. Sull’aereo, guardavo il display che indicava lo spostamento del nostro bianco velivolo sul verde continente asiatico e avevo davvero l’impressione dell’immobilità. Quanto è lunga l’Asia… Arriverò mai in Giappone?
Dentro di me questa avventura si preparava da almeno vent’anni, tanti davvero, e forse da qui nasce una certa incredulità per il fatto che si sia realizzata. Sono contento che ciò sia potuto avvenire.
Per lungo tempo il Giappone si era allontanato dai miei desideri e avevo semplicemente dimenticato che il sogno di poterlo esplorare tanto aveva nutrito il mondo immaginario della mia tarda adolescenza.
All’improvviso, l’anno scorso, è tornato alla ribalta, così, senza premeditazione, quasi per “caso”.
L’incontro con due persone, poche parole scambiate ed eccomi imbarcato per un viaggio tutto aperto e senza alcuna certezza. Tuttavia, che si trattasse del momento opportuno per farlo e che quei luoghi in un certo qual modo mi attendessero, lo hanno confermato i fatti.
Inoltre, come spesso accade quando riusciamo a raccogliere energie sufficienti per spiccare il salto e tuffarci in un’acqua più grande di noi, nuotarci dentro diventa poi un piacere. Forse anche più di un piacere. La soddisfazione personale che nasce dalla realizzazione di un progetto a cui teniamo in modo particolare cede lo spazio alla consapevolezza che i sogni  vanno concretizzati perché possano lasciare una traccia nelle nostre esistenze. Una volta di più scopriamo che ciò è possibile.
Le pagine che seguono sono un breve resoconto scritto a caldo di una piccola parte del mio viaggio giapponese. Si tratta più che altro di una corrispondenza che ho intrattenuto con allievi e amici sulle mie esperienze in materia di aikido. Con qualche divagazione personale rispetto al tema.
Itsuo Tsuda ricordava che Morihei Ueshiba mentre muoveva liberamente la sua spada di legno nello spazio tracciando cerchi, spirali e ampi vortici accompagnava il gesto con le parole “Fure, fure…”. Mi sembra di ricordare che Tsuda le traducesse con “Mescola, mescola…”.
Ecco allora che il bokken, più che una spada, diventa lo strumento per ridestare la nostra vitalità, l’Aikido diventa un invito a scorrere insieme al ki della vita, e i viaggi come questo, rimescolando tutte le carte, ci aprono a nuovi incontri e mettono in circolo energie nuove e fresche.


 I

Ohayoo gozaimasu... buon mattino, buon giorno a chi si sveglia ora.
Ho un po’ di tempo e vorrei raccontarvi dell’aikido che finora ho potuto praticare qui a Kyoto.
Il tutto premettendo che il maestro di aikido più interessante che io abbia incontrato in questi giorni è il sig. Onizuka che, di fatto, più che l’aikido pratica il katsugen undo (movimento rigeneratore) e il seitai soho (tecnica seitai). Che senso ha allora parlare di aikido nel caso di questo cordiale e al contempo deciso maestro giapponese?
Quando egli si appresta ad applicare la tecnica seitai o anche quando semplicemente ti siede di fronte e ti parla, senti istintivamente quanto la sua posizione sia centrata e presente. Il suo corpo interagisce con il tuo in modo armonioso e diretto. Distanza e vicinanza sono rispettate, equilibrate, sensibili. Il suo modo di toccare è semplice, netto e gradevole. Le sue parole ti giungono chiare e ti senti ascoltato, compreso e rispettato nel tuo ritmo. Pur non praticando affatto l’arte vera e propria dell’aikido, egli si muove, respira, agisce in un continuo stato di ki-ai e di yuki, (ki gioioso che scorre e si incontra) e questo rende per me estremamente interessanti i momenti che posso trascorrere con lui. E’ dunque questo un periodo di apprendistato fecondo e intenso. Che continuerà.
Non ho trovato la stessa qualità né tanto meno la stessa respirazione in nessuno dei tre insegnanti di aikido che ho potuto finora incontrare qui a Kyoto, ma è stato comunque interessante. E, in modi e circostanze diverse, ho potuto mettermi alla prova, verificare a che punto sono e dove sono i miei limiti.
Di base ho sempre cercato di mantenere presente che quando andiamo in un dojo di una scuola diversa da quella a cui apparteniamo, è per imparare qualcosa di nuovo e non per mostrare quello che già sappiamo. Ho cercato allora di adattarmi il più possibile alle “forme” che mi sono state proposte e di cogliere i lati buoni - per me - dei diversi insegnamenti che ho potuto ricevere. In ogni caso, rimango dell’idea che si impari ovunque si vada: l’aikido mi appassiona talmente tanto che anche praticarlo in uno “stile” davvero diverso da quello a cui sono solito mi pare utile e divertente.
Forse perché oggi ho sviluppato una buona capacità di adattamento e padroneggio una discreta tecnica che mi permettono di rimanere me stesso e di non soccombere ad inutili desideri dimostrativi o di performance.
Forse anche perché vedo di più la situazione, le persone che ho di fronte e il ki.
Forse perché ho davvero il desiderio di incontrare gli altri attraverso l’aikido e questo viene percepito, rendendo tutto piuttosto facile.

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