domenica 19 gennaio 2014

Dietro la forma (2)

(segue..)
 
Ho guardato bene.
Per almeno mezzora nessuna delle ragazze si è lasciata scappare fosse anche un piccolo sorriso. È la lezione di un grande danzatore, uno che si muove come un felino, con grazia, potenza e agilità.
Lui.
Le ragazze che stanno dietro corrono al suo inseguimento, cercano di prenderlo. Sono talmente concentrate per non sbagliarsi nei passi della coreografia che i loro visi non riescono a perdere una smorfia di fatica mista ad una certa disperazione: potranno mai, un giorno, danzare bene quanto lui? Diventare danzatore o danzatrice è solo un sogno lontano, perso nelle nuvole di un futuro incerto. Per il momento, molto sforzo e poco piacere. Si lavora per il domani. Corpo e mente sembrano tagliati in due. La mente, dal canto suo, a volte è soddisfatta; quando afferra il problema, quando capisce come fare, come eseguire la forma. In questi frangenti la mente si diverte ma il corpo non prova alcuna soddisfazione profonda. Soffre soltanto senza avere coscienza dello scarto tra il dentro e il fuori, tra quello che siamo e quello che ci sforziamo di divenire. Da fuori, però, io vedo tutto questo. Lo vedo perché sento le respirazioni di tutti e mi armonizzo con esse. La respirazione non mente, so quello che dico.
Il ritmo è spezzettato, venti secondi esplosivi poi ci si ferma e si ricomincia. Così di seguito, ancora e ancora, per una lezione intera. È per imparare la forma, impararla ad ogni costo, per non rimanere indietro, per non soccombere. Come respirare in questo contesto? Di fatto, questa lezione non offre mai questa possibilità, di respirare, di ascoltarsi respirare. Tutto procede senza tregua, senza pause, senza respiro, senza umanità, oserei dire. Solo una bella immagine esteriore di energia e di atmosfera felice... Sì, esteriore perché, dentro, i ventri non ridono e vedo solo tensione. La tensione interiore non è altro che il frutto della frenesia e della continua spinta verso l’espolosione. Non sarà mai seguita da una vera distensione ma solo da una fatica che a volte avrà il gusto della riuscita, a volte dell’insuccesso.
Per me, il piacere e la soddisfazione sono ben altra cosa. Piacere è sinonimo di soddisfazione di un bisogno naturale e profondo. Per sentire questo bisogno, per lasciargli la parola, per lasciarlo esprimere è necessario connettersi con il proprio sé interiore. Lasciare lo spazio affinché l’espressione possa scorrere liberamente. Se la frenesia e il ritmo incessante della lezione non concedono spazi vuoti perché qualcosa di spontaneo possa manifestarsi, ogni vitalità si spegne e ogni piacere naturale svanisce con essa. La vitalità naturale del corpo può esprimersi solo quando la mente è calma e serena, quando non è ingombrata dalla preoccupazione della riuscita o dell’apparenza. Quando la mente accorda il giusto valore a questo qualcosa che può manifestarsi emergendo dal più profondo di noi stessi e sa riconoscere che è in questo fluire spontaneo ed involontario che risiede ogni vero piacere, allora si mette al suo servizio e lavora per la sua realizzazione. Diventa capace di operare per creare il vuoto necessario, lo spazio vitale, la respirazione che sono necessari per un’autentica espressione di sé. È una grande fortuna se la mente, la volontà e la coscienza lavorano in armonia con una parte di noi (la più grande) che è irrazionale, involontaria e inconscia. È ciò che possiamo definire armonizzazione dell’essere. La sorgente del vero piacere.
Il mondo, questo mondo, va veloce. Va più veloce del nostro ritmo interiore, noi facciamo molti sforzi per seguire, per non perdere la terra sotto ai piedi, e impegniamo tutte le nostre migliori volontà per resistere.
Ma ritengo che sarebbe una buona cosa di uscire da questa lotta perpetua nelle nostre vite quotidiane e, almeno, per cominciare, farlo durante le lezioni di danza: perché ripetere questo schema che ci porta solo alla sofferenza? Ogni volta che il nostro ritmo personale viene alterato noi ne soffriamo. La danza dovrebbe adattarsi ai ritmi personali delle persone. Siamo tutti diversi ed unici. Ecco perché penso che le coreografie siano la morte di ogni danza sincera. Una coreografia non è altro che la ripetizione, sotto forma di danza, di tutto ciò che non amo in questo mondo: uniformità, conformismo, morte dell’individuo e della sua creatività, fine del piacere semplice e naturale a favore dell’apparenza e di un egualitarismo sterile.


Ho guardato bene.
Siamo in un altro luogo e ci sono una ventina di ragazze, qualche ragazzo ed io tra loro. E’ una lezione di una donna che è in ricerca. Cerca la vitalità dentro i suoi allievi e cerca di affinare i propri strumenti per aiutarli ad esprimere questa vitalità. Il suo scopo è quello di individuare delle chiavi e dei codici e di comunicarli il più chiaramente possibile. Lei è consapevole che se padroneggiamo queste chiavi e questi codici siamo in grado di danzare il sabar da soli, senza bisogno di maestri o di guide. Lei sa che lo slancio viene da dentro, che la vita è in noi tutti senza eccezione. Ci aiuta a prenderne coscienza. È uno scopo nobile. Lo condivido e lo sostengo.
Ecco le venti persone riunite in cerchio, ecco che cominciano un discorso tra loro e con i musicisti. Ognuna ha il suo discorso, ognuna lo esprime a modo suo entrando nel centro del cerchio e danzando. Sole e uniche, danzano sotto lo sguardo di tutti, si vedono e sono viste. Una gioia profonda si esprime nei loro visi. La condividiamo tutti insieme. Tutte, ripeto, tutte sorridono. Fa bene al mio cuore e al cuore di tutti noi. C’è emozione, fierezza, respirazione…
Sì, ho guardato bene ed è questo che voglio rivedere.

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