martedì 21 gennaio 2014

Dietro la forma (3)

(segue)

Ci vado ogni mattina di questo mese di agosto milanese.
Sono cinque ippocastani che creano un piccolo cerchio magico, si guardano l’un l’altro piuttosto vicini e raccolti. Uno è quasi morto, potato quasi radicalmente. Ma gli altri lo tengono in vita, senza di lui verrebbe a mancare la perfezione del cerchio e le loro stesse esistenze ne soffrirebbero.
Oggi per la prima volta ho fatto il mio Taiji all’interno di questo cerchio, dialogando con ognuno dei miei cinque amici. Fino ad ieri ho praticato fuori, oggi era il momento di entrare. Attorniato da questi personaggi imponenti mi sono sentito in una situazione aperta e protetta allo stesso tempo. Cosa non ti comunicano gli alberi… Serve solo un briciolo di sensibilità.
Ci ho messo un po’ a trovare questo luogo ma ora so dove andare a praticare quando vado al parco Sempione. Avevo bisogno di uno spazio così, non troppo esposto, non troppo nascosto.
Quando arrivo lì lascio la mia bici e prendo subito posizione.
I piedi un po’ divaricati che sentono la terra, la sensazione viva del centro, del ventre e gli occhi che si riposano. Sì, basta poco, qui a Milano per riposare gli occhi. Cinque alberi con una lunga storia, alberi che respirano, un bel prato, qualche cespuglio fiorito… Per cercare quel riposo e quella calma che solo la natura ti può dare non è necessario andare alla ricerca in luoghi lontani.
Però, di solito, è proprio quello che crediamo. Pensiamo che per ottenere un distacco ‘salutare’, un riposo ‘efficace’ delle nostre menti stanche per l’eccessivo sovraccarico a cui le sottoponiamo, sia necessario andare molto molto lontano. Invece è proprio il momento in cui dobbiamo andare molto molto vicino, cioè dentro di noi.
Ogni mattina davanti ai miei amici ippocastani con le foglie che stormiscono lievemente nel vento mi dico la stessa cosa e provo la stessa sensazione. “Che differenza c’è in fondo tra questo paesaggio e un tramonto alle Eolie, tra questo cielo e queste piante e il cielo e le piante della brousse del Burkina Faso, tra un istante di silenzio vissuto qui e il bel silenzio che si prova in una foresta?”. Le differenze geografiche, climatiche e anche estetiche sono tante ma, a ben vedere, non c’è nessuna differenza. Nella sostanza, noi rimaniamo noi, la natura rimane la natura, la realtà è.
Questa presa di coscienza, piuttosto recente in questi termini, ha molta rilevanza nella mia vita.
Vedere o non vedere la natura, vederne la bellezza, sentirne l’anima e il vento che la muove, dipende soltanto da noi e non da circostanze esteriori. Sappiamo benissimo quanto possa essere vuota, noiosa e perfino angosciante una vacanza in un paradiso esotico. Un paradiso immaginario, irraggiungibile. Frutto agognato di un viaggio solo mentale.
La questione per me, oggi, si pone diversamente. Ciò che mi chiedo è se respiro o no, se la mia colonna è sensibile o rigida, se il cuore è sveglio e attento. Cerco questo tipo di paradiso. Un paradiso terrestre, umano, accessibile.
Spiagge bianche di sabbia vergine, palme dai datteri raffinati e meraviglioso relax… mi fate sorridere, non solleticate più il mio desiderio. Ma chi vi vuole?
Il signor Gu Mei Sheng raccontava in un meraviglioso filmato di come poco a poco scoprì “l’uomo di Ch’i” all’interno di una prigione maoista dove fu rinchiuso per lungo tempo. A dire il vero fu piuttosto l’uomo di Ch’i a farsi vivo… Gu praticava costantemente la sua forma di Tai ji quan nei pochi metri quadri di un’angusta e umida cella cinese. Lo faceva con totale dedizione e coinvolgimento. Un giorno nacque in lui l’uomo di Ch’i. Dapprima era piccolo, timido e vulnerabile. Gu non lo alimentò né vezzeggiò, lo guardò soltanto crescere lasciandogli lo spazio che chiedeva. Infine, l’uomo di Ch’i poté realizzarsi pienamente, vivere e manifestarsi in piena autonomia… In Gu vivevano ormai almeno due Gu, un Gu in carne e ossa e un Gu di Ch’i, libero di muoversi e fluire senza limiti. Gu Mei Sheng si sentì pervadere da una sensazione di profonda libertà interiore, insopprimibile e incontenibile, e ciò malgrado le condizioni esteriori in cui viveva, avverse, rigide e terribili per chiunque.
Con altre parole, Itsuo Tsuda dice la stessa cosa quando afferma che alcuni “cercano di far irradiare l’anima attraverso il corpo (…). Per costoro non esistono limiti di età. Perché l’anima è eterna”.
Dietro la forma e i suoi limiti c’è l’essere illimitato.
Vogliamo chiamarlo anima, uomo di Ch’i, spirito? Esistono molte altre definizioni, ognuno scelga quella che gli corrisponde di più. Quella che meno lo limita… In ogni caso ogni definizione non è che un vestito che avvolge il contenuto, un nome che lo indica, una forma, appunto. L’essere sostanziale, in verità, pulsa di una vita non circoscrivibile. 
Il corpo e le sue forme contengono l’essere, lo incarnano, lo manifestano.
Senza corpo la mia vita non avrebbe più senso, questo penso ogni giorno. Non potrei più sentirla, sentirmi, toccarla.
Senza la sua caducità, la transitorietà e la fragilità di ogni forma, svanirebbe ogni poesia.
E senza poesia verrebbe meno ogni piacere.
Quando ci si allontana dalla realtà di quello che ci dicono i piedi, per non perdersi nell’irrealtà dello squilibrio mentale che è sempre in agguato, io penso che dovremmo ascoltare di più il nostro corpo e ringraziarlo per tutta la vita che ci offre. Cercare di coglierla pienamente e non solo in minima parte.
L’anima è luce e i raggi di questa luce si propagano attraverso il nostro organismo.
Ne siamo davvero consapevoli?

Milano, estate 2012
  

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